l’editoriale

La società 2.0 e le élites del sapere

di Carlo Carboni

3' di lettura

Le trasformazioni delle libere professioni sono specchio di quelle della società e dell'economia, sempre più guidate dall'ambientazione globale, seppur a partire dai percorsi storici, dalle path dependences di ciascun Paese. Sono a tal punto rilevanti da costituire una forza propulsiva dell'attuale transizione a una società postindustriale, dei servizi, tecnologica. Il libero professionista ne è protagonista in quanto svolge – traendone guadagno - un'attività a vantaggio di terzi con servizi che richiedono professionalità da brain power. Il caso italiano, pur con i suoi ritardi, non fa eccezione a queste trasformazioni. I professionisti, come mostra l'aumento degli iscritti agli Ordini (+21,7% dal 2006), sono complessivamente in crescita, a dispetto della crisi. In questi ultimi anni, gruppi di nuove professioni hanno chiesto riconoscimento e legittimazione al Parlamento. Tuttavia, la crisi ha decelerato la crescita più sostenuta di professionisti che si era verificata nel decennio a cavallo dei due secoli. Ha contribuito anche a cambiarne composizione in termini di status sociale. Hanno saltato la crisi i professionisti affermati e di successo, quelli che ormai fanno parte di quella borghesia solo “in teoria” esistente in Italia. A conferma, le libere professioni occupano posizioni rilevanti tra le élite italiane in tutti i domini, dall'economia alle istituzioni, dalla cultura alla tecnologia. C'è poi il “corpo grosso” dei ceti medi professionali, che denuncia un certo affanno. Tuttavia, la novità è che oggi i liberi professionisti sono presenti anche nel polo inferiore della stratificazione sociale, tra i cosiddetti working poors.

Il divario generazionale senza precedenti condanna soprattutto i giovani professionisti in questa posizione di “ultimi”. È frequente trovare l’ingegnere trentenne a mille euro al mese o l’architetto che si arrabatta come può. Non è così per tutti, ma, con la crisi, aspettative e opportunità di guadagno in campo professionale sono diminuite.

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Anche altri processi di medio-lungo periodo incidono sulle trasformazioni delle professioni: dalla globalizzazione delle competenze e dei mercati, che privilegiano relazionalità e scambi in “rete”, con insorgenza di nuove professioni; all’outsourcing di servizi, tradizionalmente interni all’azienda, ora affidati a società esterne di professionisti; al cambiamento dei consumi delle famiglie, oggi convertiti per circa 2/3 in spese per servizi alla persona piuttosto che per beni e merci. Inoltre, la terza rivoluzione tecnologico-industriale (computer-internet) sta cambiando da anni funzioni e qualità delle attività professionali, anche di quelle «libere».

L’ambientazione tecnologica rilascia tuttavia alcune distopie. Ne hanno fatto le spese soprattutto i ceti medi professionali con attività routinarie e l’accelerazione prevista ad esempio nella biomedica colpirà anche professioni molto delicate e potenti nei sistemi sociali, come già sta avvenendo massicciamente nel trattamento delle informazioni o con le diagnosi di malattie mediante intelligenza artificiale.

Non c’è solo l’insidia che robot e intelligenza artificiale in futuro metabolizzino funzioni e attività professionali, ma, con lo sviluppo di queste tecnologie crescerebbe in modo esponenziale anche il divario tra chi è in grado di abitarle e chi no: un divario impervio da colmare tenuto conto degli attuali numeri e delle qualità depresse della scolarizzazione terziaria in Italia.

Il paradigma è noto: l’opportunità dei mercati è rilevante, ma anche la formazione è determinante. E’ essenziale anche per incoraggiare la creazione di comunità professionali nei territori; per tessere una rete di competenze, vitale per la competitività dello sviluppo locale-territoriale. Sarebbe un passaggio cruciale per un paese policentrico come l’Italia.

La cultura tecnologica non risparmia neppure il prestigio del libero professionista. Da un canto l’aumenta, in quanto mezzo veloce e preciso; dall’altro, contribuisce alla perdita d’autorevolezza del professionista anche per la facilità d’accesso all’informazione in tempi digitali. Da grandi sacerdoti ordinatori di società, economia e istituzioni, divengono gli high skill professionals della società e dell’economia tecnologica: professioni che - possibilmente - non sono più cospirazioni contro i profani, come al contrario sosteneva George Bernard Shaw ne Il dilemma del dottore.

In questo fiume di trasformazioni, è necessario adeguare forme e modalità di regolazione delle professioni, in Italia segnate da secoli di corporativismo. Lo si può fare anche con piccoli passi: a esempio, sull’accesso alla professione, in merito al quale più volte l’Antitrust ha raccomandato il ricorso “a un organo amministrativo imparziale”. Con altre parole: più criteri di merito, meno interessi corporativi e, eventuali, “camarille” che bloccano la mobilità sociale e professionale. Il Paese può crescere anche grazie a efficaci interventi misurati.

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