come colmare i gap dentro l’Unione

La società è la chiave dell’idea di Europa

di Carlo Carboni


(REUTERS)

3' di lettura

C’è poca società europea nel dibattito in corso: come se gli eventi europei non avessero una culla sociale. Si discute dell’Europa economica e di quella degli stati nazionali, che hanno in mano il regime intergovernativo dell’Ue: in testa la Germania che, l’anno scorso, ha raccolto il secondo maggior consenso tra i Paesi-leader Ocse (Gallup), dopo gli Usa e ben più dell’intera leadership europea. La società è tuttavia tornata materia di curiosità pubblica per l’insorgere di populismi e radicalismi.

Figli anche della crisi economica e delle politiche d’austerità, cavalcano un antieuropeismo che affonda le radici nel malessere sociale e democratico che affiora in Europa. Lo tsunami-crisi ha fatto schizzare in alto la disoccupazione (giovanile) nel Sud europeo, ha approfondito le disuguaglianze socioeconomiche, ha investito parte dei ceti medi impiegatizi, che, “in bolletta”, sono scivolati in uno stato di deprivazione relativa, al pari di parte del ceto medio produttivo. Sono segnali di malesseri postumi della crisi economica che non vanno sottovalutati perché ricalcano divari di lunga durata e oggi sono humus sociale fertile per i populismi. Dopo il successo dell’europeista Macron e quello prevedibile di Angela Merkel, saranno le elezioni italiane a misurare definitivamente la febbre ai populismi e radicalismi.

Ma qual è la morfologia e l’umore delle società europee? La statistica socioeconomica ci descrive un Vecchio continente frammentato in ben sei cluster societari (gruppi di Paesi tra loro sufficientemente omogenei): i Paesi scandinavi, l’Europa continentale, quella meridionale, la Mitteleuropa, i Paesi baltici e il “far east” bulgaro-rumeno. Si tratta di ben sei formazioni sociali sovranazionali distinte tra loro sul piano economico, sociale e politico. L’Europa a 28 è dunque poco più di un “sistema passante”. È forse opportuno restringere il ragionamento all’Eurozona dei 18. La pensa così anche la maggioranza degli europei (49%), che spinge per prendere decisioni unitarie senza aspettare l’assenso dei Paesi fuori dall’euro (Eurobarometro, 2017).

Nell’ambito dell’Eurozona, la frammentazione si riduce al dualismo societario nord-sud. Il gap tra questi due cluster societari è importante, soprattutto per mercato del lavoro e finanza pubblica. Spagna e Portogallo, Italia e Grecia sono Paesi “quasi isolani”, semiperiferici rispetto alla piattaforma continentale europea. Si tratta comunque di un divario alla portata dell’Eurozona se essa aprisse una corsia preferenziale e pluriennale a favore dei Paesi mediterranei, che più presentano la terribile accoppiata alto debito pubblico e forti populismi-radicalismi.

La politica europea dovrà perciò mettere a frutto le percezioni dei suoi cittadini, oggi di nuovo favorevoli alla prospettiva europea. Macron ha intuito e incassato questo rinnovato consenso europeo registrato ad aprile da Eurobarometro. La Merkel, dopo aver accolto a braccia aperte il neopresidente, ora sembra determinata a giocare la partita europea, anche perché i tedeschi sono tra i più filoeuropeisti: buoni rapporti con i vicini (Russia compresa) e presa di distanza dal mondo anglo-americano.

Il clima politico europeo sembra tornare interessante e quello sociale volgere al bello. Una larga maggioranza di europei (minore nell’euro-mediterraneo) ritiene opportuno che sia l’Europa unita ad affrontare spinosi problemi quali la lotta al terrorismo, la grave situazione mediorientale, la definizione dei rapporti con gli Usa di Trump e con Gran Bretagna, Russia e Cina; ancora, la disoccupazione, i flussi migratori e le disuguaglianze interne e fra stati a fronte di una crescita europea troppo timida. In breve, il bisogno di unità cresce non solo su questioni interne al mondo europeo, ma anche sui nodi geopolitici, sul posto occupato dall’Europa nella grande trasformazione del mondo. Forse, dopo lo spavento di Brexit, tra gli europei riemerge la ragione sulla paura, con il ritorno della fiducia nel progetto comune.

Restano però sul tavolo le scelte e anche i progressi da realizzare per irrobustire identità e unità dell’Eurozona a 18. A partire dal nodo - che prima o poi si ripresenterà - degli ingenti debiti pubblici degli stati meridionali, primo fattore di debolezza delle loro economie. Morale: se consideriamo le società dell’Europa a 28, esistono sei velocità, sia più alte (Paesi scandinavi) che inferiori (Est) a quelle dell’euro-continente e dell’euro-mediterraneo. La velocità è diversa anche tra questa piattaforma continentale e l’”arcipelago” dei Paesi meridionali, ma non è tale da non poter essere compensata da un progetto federale in grado di restituire all’Europa un ruolo da big player mondiale.

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