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La sofferenza trasformata in pratiche condivise di solidarietà

Salvatore Iaconesi ha reso possibile la prospettiva di un'esistenza che contempli la generatività e non solo l'estrazione, il tempo della relazione e non la fretta

di Alex Giordano

3' di lettura

Salvatore Iaconesi non era una persona comune. Aveva la capacità di vedere oltre l'ovvio, di creare nuovi nessi e di inventare modi diversi. Era un grande scienziato, uno sperimentatore, un curioso, un appassionato: era un hacker con l'attitudine punk. Non è un caso che abbia trovato nell'Arte lo spazio di libertà per far esplodere tutte le sue qualità immaginifiche e creative.

L'incontro con Oriana Persico, compagna e suo simbionte, lo ha ulteriormente sensibilizzato ai temi dell'ecologia e insieme si sono spinti ad esplorare le questioni sociali fino a sintetizzare il percorso artistico di una vita nel Nuovo Abitare, meta-performance che propone nuove alleanze con intelligenza artificiale e computazione, dove i dati diventano un elemento esistenziale e non puramente tecnico trasformandosi in luci, musica, suoni, forme, per aumentare la nostra sensibilità verso gli altri attori dell'ecosistema.

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I primi giochi con il computer a 12 anni, il LinuxClub di Via Libetta a Roma, Art is Open Source. Poi La Cura, la performance globale che Salvatore ha avviato nel 2012 in seguito all'arrivo del cancro al cervello, per riappropriarsi del proprio corpo e della propria identità creando una cura partecipativa open source (che ha raccontato anche sulle pagine di Nòva, ndr). La creazione di HER-She Loves Data, un Centro di Ricerca Culturale, con la realizzazione della prima opera data poietica, un'invenzione che contiene fisicamente l'innovazione concettuale esplosa negli 11 punti del Nuovo Abitare.

La poetica di Salvatore Iaconesi non è solo un atto creativo visionario ma è anche un profondo e necessario atto politico che va diffuso, spiegato e praticato. Indica una via possibile per evitare la deriva estrattiva dei dati e l'uso disumano dell'intelligenza artificiale, orienta verso il cambiamento radicale che necessita all'uomo e alle società per la propria stessa sopravvivenza.

Il mondo è profondamente malato, eppure non ha ancora compreso che la sua fragilità può diventare la sua forza solo accogliendo l'incertezza e l'unknown unknown cioè l'impossibilità di sapere cosa debba succedere dovuta alla mancanza di conoscenza: una condizione inevitabile che livella tutti gli umani e gli altri esseri viventi e che ci porta a rivoluzionare l'ordine delle priorità, senza competizione, senza aspettativa; accogliendo la sofferenza e la morte per immaginare e costruire le solidarietà, le economie e il muoversi insieme (commuoversi).

Salvatore era una testimonianza vivente che ci ha fatto vedere come si scavalcano i limiti, esercitando il suo originale immaginario e il suo infinito senso di possibilità e ogni volta si è rivolto a noi con la sua meraviglia per indicarci una via altra, dicendo: «Guardate! si può fare anche così».

La sua presenza ci ha inesorabilmente cambiati tutti, ma da oggi la vita di tutti noi è cambiata, anche di coloro che non hanno avuto l'onore di conoscerlo personalmente, Non abbiamo tempo per piangere, dobbiamo rimboccarci le maniche e assumerci la responsabilità della grande eredità che ci lascia.

So che avrebbe odiato questa definizione ma - visto dalla prospettiva di chi sente di aver perso insieme un fratello, un amico ed un maestro – il suo messaggio oggi mi sembra quello di un Messia che, trasceso il suo corpo, ci ha lasciato una narrazione che da sola sarà in grado di superare il suo tempo affinché, insieme, possiamo tradurlo in pratiche condivise e in azioni politiche orientate a immaginare, studiare e sperimentare modi nuovi per consentirci finalmente un'esistenza che contempli la generatività e non solo l'estrazione, il tempo della relazione e non la fretta, il valore creativo del terzo paesaggio e non la progettazione triste ed asettica del metaverso.

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