Opinioni

La solitudine del Medio Oriente

di Marwan Muasher

(Reuters)

5' di lettura

AMMAN – L’anno 2021 è stato segnato da importanti eventi in Medio Oriente e in Nord Africa, i cui effetti si faranno sentire a lungo in futuro. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan è stato solo l’ultimo segnale che la regione non solo sta cambiando rapidamente, ma sta anche finendo in fondo alla lista delle priorità della comunità internazionale.

La regione sembra già molto diversa da quella che il mondo ha conosciuto negli ultimi decenni, a causa dei recenti avvenimenti relativi al conflitto arabo-israeliano (in particolare la firma degli accordi di Abramo), all’implosione del Libano e alla crisi in Tunisia, per citarne alcuni. Ciò che si dice sulla regione, e quanto accade al suo interno, non è più sostenibile.

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La disastrosa invasione e occupazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003 aveva da tempo lasciato il pubblico americano diffidente nei confronti degli interventi militari e della costruzione della nazione, e il ritiro dall’Afghanistan è stata la manifestazione finale di questo disincanto. Gli elettori americani e le successive amministrazioni statunitensi sono giunti alla conclusione che il loro paese non sia particolarmente abile nel promuovere la democrazia o nel costruire istituzioni al di fuori dei propri confini. E poiché il boom dello shale americano ha effettivamente eliminato la sua dipendenza dal petrolio del Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno mostrato un calo di interesse nei confronti dei paesi che sembrano riluttanti o incapaci di stabilire sistemi politici ed economici più produttivi e inclusivi.

E c’è frustrazione anche in vaste aree del mondo arabo. Tra i goffi interventi dell’America in Iraq, Libia e Siria, e il suo continuo sostegno incondizionato a Israele nonostante la lunga occupazione del territorio palestinese da parte dello stesso, gli arabi sono sempre più disillusi di fronte alla politica statunitense. Il risultato è che gli Stati Uniti e il mondo arabo non sono mai stati più distanti.

Le rivolte arabe di un decennio fa hanno tentato di inaugurare riforme politiche ed economiche sostenute. Ma quell’agenda ha faticato a decollare ed è ora sottoposta a una forte pressione nell’unico paese in cui si è realizzata. Fino a poco tempo fa, la Tunisia si ergeva a modello di diversità politica, passaggi di potere pacifici e parità di genere. Eppure, ora è soggetto agli impulsi dittatoriali di un presidente eletto che gode di un ampio sostegno popolare. Allo stesso modo, il Libano, a lungo testimone di diversità culturale nella regione, versa ora in uno stato di quasi collasso, perché le sue élite politiche corrotte si rifiutano di anteporre gli interessi del paese ai propri.

Nel caso della Tunisia, resta da vedere se la recente instabilità sia un’anomalia da poter correggere, o invece preannunci il ritorno dello status quo pre-2011. E molti arabi si chiedono se il crollo politico ed economico del Libano segnerà anche la fine del suo impegno per la diversità culturale, o se il popolo libanese riuscirà ancora una volta a preservare un modello che ha esportato molto talento e speranza nel resto della regione.

Lo scorso anno è stato segnato anche da importanti accadimenti sul fronte arabo-israeliano. Due leader politici che in precedenza avevano messo in subbuglio il processo di pace hanno lasciato la scena. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il cui “accordo del secolo” era completamente sbilanciato verso gli interessi israeliani a spese dei palestinesi, è stato mandato a casa (insieme al suo “piano di pace”). E un destino simile è toccato a Binyamin Netanyahu, il primo ministro israeliano più longevo, che si è opposto apertamente a qualsiasi ritiro dai territori occupati per consentire la creazione di uno stato palestinese autonomo. Ma Israele ora ha un nuovo governo guidato da Naftali Bennett, la cui posizione su questa particolare questione è ancora più estrema di quella del suo predecessore.

Al di là di questi risultati elettorali, il 2021 sarà ricordato soprattutto per gli scontri tra le forze israeliane e i palestinesi nei distretti di Sheikh Jarrah e Silwan di Gerusalemme, e poi a Gaza. Più che in ogni altro momento nella storia del conflitto, la comunità internazionale ha iniziato a vedere questi episodi attraverso la lente dei diritti umani, con meno tolleranza per le violazioni israeliane.

Nel 2018 Israele ha promulgato una legge nazionale che ha formalmente relegato i cittadini palestinesi a cittadini di serie B. Ora tre importanti report pubblicati nell’ultimo anno hanno pesantemente criticato il trattamento diverso e iniquo che Israele riserva ai palestinesi, siano essi cittadini israeliani o sotto occupazione. L’ente israeliano per i diritti umani B’Tselem, le stimate organizzazioni Carnegie Endowment for International Peace e Human Rights Watch hanno tutti affermato (a vari livelli) che Israele ha istituito un ordinamento giuridico simile all’apartheid.

La parola “apartheid” era considerata tabù fino a pochi anni fa. Ma con i leader israeliani che dichiarano apertamente la propria opposizione a uno stato palestinese, le dinamiche politiche sono cambiate. Israele è evidentemente impegnato a sostenere la più lunga occupazione militare della storia moderna; ma le sue presunte violazioni dei diritti umani hanno raggiunto un livello che pochissimi nella comunità internazionale possono continuare a giustificare.

Gli Accordi di Abramo, ovvero gli accordi bilaterali che normalizzano le relazioni diplomatiche di Israele con quattro paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco) firmati alla fine del 2020, si sono rivelati inefficaci per il processo di pace. Di fatto hanno semplicemente permesso ai governi firmatari di assicurarsi guadagni politici ed economici dagli Stati Uniti. L’amministrazione Trump sperava che gli accordi servissero da contrappeso all’Iran, che ora ha un nuovo presidente dalla linea dura. E invece non hanno avuto alcun impatto sulla determinazione dell’amministrazione Biden di rinnovare l’accordo sul nucleare iraniano, né hanno avuto alcun effetto moderatore sulla posizione di Israele nei confronti dei palestinesi. L’Arabia Saudita, pur non avendo preso parte a tali accordi, sembra acconsentire, dietro le quinte, allo sforzo di costruire una coalizione arabo-israeliana contro l’influenza iraniana nella regione. Il regno saudita ha altresì adottato misure di liberalizzazione economica e sociale senza precedenti, pur mantenendo intatto il sistema politico.

In poche parole, anche se la regione sta attraversando un rapido cambiamento, molte cose restano invariate. La maggior parte dei leader arabi rifiuta di accettare che la strada verso la stabilità e la prosperità passi attraverso istituzioni forti, il rispetto per la diversità, sistemi economici inclusivi e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Anzi, reprime il dissenso e resta ferma sulle proprie posizioni.

Guardando avanti, sembra che il conflitto arabo-israeliano stia entrando in una nuova fase. I palestinesi, in particolare le generazioni più giovani, non credono più che sia possibile una soluzione con due stati e quindi stanno lottando nuovamente per la parità di diritti e possibilmente per un risultato democratico con un unico stato.

Al di là di questo conflitto, tuttavia, l’interesse della comunità internazionale nella regione continuerà a diminuire. Se gli stati arabi vogliono davvero raggiungere pace, stabilità e prosperità, dovranno avviare un processo di riforma politica ed economica credibile. E dovranno farlo da soli.

Traduzione di Simona Polverino

Marwan Muasher, ex ministro degli esteri e vicepremier della Giordania, è vice presidente per gli studi presso l’organizzazione Carnegie Endowment for International Peace e autore di The Second Arab Awakening: And the Battle for Pluralism .

Copyright: Project Syndicate, 2021.
www.project-syndicate.org

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