Il nuovo disco di Gianni Maroccolo

La solitudine, la mente e la follia

“Alone”, appena arrivato al IV capitolo, è un percorso discografico in “perpetuo” divenire: è un pezzo di storia sonora italiana, in cui possa convivere il rock col minimalismo elettroacustico, la sperimentazione col cantautorato, l'elettronica con la tradizione

di Michele Casella

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Gianni Maroccolo e il IV capitolo di “Alone”

“Alone”, appena arrivato al IV capitolo, è un percorso discografico in “perpetuo” divenire: è un pezzo di storia sonora italiana, in cui possa convivere il rock col minimalismo elettroacustico, la sperimentazione col cantautorato, l'elettronica con la tradizione


7' di lettura

Effettivamente, dopo 40 anni di carriera musicale vissuta col rigore dell'incontenibile passione, quella di un “album perpetuo” è l'idea allo stesso tempo più ovvia e provocatoria che un artista possa immaginare. Se poi questo progetto viene in mente a Gianni Maroccolo, si può essere sicuri che al suo interno si potrà trovare un pezzo di storia sonora italiana, in cui possa convivere il rock col minimalismo elettroacustico, la sperimentazione col cantautorato, l'elettronica con la tradizione.

Ecco dunque che nasce Alone, un percorso discografico in “perpetuo” divenire, appena arrivato al IV capitolo ma già proiettato verso un inaspettato futuro. Un concept personale, ma realizzato con un'ottima selezione di collaboratori. «Ho vissuto quasi 40 anni condividendo progetti musicali di insieme e/o di gruppo, era arrivato il momento di un progetto in solitaria», racconta Marok pochi giorni dopo la nuova uscita. «Vivo Alone come una sorta di laboratorio creativo aperto a tutti coloro abbiano il desiderio e la curiosità di sperimentare liberamente. Sono fortunato, perché ogni volta che lo propongo ad artisti, colleghi e amici, tutti mi dicono di sì».

Ascoltare Alone nelle settimane successive al lockdown fa un effetto particolare e senza dubbio conferisce nuovo senso all'operazione discografica. Non solo perché l'album spazia dalla concitazione post-rock all'elegia quasi eterea, ma soprattutto perché questo quarto capitolo pone in relazione la solitudine, la mente e la follia: tre elementi che nella recente emergenza Covid-19 hanno assunto una rilevanza particolare, mettendo alla prova l'equilibrio psicofisico delle persone. Al fianco di Maroccolo si rinnovano le collaborazioni di artisti di prim'ordine fra cui Luca Martelli, Umberto Maria Giardini, Giorgio Canali e Teho Teardo, ma anche di Don Backy (con la cover della sua Sognando, canzone del 1971 resa ancor più celebre da Mina) e di Stefano Edda Rampoldi. Quest'ultimo è poi compagno di Marok in un'altra – interessantissima ed estemporanea – avventura musicale, la pubblicazione del disco regalo Noio; volevam suonar. Trattasi di un album pensato e realizzato in piena quarantena per essere reso disponibile gratuitamente (sia nella versione digitale che in quella fisica) a tutti coloro che avessero effettuato il pre-order. Un sodalizio che – in un panorama nazionale che suona decisamente noioso ed annoiato – risulta fresco e felicemente irrituale, indifferente a qualunque catalogazione possa far comodo al mercato. E proprio di creatività e mercato, solitudine e collaborazioni, abbiamo parlato con Gianni Maroccolo in occasione di questa doppia uscita per Contempo Records, provando a cristallizzare un momento significativo nella ricchissima carriera del musicista fiorentino.

La solitudine forzata, che in molti hanno provato in maniera prepotente in periodo Covid-19, ha assunto in questi anni dei significati differenti? Ad esempio con la distanza fisica dettata dalla digitalizzazione o con la singolarità dell'ascolto in cuffia rispetto alla convivialità dell'ascolto collettivo? Quanto hanno contato i cambiamenti degli ultimi anni nella produzione di questo disco?
In realtà, quando il Covid-19 ci ha costretti in quarantena, la composizione Alone IV era a buon punto, anche se attendevo i camei di alcuni ospiti per cominciare a fare sintesi a livello di suono e di arrangiamenti. Paradossalmente, invece di accelerare la lavorazione, mi sono fermato a riflettere per cercare di comprendere cosa ci stava succedendo. Ho percepito nettamente che ciascuno di noi avrebbe perso qualcosa o qualcuno, ma ho cercato di rimanere lucido e di fare, per quanto possibile, la mia parte. A livello personale, il lockdown non credo abbia modificato molto la mia vita né tantomeno il mio approccio al lavoro, che da qualche anno è molto intimo e ritirato. Certo, mi sono mancati i concerti, dato che per ovvie ragioni sono stati tutti annullati, mi è mancato moltissimo non poter vedere la mia famiglia, per di più in un momento molto delicato in cui mia mamma è venuta a mancare. Ma ho cercato di vivere il presente senza paura, né sperando in un futuro migliore. È necessario avere una chiara percezione della realtà e del presente per potersi reinventare, per ricercare un nuovo spazio vitale che renda possibile vivere in modo attivo. Alone nasce in questo contesto: una collana seriale con pubblicazione semestrale dedicata ad appassionati di musica “altra” e di manufatti artigianali.

“Alone” mi ha anche fatto pensare a un grande scrittore contemporaneo come Michel Houellebecq, che in alcuni romanzi dipinge la solitudine come unica possibilità per i suoi protagonisti, sommersi talvolta dalla sofferenza e talaltra da una necessità quasi esistenziale di distaccamento. Proprio nel suo “Seratonina” alla solitudine corrispondono anche gesti di pura follia, spesso autolesionistica. Come si intersecano le maglie della solitudine con quelle della pazzia in “Alone”
Credo che la solitudine sia una delle conseguenze primarie in chi viene additato come pazzo o anormale. Non è la solitudine che sfibra le menti ma è l'esatto contrario per me. La società in cui viviamo si tiene a galla perché ci “educa” sin dalla nascita a un dualismo eccessivo e crudele. La diversità, uno degli aspetti che maggiormente ci arricchiscono culturalmente e umanamente, deve essere vissuta non come unità di intenti e bene comune, ma come elemento di divisione. In questo modo il “diverso”, da potenziale risorsa per il genere umano, si trasforma in un “nemico”. È la diversità a cui ci costringono che diventa causa di sofferenza, dolore, solitudine e devianze. Certamente Alone IV narra attraverso suoni, note e parole anche la solitudine, ma non come causa della follia bensì come conseguenza inevitabile di chi viene estromesso dalla vita in quanto “diverso”.

Mi ha colpito la scelta di Don Backy, la cui voce sfugge un po' (per toni ed espressività) al resto dell'album…
Sognando è una bellissima canzone e ho pensato che potesse diventare una sorta di “manifesto” del disco. Ho proposto ad Edda di reinterpretarla e mentre stavamo lavorando è nata l'idea di coinvolgere anche Don Backy per un duetto. Sia io che Stefano adoriamo Don Backy e la sua storia, è stato emozionante avere la sua voce nel pezzo. A 81 anni ha voluto partecipare a tutti i costi al progetto e si è dovuto ingegnare per registrare la sua voce con uno smartphone. Commovente, una scelta di cuore.

L'omaggio a Brian Eno è una celebrazione delle anime in viaggio, ma può essere anche un modo per ripartire da sé e allo stesso tempo superare la solitudine?
Siamo tutti in viaggio in questa vita terrena, dove ci è permesso di rinascere varie volte. Siamo, più o meno consapevolmente, connessi tra noi e insieme contribuiamo alla vita del pianeta. Ognuno dona il suo contributo non in solitudine ma in modo individuale, rendendo possibile il grande mistero della vita. L'essere umano è una specie molto giovane e quindi perfettibile. Il mio sentire vuol credere che la vita terrena sia una sorta di scuola e che a tutti venga data la possibilità di evolversi attraverso questa e altre vite.

A proposito di collaborazioni, la figura di Edda è senza dubbio fra le più importanti, tanto da averci realizzato anche il disco-regalo Noio; volevam suonar. Come si è svolta la collaborazione a distanza, come una produzione in bassa fedeltà?
Adoro da sempre la vocalità di Edda, il suo ritorno da solista è stata una delle cose più belle e sorprendenti di questi anni. Ci eravamo già incrociati per Alone vol. I e ci dicemmo che, prima o poi, avremmo fatto qualcosa insieme, come ad esempio partecipare al festival di Sanremo in due o fare un disco. Credo che NVS sia la conseguenza naturale del legame profondo che si è creato tra noi in questi due anni. Mentre lavoravamo a Sognando mi è venuto spontaneo chiedere a Stefano se avesse voglia di fare subito un disco insieme e lui, dopo averci riflettuto 48 ore, ha detto che era il momento giusto. Non è stato necessario discutere o inventarci nulla; abbiamo iniziato a scambiarci idee, demo, testi, “provinacci”, e ci abbiamo lavorato con i mezzi che avevamo fino a quando ci siamo resi conto che avevamo undici canzoni che ci piacevano. A quel punto le abbiamo sistemate e Lorenzo Tommasini (grande fonico con cui collaboro da anni) le ha missate. Poi Stefano si è inventato il titolo e l'idea di copertina. Ci siamo fatti un regalo e abbiamo deciso di condividerlo regalandolo a chiunque lo desiderasse. Di questo non finiremo mai di ringraziare la Contempo Records, che ci ha supportato e reso possibile questo dono. Un modo come un altro di fare la propria parte in un momento molto difficile per tutti.

In “Noio; volevam suonar” ci sono delle grandi canzoni ed un pizzico di nostalgia. Oggi viviamo l'era della playlist, fatta di digitalizzazione e smaterializzazione del supporto fonografico, cosa ha portato di migliore nel rapporto con gli ascoltatori? Magari proprio la possibilità di realizzare un disco in poche settimane da diffondere attraverso il passaparola della Rete?
Non saprei. Penso che in fondo il mio approccio sia sempre stato un mix tra il cosiddetto “low budget” ed un sano e onesto lavoro artigianale. Ho sempre dato la priorità ai contenuti, più che alla forma, e non ho mai inseguito il successo o la popolarità. Ho sempre lottato e combattuto (e ancora oggi è così) per riuscire a trovare il modo di realizzare i miei sogni, i miei desideri. In questi 40 anni di musica ho attraversato crisi e cambiamenti di ogni genere e l'ho sempre fatto da indipendente. Credo che l'elemento essenziale sia quello di produrre buona musica, come poi circoli è un aspetto meno importante, anche se credo che la formula migliore per condividere musica rimanga quella del concerto. Continuo a credere che la Rete sia una grande opportunità per tutti; mercato e media ci propongono circa il 5% della musica che viene prodotta ogni giorno nel mondo, e il Web ci viene in aiuto per aiutarci a scoprire il 95% rimanente.

L'emergenza Covid ha modificato completamente l'approccio professionale allo spettacolo dal vivo. Adesso si stanno varando le prime regole a livello nazionale e regionale per il ripristino delle attività: il modello di business fino ad ora utilizzato è ancora sostenibile? Quali le possibili soluzioni?
Non so se cambierà qualcosa. Immagino che passata l'emergenza tutto tornerà come prima. Grandi eventi e mega concerti con prezzi dei biglietti assurdi e poi, come al solito: il resto, la musica “altra” e le avanguardie, dovranno continuare a soffrire per ritagliarsi un posticino al sole. È sempre stato così e dubito che l'emergenza costringerà il “mercato” a modificare le sue regole. Credo sia un peccato perché la storia ci insegna che spesso avanguardia, cultura e innovazione nascono lontane da stadi e palasport. Ma tv e radio continueranno imperterriti a seguire solo ed esclusivamente la logica del profitto e così, come purtroppo sta accadendo da anni, chiuderanno locali e sale da concerti, circoli culturali, festival e rassegne di musica “altra”.

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