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La Somalia ha un nuovo presidente, scelto in un hangar blindato

di Roberto Bongiorni


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(EPA)

2' di lettura

Da oggi la martoriata Somalia ha un nuovo presidente. È Mohamed Abdullahi Farmajo, l’ex primo ministro. Che peraltro ha la doppia cittadinanza somala-statunintense.

Alla fine, dopo quattro rinvii nel 2016, si è dunque votato. Non nei seggi disseminati per il paese. O nell’aula di un Parlamento. Ma in aeroporto, all’interno di un angusto hangar, per l’occasione ancora più blindato. È forse questo il solo luogo considerato sicuro a Mogadiscio.

Gli al-Shabaab, gli estremisti islamici affiliati ad al-Qaeda, hanno colpito dappertutto Negli hotel frequentati dai politici, nelle stazioni di polizia, per le strade, nei centri congresso.

Vi sono paesi talmente insicuri dove anche un appuntamento così importante come le elezioni del prossimo presidente si deve tenere in un modo e in un luogo rocambolesco. Quasi non c’era posto per i 275 parlamentari e i 54 senatori – scelti gli scorsi mesi da 14mila anziani appartenenti a clan e tribù varie - chiamati ad esprimere il loro voto. Ma non c’era alternativa.
L’hangar dista a pochi metri dal quartiere generale dell’Unione africana che, con i suoi 20mila soldati stanziati in Somalia, molti dei quali nella capitale, sta cercando di arginare l'offensiva terroristica portata avanti dagli Shabaab e tentate di avviare un delicatissimo, quanto rischioso, processo di transizione democratica. Dopo quattro rinvii – per le solite questioni di sicurezza - si è deciso dunque di votare nell’aeroporto.

Somalia blindata per elezione presidente

Le tre precedenti votazioni si tennero rispettivamente nell'accademia di polizia di Mogadiscio (2012) e fuori dai confini nazionali, in Kenya (2007) e in Gibuti (2004). D'altronde non c'è luogo più pericoloso al mondo per svolgere il lavoro di parlamentare. Negli ultimi 4 anni ne sono stati uccisi 18, quasi tutti per mano degli estremisti islamici di al-Shabaab, ma anche da clan rivali.

Sempre per questioni di sicurezza tutto si è svolto in un solo giorno. Dei primi 20 candidati, al primo turno, solo 4 sono “passati” al secondo turno: il presidente uscente Hassan Sheikh Mohamoud, il primo ministro Omar Abdirashid Sharmarke, l’ex presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed e l’ex primo ministro
Mohamed Abdullahi Farmajo, che allafine l’ha spuntata sui suoi rivali.

La martoriata Somalia ha dunque un nuovo presidente. L’uomo su cui la Comunità internazionale punta ad avviare quel difficilissimo processo di stabilizzazione in un Paese a base clanica, dove sulle istituzioni prevale sempre l’appartenenza ad una tribù. Uno dei pochi Stati al mondo dove più della metà della popolazione non ha abbastanza da mangiare, tenendo come riferimento gli standard minimi di nutrizione. Un compito più che complesso. Mohamed Abdullahi Farmajo si troverà a guidare un Paese in perenne stato di guerriglia ormai dal 1991, quando venne meno la feroce dittatura di Siad Barre.
Certo, già le voci - nonconfermate - di un “mercato dei voti” –secondo alcune denunce sarebbero costati in alcuni casi circa 30miladollari – avevano fin dall’inizio macchiato l’immagine delle elezioni. Ma la corruzione è un problema endemico in Somalia. È una pianta molto diffusa nel Corno d'Africa, che richiederà tempo per essere eradicata. Anche se non il più trasparente dei voti, si tratterà comunque di una votazione. E per la Somalia non è cosa da poco.

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