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La sostenibilità ambientale, economica e sociale crea valore per le imprese

Le prime esperienze di agricoltura rigenerativa sono molto incoraggianti, ma non ci sono soluzioni magiche

di Andrea Illy

 Il Parco nazionale di Donana è minacciato dai campi in cui si produce il 90% della fragole spagnole

4' di lettura

Si fanno molte ipotesi, nei più importanti consessi internazionali, sulle cause e le possibili soluzioni delle grandi emergenze globali attuali, come la pandemia e la guerra, senza però intravvedere vie d’uscita immediate. Si sta tuttavia generando una consapevolezza sempre più diffusa sul fatto che la transizione climatica subirà un’accelerazione, sia per creare fonti energetiche e alimentari alternative a quelle Russa e Ucraina, sia per generare prosperità e benessere grazie a un’economia più sostenibile, equa e sana.

Il cambiamento climatico e le sue conseguenze sono ben noti. Ciò di cui forse c’è meno consapevolezza è la causa, ossia il nostro modello di sviluppo passato e presente estrattivo e lineare, che è strutturalmente insostenibile. Oltre a consumare inesorabilmente capitale naturale, si continua a produrre un’infinità di residui, che si accumulano nell’ambiente, con effetti devastanti sul cambiamento climatico, sull’inquinamento della biosfera, sulla perdita di biodiversità e sulla salute.

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Sul tema della sostenibilità c’è una certa dissonanza cognitiva che, ad esempio, porta le persone a pensare che riguardi soltanto l’ambiente e l’energia, o che il problema sia la crescita. Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza: le sostenibilità sono tre – ambientale, economica, sociale – in ordine alfabetico, perché sono tutte altrettanto importanti e reciprocamente interdipendenti; la sostenibilità non riguarda soltanto la “mitigazione” dell’inquinamento, ma anche – e, in certi momenti storici come questo, soprattutto – l’adattamento agli effetti dell’inquinamento stesso; non ci sono solo le emissioni di carbonio dei combustibili fossili, ma tutto il resto dell’inquinamento provocato dall’agricoltura e dall’industria, che danneggia tutti gli ecosistemi terrestri e acquatici – naturali, rurali, industriali, urbani, marini e di acqua dolce; la crescita è il prerequisito dalla sostenibilità economica, per cui, paradossalmente, la sostenibilità si può raggiungere solo continuando a sostenere la crescita che ha creato il benessere di cui godiamo, ma nel contempo ha causato l’insostenibilità sistemica in cui ci troviamo oggi.

Dobbiamo solo cambiare il tipo di feedback che la alimenta. Un esempio per tutti: se l’energia fossile, dopo essere stata fonte di feedback positivi per secoli, oggi è diventata causa di feedback negativi per via del cambiamento climatico, significa che è necessario passare a fonti energetiche alternative.

In quest’ottica, la sostenibilità è un importante fattore di creazione di valore economico per le imprese: essendo più sostenibili, infatti possono diminuire i loro rischi operativi, acquisire un vantaggio reputazionale, ridurre i costi, aumentare le loro quote di mercato e diminuire il costo del denaro.

La transizione climatica o ecologica, che dir si voglia, è però molto complessa: si articola infatti, a sua volta, in transizione energetica verso l’energia rinnovabile, transizione agro-ecologica verso un’agricoltura rigenerativa per l’ambiente e benefica per la salute e nuova transizione industriale verso la circolarità, che integri in modo pulito produzione e smaltimento dei beni.

In tutto questo, ciò che guida è la ricerca del benessere dei cittadini, che innesca un circolo virtuoso. La consapevolezza che la propria qualità della vita dipende dal mondo in cui viviamo ci porta ad averne più cura, l’economia circolare detossifica la biosfera e quest’ultima, rigenerandosi spontaneamente, restituisce alle persone un ambiente sano e bello.

Le interazioni e interdipendenze tra tutti i fattori creano un livello di complessità straordinario che, contrariamente all’approccio riduzionistico generalmente applicato, richiede un approccio sistemico. Affrontando i problemi uno a uno si rischia di non risolverli, perché i sistemi hanno comportamenti non lineari e non prevedibili o, peggio ancora, di risolvere un problema creandone altri.

Questo spiega l’assoluta necessità di scegliere un modello efficace ed efficiente.

Partendo da queste considerazioni, con un gruppo di imprenditori abbiamo fondato la Regenerative Society Foundation, il cui scopo è promuovere il modello rigenerativo, inteso come «produrre co-benefici ambientali e sociali con l’attività d’impresa, tramite la ricerca del benessere, l’economia circolare e la rigenerazione della biosfera».

Abbiamo decenni di esperienza nella sostenibilità e, più specificamente, abbiamo studiato e testato questo modello rigenerativo per cinque anni prima di proporlo. Di tutti i possibili stakeholder abbiamo deciso di rivolgerci alle imprese di tutti i settori, perché qualsiasi cosa è prodotta da un’azienda e perché collegialmente sono le uniche ad avere la potenza economica e la conoscenza per affrontare la transizione ecologica.

Le norme sempre più stringenti emanate dalle istituzioni, i clienti e gli investitori sempre più selettivi sui criteri di sostenibilità, le fughe in avanti dei concorrenti, rappresentano delle minacce esistenziali per le imprese, che ormai sanno di dover diventare circolari ed ecologiche. La Regenerative Society Foundation rappresenta un punto di riferimento aggregatore di esperienze e competenze che mancava.

La fondazione è governata dalle imprese e indirizzata dalla scienza. Il nostro comitato scientifico, interdisciplinare, racchiude competenze di epidemiologia ambientale, botanica, scienza del suolo, biologia molecolare, climatologia, architettura e urbanismo, economia, data science, bioetica, felicità, nutrizione, sociologia e, in previsione, oceanografia e quant’altro si renderà necessario.

Entrare nella fondazione significa dunque, innanzitutto, sposare e supportare un’idea, un modello e condividere un sogno. Spingere tutti assieme, perché è veramente venuto il momento di farlo. Significa però anche scambiare conoscenza con imprese e scienziati che hanno adottato il modello da tempo, evitare il rischio di comprare soluzioni di greenwashing a caro prezzo, poter misurare l’impatto dei propri progetti, condividere gli investimenti nella ricerca e nelle piattaforme di big data, costruire partnership pubblico-private, ricevere assistenza sui propri progetti rigenerativi tramite la rete di consulenti e investitori accreditati dalla fondazione ed eventualmente partecipare a progetti con altre aziende.

Le prime esperienze fatte nell’agricoltura rigenerativa nei settori alimentare, cosmetico, farmaceutico, moda, architettura sono molto incoraggianti, ma sia ben chiaro: non ci sono promesse o soluzioni magiche. La transizione è fatta di investimenti in nuove tecnologie, la maggior parte delle quali ancora allo stadio sperimentale o non ancora disponibili. Sarà il circolo virtuoso tra miglioramento dell’impatto ambientale e della circolarità a portare negli anni ritorni economici incrementali.

Il nostro invito è dunque alle aziende virtuose, che già perseguono il modello rigenerativo, magari ante litteram, come spesso accade nel panorama delle splendide imprese del nostro Paese. Adesso più che mai è anche il momento di contribuire al Pil dell’Italia e rafforzarne il ruolo geopolitico in Europa, come Paese leader della sostenibilità, quale già siamo, e nel Mediterraneo con iniziative che possano produrre cibo, energia e lavoro in Africa.

Ogni viaggio comincia con il primo passo, ed è venuto il momento di farlo. Però, come narra un detto africano: «Se vuoi andare veloce vai da solo, ma se vuoi andare lontano vai con altri».

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