Opinioni

La sostenibilità ci renderà competitivi

di Leonardo Becchetti

(stockWERK - Fotolia)

3' di lettura

Il Consiglio europeo ha finalmente approvato il bilancio 21-27 e il Next Generation Eu, mettendo in gioco complessivamente più di 1.800 miliardi nell’arco di sette anni. Solo con Next Generation Eu per l’Italia sono a disposizione, come sappiamo, 209 miliardi tra fondo perduto e prestiti a lungo termine e tassi molto bassi, quattro volte quello che fu il piano Marshall rivalutato ai prezzi odierni.

La transizione ecologica è al centro del progetto comunitario. Se è vero che il 30% degli investimenti devono espressamente avere come obiettivo quello climatico è altrettanto vero che tutti gli investimenti devono passare il criterio “verde Paretiano” del “do not substantially harm” ovvero devono produrre miglioramenti sostanziali su almeno una e non far fare passi indietro sulle altre cinque dimensioni del problema ambientale identificate dall’Unione europea (mitigazione climatica, adattamento climatico, economia circolare, prevenzione dell’inquinamento, salute dell’ecosistema, uso sostenibile dell’acqua e delle risorse marine).

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Perché il piano abbia successo abbiamo bisogno di una visione ambiziosa e capace di contemperare dimensione economica e ambientale, mettendo assieme la generazione di valore economico, la creazione di posti di lavoro e i sei obiettivi ambientali sopra citati. È possibile vincere la sfida con politiche “popolari” in grado di generare incentivi a comportamenti virtuosi verso la transizione ecologica di milioni di famiglie e imprese. Tenendo bene a mente che non esiste un dilemma tra transizione ecologica e competitività perché la sostenibilità ambientale (e la scarsa esposizione al rischio climatico) sono e saranno fattori chiave della competitività futura delle nostre imprese.

L’Italia affronta questo percorso con una criticità in più. L’11 novembre la Corte di giustizia europea ci ha condannato per violazione dal 2008 delle direttive sull’inquinamento da polveri sottili e rischiamo da questo punto di vista sanzioni pesanti. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità le polveri sono responsabili di circa 218 morti al giorno (malattie polmonari e cardiovascolari) nel nostro Paese. La regione locomotiva del Paese, per le caratteristiche geo-morfologiche del suo territorio, è quella più a rischio. La transizione ecologica in Italia è dunque doppiamente prioritaria.

La strategia da porre in atto ha alcuni semplici capisaldi. La sfida si vince promuovendo l’innovazione in economia circolare (più riuso e riciclo negli input di produzione e uso virtuoso dei rifiuti) e con la trasformazione dell’edilizia, dei trasporti, dell’industria, dell’agricoltura e del modo di produrre energia. È un’opportunità non un vincolo perché da sempre l’economia cresce quando si introducono nuovi prodotti e processi produttivi e oggi la transizione ecologica ci chiede proprio questo. Le direzioni più promettenti di azione sono chiare. L’efficientamento energetico degli edifici per ridurre il contributo del riscaldamento alle emissioni e alle polveri sottili e la sostituzione mezzi di trasporto più inquinanti con quelli meno inquinanti sono due misure che possono e devono dare slancio con opportune misure d’incentivazione a due settori nevralgici per l’economia del Paese. Gli investimenti privati che accelerano la transizione ecologica in qualunque settore economico devono avere condizioni di favore. Schemi come quello del Made Green in Italy lanciati dal ministero dell’Ambiente devono offrire risorse ai settori produttivi che sviluppano certificazioni di qualità ambientale. Gli appalti verdi, dove siamo secondi nel mondo per valore, devono essere ulteriormente promossi e incentivati attraverso la formazione delle stazioni appaltanti e la definizione dei Criteri minimi ambientali nei settori non ancora coperti. La rendicontazione non finanziaria va ulteriormente promossa come metodologia che aiuta le aziende a monitorare e comunicare il proprio impegno nella transizione ecologica, sempre più cruciale per l’accesso non solo a fondi comunitari e nazionali, ma anche a quelli dei fondi d’investimento privati. Bonus dei manager e premi di produzione devono scattare al superamento non solo di soglie di profitto, ma anche al miglioramento su indicatori ambientali come sollecitano i fondi Esg e come alcune imprese stanno già volontariamente facendo. I sussidi ambientalmente dannosi (19 miliardi in Italia) possono e devono essere trasformati in sussidi ambientalmente favorevoli ed è possibile farlo a costo zero per gli attuali beneficiari separando beneficio economico e dinamica dei prezzi delle fonti fossili.

Con i Btp verdi di prossima emissione possiamo aprire un ulteriore canale di finanziamento nazionale per realizzare questa strategia e l’Unione europea (come peraltro previsto dal 2023) deve proteggere il nostro essere all’avanguardia nella transizione ecologica da forme di dumping ambientale di imprese che producono in Paesi terzi con border adjustment taxes come già annunciato da Ursula von der Leyen.

Non c’è tempo da perdere. La direzione di marcia è chiara e i mercati finanziari hanno già votato se osserviamo le variazioni di valore di mercato delle imprese più o meno avanti nella transizione ecologica. La rivoluzione della transizione ecologica è una trasformazione tanto radicale e pervasiva quanto quella delle varie tappe della rivoluzione industriale e l’Italia non deve restare indietro, ma esserne protagonista.

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