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La sovranità dei consumatori e il loro potere

Chi è la figura, pallida e ambigua, che si aggira nelle terre d’Occidente e d’Oriente? ed ha in suo destino di distruggere le cose, di ridurle al nulla, affinché altre siano súbito manipolate e gettate per le vie del mondo?

di Natalino Irti

4' di lettura

Chi è la figura, pallida e ambigua, che si aggira nelle terre d’Occidente e d’Oriente? ed ha in suo destino di distruggere le cose, di ridurle al nulla, affinché altre siano súbito manipolate e gettate per le vie del mondo?

È il consumatore. Colui che usa, logora, sfrutta, e annichila le cose. E appena determina il vuoto, ecco che esso si riempie, e ricolma, e trabocca di altre cose. “Distruzione creatrice” fu detta da Joseph Schumpeter: un ridurre o ricacciare nel nulla, il quale ridesta le energie della produzione. È un vortice effimero e mutevole, un regno di necessità bisogni desiderî, di cui la tecno-economia, la razionalità degli apparati produttivi, si nutre ogni giorno e senza il quale súbito perirebbe.

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I beni, dal consumatore insieme desiderati e annichiliti, provengono dal mercato: sono merci, che l’apparato tecnico-economico produce ed offre al gusto voluttuoso dei singoli. Codesto apparato non ha altro volto se non le geometriche o variopinte navate dei centri commerciali; non ha altro nome se non le griffes ed i marchî di merci. Da un alto, la massa anonima e indistinta dei consumatori; dall’altro, l’apparato tecnico della produzione. Nel mezzo si allarga una steppa deserta, i luoghi nudi e metallici del mercato. Tutto ciò che era intermedio – antiche comunità, ceti professionali, residui di fedi ed arti ecc. – va eliminato: la sua sopravvivenza non risponde all’interesse né della massa consumatrice né dell’apparato produttivo.

In luogo di varietà e singolarità, sta la massa dei consumatori, la moltitudine “indifferente”: cioè senza altra differenza, e nota personale, che non sia la cosa scelta per il consumo. Entro quella massa non si distinguono individui, ma soltanto categorie di consumatori, definiti in funzione dei tipi di merce. Le merci sono criterio di determinazione, scompongono la massa in categorie, queste collocano in luoghi dello spazio e punti del tempo, suscitano forme proprie di disciplina legislativa. I modi, in cui i consumatori si raggruppano e associano, sono anch’essi orientati dal genere di merce: il vincolo nasce e si svolge fra soggetti, che consumano il medesimo bene, e soltanto perché consumano il medesimo bene. Il carattere nichilistico del consumo non risparmia queste sedi associative, che tanto durano quanto dura il rapporto fra soggetti e merci. Al di là di questo, perdono ogni ragion d’essere.

La figura del consumatore si viene collocando al centro del nostro tempo. Non più il cittadino, che, prendendo il luogo dell’antico suddito, si fa partecipe della casa comune, ma il consumatore il quale distrugge, senza tregua e senza gioia, le cose offerte dall’apparato produttivo. Leggi, e programmi politici, e intese parlamentari si compiono, non a tutela dei cittadini, ma dei consumatori.

I quali anche ricevono, in cerchie di giuristi e ideologi, nobiltà di “persone” e pregio di cristiana elevatezza; e perciò esigono difese legislative e protezione di tribunali. Assistiamo così al vano tentativo d’introdurre nel mercato – ossia, nel luogo dell’insaziata volontà di profitto – principî di religione e massime evangeliche, e di consegnare gli uni e le altre alla custodia dei consumatori. Diciamo vano e ingannevole, poiché i consumatori non possono uscire dalla logica del moderno capitalismo, e sono, e restano, tali soltanto all’interno di essa e nel rapporto con l’apparato produttivo. La severa e tragica lotta di classe, e il cristiano anelito di giustizia sociale, non possono convertirsi nella cura legislativa dei consumatori.

Questo sovrapporsi ha per inevitabile corollario che classe politica e potere legislativo si rivolgano ai cittadini che consumano: cioè, a coloro che si trovano nella condizione di “entrare nel mercato” e di scambiare danaro contro beni. Ed, anzi, di stimare acquisto e consumo di beni per ragione costitutiva della vita. La figura unitaria del cittadino, in cui si riconoscono poveri e ricchi, fortunati e infelici, si rompe nel cinico dualismo di consumatori e non consumatori.

Arduo il tentativo di restituire identità al consumatore (ma nobile e generosa è la “sovranità alimentare”), di farlo individuo fra individui capaci di scegliere, provvisti di mente guardinga e accorta, forti nella resistenza a seduzioni del mercato.

Restituire la “sovranità” è, con esercizio di umile realismo, ridestare la consapevole facoltà di scelta, il tenace sottrarsi a merci omologanti, la difesa del “paese” come luogo di integrale vita e custode di antiche consuetudini. La ferrea gabbia del capitalismo lascia ancora qualche varco di identità. Non a caso un denso capitolo dei “Prolegomena sul patriottismo”, dovuti all’acutissimo Robert Michels, è dedicato alla “nostalgia dei cibi del proprio paese”. Il saggio risale alla fine degli Anni Venti, quando poco o nulla lasciava presagire l’universale espansione di consumi uniformi. Ne rimane il messaggio a un’educazione critica di carattere alimentare: educazione alla scelta fra le merci, alla preferenza per i prodotti immuni dal contagio planetario, alla tutela di ciò che resta del passato. Questa è forse la sovranità, l’unico e concreto potere, di cui il consumatore, tornato consapevole cittadino, può valersi dinanzi all’assediante varietà dei beni prodotti.

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