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«La sovranità tecnologica non è un concetto astratto o ideologico»

Domitilla Benigni. In un settore storicamente monopolizzato da uomini come la difesa, l’amministratrice delegata di Elettronica è una delle pochissime donne in un ruolo apicale

di Paolo Bricco

Domitilla Benigni (Illustrazione di Ivan Canu)

6' di lettura

«La geopolitica è sempre stata determinante. Adesso, però, si sta facendo influenzare in misura crescente dalla sovranità tecnologica. Un tempo la geopolitica determinava la tecnologia. Ora accade il contrario. Basta guardare quale effetto sta avendo sugli equilibri internazionali il predominio cinese nel 5G. Per questa ragione occorre porre una attenzione civile e politica, economica e culturale al concetto di sovranità tecnologica».

Una donna al comando

Domitilla Benigni, classe 1969, è amministratrice delegata di Elettronica, gruppo italiano specializzato in difesa elettronica e in cyber-sicurezza fondato a Roma nel 1951 dalla sua famiglia, che controlla il 35% del capitale (Leonardo ha il 32% e Thales il 33%). Inoltre, è presidente di Cy4Gate, una società attiva nello stesso segmento e quotata al listino Aim di Borsa Italiana. Gli aerei Eurofighter e le fregate Fremm hanno sistemi e concezioni sviluppati da Elettronica. Una delle nuove frontiere è l’utilizzo delle onde elettromagnetiche per isolare, catturare e disarmare i droni che oggi sono il nuovo pericolo nelle zone di guerra e nelle città di pace.

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Siamo al ristorante Pianostrada, in via delle Zoccolette a Roma. Tutto, qui, è atipico rispetto allo standard di una città spesso sospesa, nelle classi dirigenti attovagliate, fra la crapula e lo sberleffo, il desiderio crasso di mangiare e l’impulso a capire come fare a esistere nel proscenio della politica e della pubblica amministrazione, del denaro a debito e della pubblica commedia: intorno a noi non c’è nessun politico con assistente scarmigliato o portavoce al telefonino, nessun dirigente di aziende controllate dal Tesoro con cravatte di Marinella, nessuna commercialista con orologi al polso non proprio eleganti, nessun sindacalista pronto al benessere da consiglio di amministrazione o da candidatura in parlamento.

Linguaggio da manifattura internazionale

Anche la conversazione con Benigni ha uno standard e un linguaggio da manifattura internazionale. Parlare con lei non ti lascia alcun retrogusto di non detto o di troppo detto. E ti permette di aprire degli squarci - non teorici, ma empirici - su alcune strutture economiche e tecnologiche, molto visibili e molto nascoste, della realtà. Mentre la cameriera porta caraffe di acqua minerale, dice Benigni: «La sovranità tecnologica non è un concetto astratto o ideologico. Ma è pratica quotidiana dei mercati, delle istituzioni della politica e dei rapporti fra le imprese. Le quali stanno assumendo una centralità progressivamente maggiore, appunto, nella determinazione della sovranità tecnologica e dunque della fisionomia della geopolitica».

Il marito Enrico Peruzzi è un manager di Leonardo. La loro figlia, Elena, ha 19 anni ed è al primo anno di Politics, Philosophy and Economics alla Luiss. Il figlio Andrea ha appena finito la seconda classe del liceo scientifico dai Fratelli delle Scuole Cristiane di Villa Flaminia.

«Conta solo la competenza»

Domitilla Benigni è una delle poche donne nel club dei maschi della difesa, insieme a Kathy Warden di Northrop Grumman, a Phebe Novakovic di General Dynamics, a Gwynne Shotwell di SpaceX e a Leanne Caret di Boeing Defense, Space & Security. Sorride Domitilla: «In effetti sono quasi tutti uomini i manager e i generali, i politici e gli alti funzionari degli organismi internazionali. Per me non è mai stato un problema. Mi sono abituata fin dalla facoltà di ingegneria alla Sapienza qui a Roma, dove eravamo poche, agguerrite e amiche fra noi. Il nostro ambiente è molto duro. Alla fine, non interessa a nessuno se sei uomo o donna. Conta solo la competenza. Anche per questo sono contraria alle quote rose nei consigli di amministrazione e nelle cariche pubbliche».

La cameriera ci porta del Franciacorta Podere Cavaga e una serie di antipasti. Polpettine con cuore caldo di mozzarella pugliese e basilico. Focaccia con prosciutto crudo Patanegra e pezzettini di pomodori all’occhio di bue. Un delizioso tonno di coniglio con il melograno e la scaloppa di foie gras, a livello di ottimo ristorante delle Langhe.

L’intero incontro con Domitilla prende una piega sorprendente. Anche perché, qui, sembra di stare in una Roma emendata da se stessa. Le persone mangiano e chiacchierano senza urlare o senza fare quello che chi parla bene definisce name dropping. Le proprietarie del ristorante sono quattro donne (Paola, Chiara, Flaminia e Alice). La cuoca, Paola, è una ex funzionario della Consob. La portafinestra che dà su via delle Zoccolette è aperta: l’aria che scorre nel locale e arriva nel giardino retrostante offre una frescura riposante. Si aggirano mansueti i cani delle proprietarie: Theo, un golden retriever, e Wanda, una bulldog inglese.

Origini e successo di Elettronica

Benigni non conosce la realtà della geopolitica e dell’industria secondo gli stilemi astratti dei centri studi o tramite le arruffate teorie dei lobbysti e dei mediatori che da sempre riempiono Roma e che sono diventati più numerosi e attivi con la montagna di denaro pubblico nazionale ed europeo del Pnrr. Benigni conosce la geopolitica e l’industria attraverso il codice dell’impresa e la pratica del management. La genesi di Elettronica, che ha 753 dipendenti e nel 2020 ha avuto un fatturato di 205 milioni di euro e un risultato netto di 14,5 milioni, ha osservato la traiettoria storica del migliore capitalismo manifatturiero italiano: nell’Italia del Boom Economico il prozio di Domitilla Filippo Fratalocchi ha fondato una azienda specializzata in valvole e transistor che, dopo un viaggio negli Stati Uniti nel 1955, ha orientato ai dispositivi per le trasmissioni elettromagnetiche per usi militari. Prima Elettronica ha operato come importatrice del gruppo americano della difesa Teledyne Mec e, poi, è diventata assemblatrice in Italia. Quindi, ha compiuto il vero salto di qualità industriale con la focalizzazione non sul singolo prodotto, ma sui sistemi più complessi. Oggi Elettronica partecipa a programmi europei di innovazione investendo fra i 30 e i 40 milioni di euro all’anno. A questa cifra, va aggiunta una spesa in Ricerca & Sviluppo di 15 milioni di euro per esercizio.

«Premesso che noi siamo orgogliosamente una azienda metalmeccanica – dice da imprenditrice e da ingegnere, stesso titolo universitario del prozio e del padre Enzo – è chiaro che ogni giorno ci confrontiamo con uno scenario globale in cui gli Stati Uniti e la Cina sono predominanti. Gli Stati Uniti, nel nostro campo, sono avanti tre anni: il combinato disposto fra esercito e ricerca pubblica, commesse del governo e università private rimane straordinario. Il controllo cinese del 60% delle terre rare, i diciassette elementi della tavola periodica essenziali nella manifattura delle tecnologie, ha acceso una opzione della Cina sulle catene globali del valore e sulle catene di fornitura con cui, ogni giorno, tutti si confrontano. Dall’aerospazio all’aeronautica, dalle Tlc all’automotive industry. Pensiamo alle case automobilistiche occidentali, che hanno dovuto rallentare le produzioni perché i loro fornitori componentisti europei e americani non riuscivano ad approvvigionarsi: se il baricentro è asiatico e la domanda asiatica aumenta, tutta la catena reale della subfornitura si orienta a favore dell’Asia».

Ci fermiamo un attimo nella conversazione. Wanda si sveglia e inizia a muoversi per il ristorante, con la simpatica goffaggine dei bulldog. Arrivano per Domitilla una scarola con pinoli tostati, capperi di Pantelleria, olive taggiasche, uvetta e mandorle tostate e, per me, spaghetti con la salsa di pomodoro e parmigiano, ricotta affumicata e scorze di limone. Passiamo a bere un Valpolicella classico Brigaldara.

Come si esprime la sovranità tecnologica

Il punto, dunque, è il ruolo dell’Europa nell’attuale passaggio storico. «Il tema europeo è duplice: di collocazione strategica e di fisionomia delle catene di fornitura», dice Benigni. «La collocazione strategica – nota – è garantita dalla qualità del capitale umano, che in Europa è alta, ma soprattutto da una lucidità del pensiero ingegneristico e del disegno concettuale e operativo dei software, che funzionano soprattutto se perseguono l’autonomia dei sistemi. Oggi la tecnologia si compra. In molti casi è diventata una commodity. La sovranità tecnologica si esprime appunto a livello di architetture e di sistemi, di processi e di controlli. In questo l’Europa ha competenze e assetti fondamentali: nei singoli tessuti industriali nazionali e negli snodi di coordinamento comunitario fra imprese, governi e corpi militari e di sicurezza, nel rapporto fra l’Ue e la Nato».

Sul tema della costruzione di catene di fornitura globale che hanno una maggiore concentrazione territoriale – come evoluzione del concetto di Region, à la Paul Krugman di Geography and Trade – la vicenda di Elettronica ha anticipato questa tendenza: «Il 96% delle nostre forniture è europeo. Il 76% dei nostri approvvigionamenti avviene in Italia. Soltanto il 4% proviene dal resto del mondo. Il nostro orizzonte di innovazione attuale e di innovazione proiettata nel futuro è europeo».

Salto tecnologico nella gestione dei dati

Arrivano il dolce e il caffè. Dividiamo un tiramisù. Domitilla Benigni, da capoazienda e da imprenditrice, è là dove in pochi italiani sono: sulla frontiera tecnologica, la vera assente in un capitalismo manifatturiero come il nostro, vitale e strutturato ma (sul lungo periodo) tecnologicamente obsolescente e (in prospettiva) strategicamente ai margini. «I grandi salti tecnologici sono stati nell’hardware, nei materiali e nelle architetture. Adesso il grande salto tecnologico è nella gestione dei dati. Nel militare e nel civile, nell’aeronautica e nell’automotive, nella sicurezza e nei beni di consumo», dice mentre beve il caffè, enunciando una visione e una esperienza in una Roma che non sembra Roma e parlando di una Italia che sembra un’altra Italia.

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