Politica

La spinta per il voto anticipato tra legge elettorale e manovra d’autunno

di Lina Palmerini

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3' di lettura

Non sono in pochi, nei partiti, ad aver letto le parole di Mattarella sull’urgenza di approvare la legge elettorale come il segnale che l’ipotesi del voto in autunno sia tornata sul tavolo. In effetti verrebbe rimosso dalla strada il più grande macigno che il capo dello Stato ha messo sulla via delle elezioni che è appunto un’armonizzazione del sistema. È evidente che il Colle non tifa per un’anticipazione dello scioglimento delle Camere ma è altrettanto scontato che essere agli sgoccioli della legislatura alimenta interpretazioni sul come e quando si andrà alle urne. Soprattutto perché le turbolenze sono molte: il caso Alitalia, le divisioni nel Governo su Calenda e gli strascichi su Padoan, il fronte giudiziario e, soprattutto, la prossima legge di stabilità. Una legge che si annuncia piuttosto pesante e che avrebbe bisogno di spalle politiche larghe per essere scritta e approvata.

È vero che Renzi non ha mai tolto il piede sull’acceleratore delle urne ma le perplessità ora avanzano anche in ambienti del Pd e del Governo non renziani. Il dubbio, cioè, se il partito possa caricarsi da solo il prezzo di una manovra economica e se l’Esecutivo Gentiloni possa averne la forza davanti al Paese. Si sa che con il varo della Finanziaria comincerà la campagna elettorale per il voto di febbraio 2018, si sa anche che proprio quella manovra diventerà il terreno di battaglia tra i partiti per accaparrarsi il consenso e che – a queste condizioni - sarà difficile arrivare al traguardo. In sintesi, il timore è duplice: da una parte che - alla fine - si approvi una manovra più leggera, più ammiccante alle urne ma che potrebbe essere bocciata da Ue e mercati; dall’altra che se fosse effettivamente rigorosa questo porterebbe alla sconfitta del Pd e dei partiti filo-europeisti aprendo la strada al populismo anti-euro.

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Questi sono i dubbi sul tavolo che dalle stanze della politica rimbalzano in quelle istituzionali e finanziarie. Con tante subordinate come, per esempio, quella dei tempi: ammettendo, cioè, che si faccia la legge elettorale – come ieri ha spinto Mattarella – e che si vada al voto in ottobre, ci sarebbero i tempi tecnici per approvare una manovra entro la fine dell’anno? C’è chi ricorda il decreto salva-Italia di Mario Monti che fu approvato di corsa e in extremis, sotto la pressione del rischio default e che potrebbe essere replicato in una situazione post-elettorale. C’è invece chi pensa che questo creerebbe solo un ulteriore argomento per l’Europa e i mercati contro l’Italia “punendola” con uno spread che risentirà anche del probabile alleggerimento del Qe di Draghi l’anno prossimo. Ma c’è anche chi spera che proprio una vittoria di Macron in Francia e dopo le elezioni tedesche, l’Unione possa di nuovo tenderci la mano con nuova flessibilità.

Insomma, tesi pro e contro il voto ma con una condizione che ieri ha rimesso sul tavolo il Colle: la legge elettorale. E se il Pd, fatte le primarie, riuscisse ad approvarla con regole in grado di garantire la governabilità, questo diventerebbe un assist per i tifosi del voto. A cui sarà più difficile opporre un no. Non è un caso che il richiamo sia arrivato a pochi giorni dall’elezione del leader Pd che avrà in mano le carte della legislatura.

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