Lo spettatore

La stanchezza di obbedire a regole mutevoli e oscure

di Natalino Irti

2' di lettura

Obbedire stanca. Non l’obbedire a comandi, che giungano entro un ordine, laico o religioso, in cui abbiamo deciso di svolgere la vita. Allora il comando è accolto nell’animo come nostro, e la volontà vi presta convinta osservanza. Ci riconosciamo in esso, lo consideriamo legittimo e necessario: legittimo, poiché deriva da un’autorità scelta per principio di convivenza; necessario, poiché dà risposta a problemi avvertiti dalla collettività. Questa obbedienza non è costrizione, ma esercizio di libertà, adempimento di un dovere assunto come uomini tra uomini.

È ben vero che le norme straripano dai confini dei codici, i quali hanno provato a raccoglierle e sistemarle, ma le fondamenti e primarie sono percepite e obbedite per una sorta di spontanea adesione. Si frantumano, si disperdono in rami speciali e periferici, diventano sempre più minute, assumono carattere di prescrizioni tecniche, ma pur riescono a governare la quotidianità dei rapporti e dei commerci.

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Il virus, nemico invisibile degli ultimi due anni, specie che sentiamo in lotta con la specie umana (sicché l’acuto filosofo Pietro Rossi ha discorso di conflitto tra le specie, e non più tra le classi sociali), questo ente misterioso e astuto ha suscitato, e va suscitando, una incessante produzione di norme. Prescrizioni sanitarie, governative, regionali, comunali; pareri di innumeri virologi, quali in Italia non erano immaginabili; oscure statistiche di morbi e funeste cifre di morti; ed ogni giorno, un’ossessiva fiumana, che ci stringe e avvolge.

Qui il cittadino ha la disperazione del trovare e capire la regola della propria condotta. Del trovare, giacché non gli si porge netta e sicura, precisa e limpida, ma esige un affanno di ricerca, uno scovarla tra categorie anagrafiche e varietà di tempi e luoghi. E poi c’è il capirla, l’intenderla nel testo letterale e negli scopi perseguiti, il raccordarla con le anteriori e accertarla vigente o abrogata.

Ne nasce un’intima stanchezza, un sentirsi ormai incapaci di trovare la regola, e perciò un’angosciosa solitudine, che si afferra alla nuda fisicità del corpo. Il grande Tucidide, nelle pagine immortali sulla peste di Atene, narra la tragedia dell’“anomia”, di un’assenza di norme che sospinge l’uomo in sé stesso e lo scioglie da ogni vincolo collettivo. Ad esito simile conduce la stanchezza dell’obbedire. La esausta capacità di trovare e capire la regola si converte in cupa difesa del proprio corpo, in rottura dei rapporti sociali e nel rifiuto dell’ascolto.

Perché ascoltare, se le prescrizioni sono mutevoli e oscure, e non segnano un lucido e fermo cammino? Ogni società è una comunità di ascoltatori; il ritrarsi spezza il legame della reciprocità. Ciascun individuo si stringe a sé, tremulo nella scelta dei farmaci, sensibile a profezie stregonesche, docile a immaginazioni di congiure economico-sanitarie.

La solitudine è una triste officina di sentimenti, paure, sospetti, ansietà. Non la solitudine del lavoro spirituale, delle letture fedeli e consolatorie, ma la disperata solitudine, che nasce dall’inutile fatica dell’ascolto, dal silenzio (perché silenzio è anche lo stridio delle prescrizioni quotidiane), dallo stare lontano l’uno dall’altro. La stanchezza ci ricongiunge e identifica con la fragile fisicità del corpo, che così descrive il nostro orizzonte e indica l’estrema speranza.

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