mind the economy

La stanza dei bottoni, esserci e far finta di non saperlo

di Vittorio Pelligra


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(IMAGOECONOMICA)

5' di lettura

Nel dicembre del 1968, esattamente cinquant'anni fa, Garrett Hardin pubblicava sulla rivista “Science”, il suo famoso saggio “The Tragedy of the Commons” (La tragedia dei beni comuni). Un lavoro che ha anticipato di decenni l'analisi di problemi come le crisi ambientali e demografiche, le guerre per l'acqua, la gestione dei dati personali al tempo di internet, i guai con i vaccini e gli antibiotici, e molti altri. L'idea di Hardin si riferisce al fatto che i beni comuni sono, per loro natura fragili, soggetti a sovra-sfruttamento e, se non protetti, destinati alla scomparsa. La fiducia negli altri e tra cittadini e istituzioni è uno di questi beni comuni; uno tra i più preziosi, ma anche tra i più vulnerabili. Occorre quindi maneggiarlo con cautela e responsabilità.

Il rapporto tra istituzioni e cittadini, il tipo di comunicazione che si utilizza e l'immagine che si rappresenta, sono, in questo senso, scelte di importanza fondamentale. C'è uno strano meccanismo di inversione alla base della retorica comunicativa del governo giallo-verde: la Lega e i Cinque Stelle sono ormai saldamente alla guida di questo Paese, ma continuano, nonostante questo, ad utilizzare il registro e gli stilemi tipici delle opposizioni. Sono entrati ormai da un po' nelle stanze dei bottoni, parlamento, ministeri, la Rai. Ora decidono, legiferano, possono finalmente fare quello che, per anni, hanno detto che avrebbero fatto, eppure vediamo ancora Di Maio e Di Battista che affermano di combattere, da una pista da sci, la casta dei privilegiati e Salvini che ogni giorno twitta contro i giornaloni, i professoroni, i sapientoni, i vescovoni, ora perfino i “sindaci traditori”. Il governo vuole ancora auto-rappresentarsi all'opposizione, non “per” ma ancora “contro” qualcuno e qualcosa.

La nutella di Salvini e i biglietti di seconda classe di Di Maio, non sono altro che meta-messaggi finalizzati a porli, nell'immaginario degli elettori, là dove effettivamente non sono. Il tentativo di situarsi al fianco dei cittadini per non apparire, invece, come membri della tanto odiata e vituperata élite, della “casta”, dei privilegiati, quali in realtà sono. Ma governare logora, questo si sa, fa perdere consensi e gli ultimi sondaggi sembrano già dimostrarlo; per questo, stare al governo facendo finta di essere ancora all'opposizione aiuta a scaricare sulle passate maggioranze, ora saldamente all'opposizione, le responsabilità di ciò che ancora non va. Questo espediente, seppure abbastanza nuovo nel panorama italiano, è piuttosto scoperto, evidente e sotto gli occhi di tutti: programmazione neuro-linguistica per principianti.

Nella retorica del governo, e soprattutto nei suoi due leader principali, Di Maio e Salvini, in realtà, c'è di più. Situarsi dalla parte del popolo, attraverso una comunicazione schizofrenica, anti-istituzionale, personalistica e al limite del trash, esercita un ulteriore effetto, tanto potente, quanto sotterraneo e potenzialmente dirompente.
Lo studio dei dilemmi sociali è un ambito di ricerca all'intersezione tra economia, psicologia e antropologia, e si occupa dell'analisi di tutte quelle situazioni nelle quali il solo interesse personale ci porterebbe a fare delle scelte peggiori, sia dal punto di vista individuale che collettivo, di quelle che potremmo fare seguendo, invece, motivazioni più collaborative.

Differenziare i rifiuti è costoso dal punto di vista individuale e saremmo indotti a non farlo, ma se tutti si comportassero così otterremmo un esito peggiore non solo socialmente, ma anche individualmente. Evadere le tasse è ottimale dal punto di vista sociale, ma con troppa evasione si sta peggio sia socialmente che individualmente. E' facile capire come la soluzione dei dilemmi sociali sia quindi alla base di ogni società ben ordinata, cooperativa e prospera, e lo studio dei meccanismi che facilitano queste soluzioni sia di importanza strategica. Generalmente si tenta di indurre i cittadini a differenziare la loro spazzatura o a emettere gli scontrini e le fatture, per stare agli esempi di cui sopra, attraverso l'utilizzo di uno schema sanzionatorio centralizzato: il Comune che verifica e multa i cittadini inadempienti e la Guardia di Finanza che vigila sugli esercenti, per esempio.

Qualche anno fa iniziò ad affermarsi l'idea che per favorire comportamenti cooperativi si potessero utilizzare, invece, anche meccanismi di punizione de-centralizzata: un sistema nel quale sono i cittadini stessi a punire punire gli altri cittadini che non rispettano la norma. La differenza sta nel fatto che mentre il primo costa ed è generalmente inefficiente, il secondo, essendo messo in atto dagli stessi cittadini, risulta meno costoso e più efficiente sia per il monitoraggio che per l'azione deterrente. Queste forme di “punizione altruistica”, così come vengono chiamate, sono state al centro di un ampio programma di ricerca che ne ha individuato pregi e difetti e delimitato il campo di applicazione.

Oggi sappiamo che la punizione altruistica, che trova la sua radice psicologica nella nostra avversione alla disuguaglianza, funziona molto bene nel favorire, attraverso la produzione volontaria di alcuni beni pubblici e la gestione delle risorse comuni, l'efficienza sociale (Gürerk, Irlenbusch, Rockenbach, “The competitive advantage of sanctioning institutions”, Science, 7 aprile 2006). Altri studi però hanno messo in luce alcuni limiti. Analizzando il funzionamento di questo meccanismo in differenti nazioni si è notato come nelle aree culturali di matrice protestante, anglosassone e confuciana il meccanismo della punizione esercita un efficace azione deterrente e induce i cittadini a cooperare nella soluzione di dilemmi sociali, mentre in altre aree come l'Europa meridionale, le nazioni ex-comuniste e quelle di matrice araba, lo stesso meccanismo non porta ai risultati sperati (Gächter, Herrmann, Thoni, “Culture and cooperation”. Philosophical Transactions of the Royal Society B, 2010. 365, 2651–2661).

Questa differenza culturale non è legata tanto all'indisponibilità dei cittadini a punire, quanto piuttosto alla differenza rispetto a chi diventa bersaglio della punizione. Nel primo gruppo di nazioni, infatti, vengono puntiti nella stragrande maggioranza dei casi i cosiddetti “free-rider”, quelli che vogliono godere dei benefici senza, però, contribuire ai costi, esattamente come chi non paga il biglietto sull'autobus; nel secondo gruppo di nazioni, invece, molto spesso, troppo frequentemente, ad essere puniti sono quelli che contribuiscono di più, i più cooperativi. Così come il classico “secchione” in classe ci faceva sfigurare con il suo zelo eccessivo e i suoi voti sopra la media, e per questo veniva isolato, così, in alcune culture, tra le quali la nostra, vengono puntiti frequentemente coloro che peccano di eccesso di zelo nella cooperazione; i “buonisti”, li definirebbe qualcuno.

Ecco l'effetto più dirompente della retorica apparentemente quasi infantile della comunicazione governativa, fondata sugli accrescitivi: “sapientoni”, “professoroni”, “vescovoni”, “giornaloni”, etc. Suscitare un sentimento di lontananza, diversità e disuguaglianza, grazie al quale chi viene percepito come “superiore”, a seguito dell'uso insistito e ricorrente degli accrescitivi, diventa oggetto di punizione anti-sociale. Questo espediente, nel breve periodo, può certamente far gioco a chi lo utilizza, mentre in un orizzonte temporale più esteso le conseguenze potrebbero essere decisamente negative anche per chi ne ha tratto inizialmente beneficio. La punizione antisociale infatti, scoraggia la cooperazione, e quindi, alla lunga erode anche il rapporto di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni. Non è un caso che la propensione anti-sociale sia più diffusa in quei Paesi dove le libertà e i diritti civili sono meno tutelati e dove maggiore è la corruzione.

Alla lunga, dunque, quando i loro elettori si saranno resi conto che anche Salvini e Di Maio, così come la Lega e i Cinque Stelle, rappresentano le nuove élite di questo paese e non sono cittadini qualunque, come la nutella e la seconda classe vorrebbero indicare, l'ombra scura gettata in questi anni da tanti e troppi “vaffa…”, “ladroni” e “traditori del popolo”, ricadrà su tutti, anche su di loro. La contrapposizione “noi buoni-loro buonisti” paga molto quando si è all'opposizione, meno quando di governa, per niente nel lungo periodo. Credo che i cittadini se ne stiano rendendo conto e i sindaci, i politici a loro più vicini, stiano iniziando a canalizzare segnali di insofferenza e dissenso verso una politica fatta di slogan e tanto fumo che ha creato aspettative enormi e ora si scontra con l'impossibilità fattuale di soddisfarne la gran parte.

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