il ricamo

La storia corre sul filo ricamato

Il saggio di Clare Hunter dimostra come un’arte apparentemente senza profonde implicazioni intellettuali sia stata in realtà veicolo di importanti messaggi, spesso crittati

di Marco Carminati

4' di lettura

A parole il procedimento è abbastanza semplice. Tagli un pezzo di filo, ne annodi una estremità e fai passare l’altra nella cruna di un ago. Prendi un tessuto, infili l’ago da un lato, lo tiri dal rovescio fino ad arrivare al nodo. Lasci uno spazio. Rinfili l’ago dal rovescio, lo tiri dall’altro lato. Continui così, fino a tracciare una linea, una curva, un’onda di punti. Non c’è altro: filo, ago, tessuto, e i motivi che il filo disegna. Questo è, a grandi linee, il ricamo.

Arte semplice?

Detta così, sembra un’arte semplice, e come tale se ne comprende l’antichità e la vasta diffusione nei secoli, durante i quali il genere umano si è assiduamente applicato nel decorare chilometri quadrati di abiti, paramenti, arazzi, bordure, lenzuola, tovaglie, tende, pizzi, fazzoletti e consimili. Il ricamo abbelliva, impreziosiva, dava dignità, trasmetteva messaggi ed era veicolo di valori. La parola italiana deriva dall’arabo raqm che significa «segno» e «disegno». Il termine è legato alla dominazione araba della Sicilia, durante la quale vennero attivati eccezionali laboratori di ricami poi potenziati dai Normanni, che in quest’arte seppero raggiungere vette ineguagliate: come esempio eloquente ci basti la visione dello spettacolare Mantello per l’Incoronazione del Sacro Romano Impero conservato nel tesoro dell’Hofburg di Vienna.

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Opus florentinum

Nel Medioevo il ricamo si diffuse a macchia d’olio con caratteristiche speciali a seconda del luogo di produzione: in Inghilterra venne chiamato Opus anglicanum, in Germania Opus teutonicum, in Italia (e a Firenze in particolare) Opus florentinum. Anche se veniva praticata nei conventi femminili o dalle nobildonne di rango, questa «pittura ad ago» non era affatto prerogativa delle donne. Nel Rinascimento i più diffusi trattati che insegnavano il ricamo erano scritti da uomini: si vedano Il Burato di Alex Paganino, l’Esemplario novo di Giovanni Tagliente e La vera perfezione del disegno di varie sorti di ricami di Giovanni Ostaus, un vero bestseller che tra il 1557 e il 1591 fu continuamente ristampato. E bisogna aggiungere che i soggetti da ricamare su paliotti e piviali venivano spesso cavati da cartoni appositamente disegnati non dal primo venuto bensì da astri della pittura come Sandro Botticelli.

Manifattura degli Arazzi di Gobelins

Quando nel Seicento il ministro del re Sole, Jean Baptiste Colbert, mise mano alla riorganizzazione delle arti e dell’artigianato in Francia, arruolò anche un piccolo esercito di forzuti tessitori e ricamatori da impiegare nella reale Manifattura degli Arazzi di Gobelins.

Prerogativa femminile

Il ricamo divenne prerogativa femminile a partire dall’Ottocento e si diffuse in modo assolutamente trasversale. Lo praticavano le nobildonne come piacevole passatempo ma anche le popolane come lavoro per sostentarsi. E a insegnarlo erano spesso le monache nei conventi, luoghi d’educazione delle rampolle di buona famiglia e parimenti luoghi di rifugio e di riscatto per fanciulle più povere e sfortunate. Tutte, indistintamente, apprendevano l’arte del ricamo.

Tale mezzo espressivo, all’apparenza “candido” e senza troppe implicazioni intellettuali, fu in realtà - come già accennato - un potente veicolo di messaggi e di valori , spesso crittati. Su questo particolare aspetto della millenaria vicenda del ricamo si concentra il bel libro di Clare Hunter I fili della vita. Una storia del mondo attraverso la cruna dell’ago. Un saggio che lascia stupiti perché evidenzia come l’“innocente” ricamo abbia in realtà saputo esprimere con intensità grandi gioie e pungenti dolori, abbia trasmesso tradizioni etniche, sottolineato appartenenze familiari e soprattutto sia servito per denunciare fatti epocali e violenze gravissime, e per passare informazioni scottanti oltre i muri delle censure.

L’arazzo di Bayeux

Clare Hunter procede per “casi”, inizia con l’arazzo di Bayeux e finisce con gli scialli sui cui le madri di Plaza de Mayo hanno ricamato i nomi dei figli scomparsi. L’arazzo di Bayeux (che tecnicamente non è un arazzo ma un ricamo) è una lunga fascia di tessuto istoriata che narra le vicende della conquista normanna dell’Inghilterra, culminata con la battaglia di Hastings del 1066. Nella storia c’è un vincente, il normanno Guglielmo, e un perdente, l’inglese Aroldo. L’arazzo narra esclusivamente imprese di uomini (se ne contano 632 contro sole 6 donne presenti), venne commissionato verosimilmente da uomini (per alcuni fu il vescovo Oddone di Bayeux, fratellastro di Guglielmo), ma venne assai probabilmente decorato da mani femminili, e forse da ricamatrici inglesi attive nei conventi tra Winchester e Canterbury. La provenienza inglese e femminile della manodopera - secondo la Hunter - sarebbe confermata da alcuni dettagli dell’arazzo, dove emerge un senso di tenerezza e di autentica pietà per gli inglesi sconfitti: dunque, un messaggio di solidarietà silenziosa (quasi di «tifo» occulto) diluito nel frastuono ufficiale di cavalcate, battaglie e vittorie normanne.

Altro caso emblematico scelto dall’autrice è quello dei ricami realizzati da Maria Stuarda, la sfortunata regina di Scozia. Maria adorava i tessuti ed era una ricamatrice provetta. Gli ambasciatori del suo tempo fecero notare che la sovrana trascorreva «la maggior parte del tempo seduta a lavorare d’ago». E quando lo scontro con la sorellastra Elisabetta I d’Inghilterra le sarà fatale e la porterà a 19 anni di reclusione prima della condanna a morte per decapitazione, Maria userà il ricamo non solo come un necessario sfogo e passatempo ma come una sorta di “ grido” autobiografico. Sappiamo da precise fonti che durante la prigionia realizzò ricami legati alla sua triste condizione di reclusa. Disegnò con ago e filo leoni intrappolati nelle reti, navi con alberi spezzati, uccellini in gabbia. Mentre i conflittuali rapporti con Elisabetta vennero emblematicamente riassunti in una ruota della fortuna cavalcata da due donne o in un’eclissi di sole e di luna. In un momento di grande angoscia, la regina ricamò letteralmente il suo stato d’animo: un topo che fugge disperatamente da un gatto rosso (allusione a Elisabetta, che aveva i capelli rossicci). Ecco, Maria si sentiva in trappola. Se lo avesse scritto in una lettera, la missiva sarebbe stata certamente intercettata e distrutta. Ma ricamò il “concetto” con ago e filo e il suo angoscioso messaggio non fu captato. Per questo è giunto sino a noi.

I fili della vita. Una storiadel mondo attraverso la cruna dell’ago, Clare Hunter, Traduzione di Carlo Prosperi, Bollati Boringhieri, Torino, pagg. 380, € 18,50. In libreria dal 27 agosto

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