Cassazione

La storia di Francesca, Cenerentola liberata non dal principe ma dal giudice

A dodici anni la casa da pulire la sorellina di tre da guardare, poco tempo per lo studio nessuna possibilità di uscire con le coetanee: per i giudici non è abuso dei mezzi di mezzi di correzione ma maltrattamenti. Le vessazioni non agevolano il percorso di crescita: lo avviliscono

di Patrizia Maciocchi

2' di lettura

A dodici anni la casa da pulire, una sorellina di tre da guardare, poco tempo per studiare, nessuna possibilità di uscire con le coetanee. E qualunque tentativo di opposizione era soffocato con gli schiaffi.

Per la Cassazione (Sentenza 7518) non è abuso di mezzi di correzione ma maltrattamenti. La sua storia Francesca, l’aveva raccontata alla sua insegnante che aveva allertato i servizi sociali, così le minori erano state allontanate dalla casa familiare . Poi di questa Cenerentola-bambina - e della sorellina sempre più dipendente da lei - si sono occupati i giudici facendo scattare la condanna per i genitori.

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La figlia «giustifica» i genitori

Per la difesa - sostenuta anche da un perito - il quadro descritto era il risultato di una tendenza della minore ad enfatizzare i racconti. Al contrario la ragazzina, ascoltata da psicologici e inquirenti - pur consapevole delle eccessive responsabilità, per la sua età, che il padre e la madre caricavano sulle sue spalle - tendeva a giustificarli a causa delle loro condizioni. Entrambi lavoravano molto per le precarie condizioni economiche della famiglia, la madre aveva problemi di salute e il padre di alcolismo. A parlare anche i vicini e le compagne di scuola che vedevano i lividi sul corpo della loro amichetta e avevano raccolto le sue confidenze. Non passa la tesi della difesa che chiedeva l’applicazione del meno grave reato di abuso di mezzi di correzione.

Le condotte, quotidiane, verificate esulano, infatti, «da un normale contesto educativo e correzionale, risolvendosi le percosse, gli oneri e le limitazioni imposte in vessazioni afflittive e mortificanti, che in nulla agevolano il percorso di crescita, anzi lo mortificavano e avvilivano».

Ancora violenza in nome del relativismo culturale

Ancora un altron padre violento finisce nel mirino dei giudici, oper aver maltrattato la figlia, arrivando a legarla mani e piedi. Una violenza, per impedirle di frequentare gli amici, giustifica dal relativismo cultura e dalla religione del genitore di origone libica. Argomenti che non trovano nessun ascolto nei giudici della Cassazione che, con la sentenza 7492, avallano la condanna per maltrattamenti. Metodi violenti che non possono trovare una ragione a nessuna latitudine.

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