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La strada che parte da Detroit, passa da Roma e può portare all’Oscar

di Eugenio Bruno

3' di lettura

C’è un film che può ripetere un doppio successo. Quello personale della sua autrice Kathryn Bigelow, che è già stata premiata dall’Academy nel 2010 per The Hurt locker, e quello scaramantico di Moonlight, che passato alla scorsa edizione della Festa del cinema di Roma, ha poi conquistato l’agognata (e in parte inattesa) statuetta. Stiamo parlando di Detroit che è stato presentato ieri sugli schermi della kermesse capitolina e che ci ha riportato con la mente e con il cuore indietro all’estate di 50 anni fa. Quando gli Stati Uniti già provati dalla guerra “esterna” in Vietnam si trovarono a fronteggiare anche quella “interna” delle violenze razziste e della rivolta nera contro i soprusi della polizia.

Detroit alla Festa del cinema di Roma

Detroit alla Festa del cinema di Roma

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La forza del miscuglio dei generi
Solo una mano ferma e sicura come quella di Kathryn Bigelow poteva tenere insieme il materiale magmatico, incendiario e incandescente che vediamo dipanarsi sullo schermo per oltre due ore e venti. Un film che mescola tutti i generi a disposizione. Che parte come un cartoon, per aiutarci a ricordare quanta strada dovessero fare ancora gli States sulla strada dei diritti civili appena mezzo secolo fa. Prosegue come un documentario, che racconta come una retata delle forze dell’ordine in un night club popolato solo da uomini e donne di colore scateni l’innesco per una ribellione di piazza. Si dipana come un thriller - forse un po’ troppo dilatato nei tempi - in cui un poliziotto razzista e fuori di testa (Philip Krauss interpretato dal Will Poulter) va ben oltre i limiti della roulette russa e della tortura ai danni degli occupanti (tutti afroamericani tranne due ragazze bianche dell’Ohio) di un motel da cui poco prima erano partiti dei colpi di pistola (a salve) contro la Guardia nazionale accorsa nelle strade per sedare e le rivolte. E si conclude come il più classico dei legal drama insoluti: con l’assoluzione degli agenti autori quella notte dell’uccisione di tre uomini.

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Il valore della rappresentazione
Pur spaziando da un genere all’altro, Detroit è a tutti gli effetti un film di guerra. Che utilizzi la camera a mano e il montaggio frenetico della prima parte o ricorra alla fissità teatrale e claustrofobica della seconda, il risultato ottenuto dalla 66enne regista statunitense rimane visivamente ed emotivamente notevole. Gli esterni della metropoli americana e gli interni del Motel Angiers ci riporta in più punti con gli occhi e con la mente agli scenari bellici da lei stessa raccontati di recente. Non solo le macerie irachene di The Hurt Locker ma anche, e soprattutto, il compound pachistano di Zero dark thirty in cui, dopo una caccia durata un decennio, venne ucciso Osama Bin Laden. Quando il nemico però era all’esterno. Fatti come quelli di Detroit, che abbiamo visto ripetersi a Los Angeles nel 1992 oppure a Ferguson neo 2014, ci ricordano come i problemi e le diseguaglianze da risolvere gli Usa ce li abbiano innanzitutto al loro interno. Altrimenti il sogno americano rischia di somigliare più che altro a un incubo. Come quello del giovane protagonista Larry Reed (Algee Smith), che da frontman di un apprezzato gruppo di R&B - dopo aver visto “tecnicamente” la morte in faccia come il suo giovane amico Freddy Temple (Jacob Latimore) - diventa cantante gospel in una chiesa di periferia. E ci resta tutta la vita.

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