Internazionalizzazione

La strada obbligata della crescita all’estero

Il contributo dell’export alla crescita del Prodotto interno lordo reale è stato di circa il 7% dal 2010 al 2018. Il ruolo delle Pmi

di Chiara Bussi


3' di lettura

La parola d’ordine è internazionalizzazione. Ventidue lettere che insieme rappresentano una strada obbligata per lo sviluppo delle imprese da Nord a Sud, di qualsiasi settore e dimensione. Un filo rosso che lega molte delle 400 «leader della crescita» 2019. Come Lapelle di Arzignano (Vicenza), fondata nel 2006, che vende in tutto il mondo pelli finite per l’arredamento. O Ds Glass di Sant’Antimo (in provincia di Napoli), attiva dal 2013 nel settore dei contenitori in vetro per alimenti e tappi, sia standard che di alta gamma, in stretto contatto con le vetrerie internazionali. O la romana Cookies Factory, focalizzata sul mobile advertising e sulla monetizzazione di contenuti digitali. La società, certificata Google Partner nel 2018, lavora con operatori telefonici, aggregatori e fornitori di contenuti in Europa, Medio Oriente e Sud Africa.

«La crescita dell’economia italiana - ricorda Alessandro Terzulli, chief economist di Sace - è storicamente guidata dall’export: nel periodo del boom economico, come negli anni più recenti. In particolare dal 2010 ad oggi le esportazioni reali di beni e servizi sono state l’unica componente a dare slancio alla nostra economia, compensando il calo degli investimenti, della spesa finale delle famiglie e della Pubblica amministrazione». Come mostrano le elaborazione di Sace sui dati dell’Istat, il contributo dell’export alla crescita del Pil reale è stato di circa il 7% dal 2010 al 2018. Nello stesso periodo le esportazioni hanno registrato un balzo, in termini di volumi, di 113 miliardi di euro attestandosi a circa 518 miliardi. Oggi la quota dell’export sul Pil è pari al 32,1% in linea con i partner spagnoli e francesi, ma ancora inferiore rispetto a quelle tedesche.

Qual è l’identikit delle imprese esportatrici nei big Ue? All’appello, come mostra l’ultimo Rapporto Ice, rispondono oltre 223mila aziende italiane, il doppio rispetto a quelle francesi e il 37% in più di quelle spagnole. Tra i grandi d’Europa solo la Germania ci batte (con oltre 311mila aziende con vocazione all’export). Se poi si restringe il focus sulla classe dimensionale le imprese più numerose che si affacciano sui mercati esteri (circa il 66% in Italia) sono quelle fino a 9 addetti, ma il valore medio da loro esportato rappresenta appena il 10% del totale. Non solo. I primi 50 esportatori del nostro Paese realizzano meno del 22% dell’export del Made in Italy, mentre in Germania la quota sale al 45% e in Francia al 46,5 per cento. I margini di crescita sul canale estero per le imprese italiane sono dunque ancora ampi, con prospettive su più fronti del mappamondo. «Tra le economie avanzate - spiega Terzulli - i Paesi più interessanti sono oggi Giappone, Usa e Francia, tra gli emergenti India, Sud-est asiatico e Emirati Arabi Uniti».

La proiezione sui mercati esteri, ricorda Marina Puricelli, docente senior presso Sda Bocconi, «è importante per le imprese, in particolare le Pmi, per almeno tre ragioni: garantisce la sopravvivenza e la continuità del business in un momento di domanda interna fiacca, consente la diversificazione del rischio e rappresenta una grande opportunità per apprendere». Esportare all’estero, fa notare Puricelli, «vuol dire confrontarsi con una concorrenza agguerrita e presuppone standard qualitativi elevati. Rende inoltre necessario l’inserimento nell’azienda di professionalità adeguate per raccogliere la sfida, come gli export manager o figure specializzate nella certificazione, come gli ingegneri». A contare non è tanto la dimensione dell’impresa: a fare davvero la differenza è la mentalità dell’imprenditore. «È chiaro - precisa la docente - che si tratta di una strada difficile e costosa. A chi intende percorrerla consiglio sempre di procedere per gradi». In primo luogo la scelta del mercato estero su cui puntare deve essere ponderata attentamente, con un occhio di riguardo a ricerche e report dedicati e la partecipazione alle principali fiere del proprio settore per cominciare a tastare il terreno. Per rendersi più appetibili, conclude Puricelli, «bisogna anche puntare su un’adeguata comunicazione, con un sito aziendale in tre lingue: italiano, inglese e quella del principale Paese di destinazione».

L’apertura rappresenta un ritorno in termini di ricavi e di redditività: dal 2000 al 2016 il fatturato delle imprese esportatrici è cresciuto del 2,5%, più della media delle imprese italiane (2%). Non solo. Chi esporta, secondo le rilevazioni dell’Università di Padova-Cmr, registra in media un rapporto Ebitda/vendite superiore di quasi il 3% rispetto a chi si concentra solo sul mercato domestico.

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