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La stravaganza di Valentino - Margiela ipnotico

Tailleur/suit protagonista e pantaloni che mutano in abito per John Galliano; Piccioli propone invece un folk astratto e composito ricco di echi orientali, mongoli, giapponesi, anatolici

di Angelo Flaccavento


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3' di lettura

Che la realtà sia somma illusione, gioco d'ombre o inganno ottico, è un pensiero che gli umani coltivano da sempre. Ancor più oggi che la socialità digitale ha aumentato fino al parossismo la quantità di strati, infingimenti, messe in scena - mentali e materiali - che offuscano sguardi e percezioni. Il sempre immaginifico John Gallianoparla, a tal proposito di decadenza e affronta il tema, da Maison Margiela, in accumulo catartico: sovrappone, vela, complica, smaterializza, sperando che dall'esplosione si esca purificati.

La stravagante haute couture di Valentino a Parigi FW 19-20

La stravagante haute couture di Valentino a Parigi FW 19-20

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La sfilata, cui di assiste in piedi come officiando un rito, è ipnotica: proiezioni video di immagini dell'artista Katerina Jebb - dettagli di corpi nudi - scorrono sulle pareti e sul soffitto, riflessi sulla passerella di specchio. In questo spazio mobile - un tunnel, quanto mai illusorio - si muovo uomini e donne, di couture vestiti, su tacchi issati ma mai sfiorati dall'ombra carnascialesca del travestitismo. Tutto avviene in modo magmatico e naturale, in uno scambio di generi che rinfranca, con il tailleur/suit che assume il ruolo di protagonista, e i pantaloni che mutano in abito, strascico, drappeggio, bustino.

La purificazione, dunque, è un colto disimparare: tornare al gesto ancestrale del drappeggio, del taglio netto, con la consapevolezza però di chi sa molto - come ha insegnato a tutti Vivienne Westwood. Se questa é la base, lo sguardo invece é saturato da superfici che sembrano pixel o retini tipografici sgranati, da texture non si capisce bene se vere, fotografate, riprodotte. La catarsi antidecadente, alla fine, si rivela possibile, ma è forse la più flagrante delle illusioni ottiche.

Il mantra di Pierpaolo Piccioli, da Valentino, è stravaganza, intesa in senso etimologico come vagare al di fuori dei confini, ovvero affermazione assoluta di invididualità. Ancora una volta, dunque, si parla di inclusione - promuovere la più sfrenata e liberatoria individualità vuol dire accettare ogni forma di espressione personale, dal garrulo al severo, dal globale al locale, suggerendo che siamo tutti diversi e tutti uguali. Il tema è centrale nella riflessione recente di Piccioli, ma questa volta si concretizza in un proclama che è essenzialmente estetico, invece che teoretico, e per questo particolarmente efficace.

«Il mio lavoro non è comunicare su quel che faccio, il mio lavoro è quello che faccio e che poi ciascuno interpreterà come preferisce» spiega, chiarendo una volta per tutte che qualsiasi tipo di pensiero, ispirazione, riflessione, nella moda, deve tradursi in un modo di fare le cose, nella qualità degli oggetti, o sarà solo smalto sul nulla, parole nel vuoto.

    La collezione è un magnifico vagare - e a tratti anche deragliare - tra lacerti di stili e culture diverse, seguendo il filo folk di quella stravaganza somma che Diana Vreeland, negli anni del suo Vogue, sintetizzó nell'editto “l'occhio deve viaggiare”. È un folk astratto e composito quello di Piccioli, ricco di echi orientali, mongoli, giapponesi, anatolici, filtrati attraverso la lente di una sensibilità poetica e di un gusto lirico per il colore peregrino.

    Ogni passage è una individualità diversa, e tutte insieme creano un messaggio composito e sfaccettato nel quale la coerenza, ci si passi l'ossimoro, sta proprio nell'apparente incoerenza. Non tutto funziona, perché in alcuni casi l'urgenza espressiva diventa ridondante, ma quando Piccioli purifica, soprattutto nel giorno, lavorando solo di volume, colore, superficie, raggiunge vette di eleganza pura e toccante.

    È un inno materico a madre natura il detour pagano di Viktor & Rolf, tra feltri spessi e neri slavati, mentre da Gaultier Paris il tema dell'illusione ottica si traduce in una sequenza di creazioni messe insieme alla rinfusa ma realizzate con una maestria sartoriale che va riconosciuta e lodata.

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