BOCCIATO IL REFERENDUM

La Svizzera dice no a imprese responsabili per reati ambientali e diritti umani

Si è opposta buona parte della Svizzera tedesca al di fuori delle grandi città, prevale il no anche nel Vallese, cantone franco-tedesco

di Lino Terlizzi

Manifesto della campagna referendaria oggi fallita in Svizzera

3' di lettura

Non passano in Svizzera due iniziative che hanno fatto discutere, con l'opinione pubblica elvetica divisa non tanto sugli obiettivi di fondo, quanto sul modo concreto di perseguirli. Né l'iniziativa su norme più stringenti per la responsabilità delle imprese in tema di diritti umani e ambiente, né quella sul divieto di finanziare i produttori di materiale bellico hanno ottenuto il consenso della maggioranza dei 26 cantoni elvetici, che è necessario quando, come in questi due casi, le misure in votazione comportano modifiche alla Costituzione federale.

Dove hanno vinto i no

Nel pomeriggio, a spoglio quasi ultimato, la bocciatura era chiara a livello di cantoni. Per quel che riguarda l'iniziativa “Per imprese responsabili – a tutela dell'essere umano e dell'ambiente”, in 15 cantoni era già emersa la prevalenza di no, mentre il sì prevaleva solo in 9 cantoni (Ginevra, Vaud, Friburgo, Neuchâtel, Giura, Ticino, Berna, Zurigo, Basilea Città). Abbastanza evidente l'opposizione di buona parte della Svizzera tedesca al di fuori delle grandi città, con l'aggiunta nel fronte dei no del Vallese, cantone franco-tedesco. A livello di voti popolari nell'intera Svizzera, c'è un testa a testa attorno al 50%.

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Per quel che riguarda l'iniziativa “Per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico”, in 19 cantoni il no è già prevalente, mentre il sì si è affermato sin qui solo in 4 cantoni (Ginevra, Neuchâtel, Giura, Basilea Città). A livello di voti popolari, ci sono circa un 58% di no e un 42% di sì, quando manca poco al termine della conta. Il Ticino, cantone italofono, su questo versante ha votato per il no e non ha quindi replicato il sì dato alla prima iniziativa.

Il testo bocciato

Il testo sulla responsabilità delle imprese, sostenuto soprattutto dallo schieramento di sinistra ma anche da personalità politiche dell'area di centro, prevedeva in sostanza un obbligo di diligenza più esteso sui diritti umani e sull'ambiente e puntava al fatto che le imprese svizzere fossero in futuro responsabili anche per il comportamento delle controllate giuridicamente autonome, anche estere.

In pratica, le aziende elvetiche sarebbero state chiamate a rispondere in patria anche per danni causati all'estero da una propria controllata; normalmente, le imprese rispondono invece secondo il diritto del Paese in cui il danno si è verificato. La maggioranza del Governo e del Parlamento si era schierata per il no, affermando che non era opportuno creare un regime giuridico svizzero diverso da tutti gli altri.

Il Governo ha anche presentato un controprogetto, che introduce nuovi obblighi ma punta a un coordinamento internazionale.Il testo sul materiale bellico prevedeva il divieto di finanziamento ai produttori di tutti i tipi armamento (nei casi i cui questo conta per oltre il 5% del loro fatturato) e il divieto di detenzione di azioni di imprese che producono materiale bellico e componenti, oltre che di quote di fondi che contengono tali azioni. Sostenuta soprattutto dall'area di sinistra e dal Gruppo per una Svizzera senza esercito, l'iniziativa è stata contrastata dalla maggioranza del Governo e del Parlamento.

Le ragioni del no

Per i sostenitori del no, il giusto fine di contrastare armi e guerre con l'iniziativa rischiava di andare perso lungo una strada sbagliata. La Svizzera è neutrale ma ha le sue forze armate, il Paese ha inoltre già regole restrittive per il commercio di armi, hanno ricordato i sostenitori del no. Il sì avrebbe colpito da una parte le imprese elvetiche attive nel settore, dall'altra tutti gli investitori svizzeri – Banca nazionale e casse pensioni incluse – che nei loro portafogli hanno azioni di società che fanno parte del comparto, hanno aggiunto gli oppositori.

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