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La Svizzera ferma scuole e università ma lascia aperti i locali pubblici

Dopo un’impennata dei casi e l’appello accorato dei medici la Svizzera decide alcune blande misure di contenimento del Coronavirus e chiude le frontiere ai malati italiani

di Lara Ricci

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Luisanna, Svizzera (Afp)

Dopo un’impennata dei casi e l’appello accorato dei medici la Svizzera decide alcune blande misure di contenimento del Coronavirus e chiude le frontiere ai malati italiani


2' di lettura

Dopo le lettere accorate dei medici affinché si prendessero seri provvedimenti per arrestare la diffusione del virus Sars-CoV-2 e le proteste di alcuni cittadini che avevano iniziato a ritirare i figli da scuola e ad assentarsi dal lavoro prendendo subito ferie e permessi, le autorità federali hanno deciso ieri alcune blande misure di contenimento della malattia.

Le scuole e le università saranno chiuse almeno fino al 4 aprile e fino al 30 aprile sono vietati i raduni di più di cento persone (compresi gli impianti da sci). Restano aperti ristoranti, hotel, bar e discoteche purché non ospitino più di 50 individui. Il telelavoro è stato semplicemente incoraggiato. Sono stati ripristinati i controlli ai confini: è ora consentito l’accesso alla Confederazione solo ai suoi cittadini, a chi ha un permesso di soggiorno e chi deve recarsi in Svizzera per motivi di lavoro. Durante la conferenza stampa tenutasi ieri a Berna, la consigliera federale Karin Keller-Sutter ha precisato che queste misure vogliono evitare che gli abitanti di Paesi «a rischio» (sic), come l’Italia, vadano a curarsi in Svizzera occupando posti letto.

Il governo federale ha poi messo a disposizione 10 miliardi di franchi svizzeri a sostegno delle attività economiche più danneggiate dalla pandemia. I casi ufficiali di Covid-19 in Svizzera erano ieri 1.125, numeri che non possono essere considerati attendibili visto che da domenica scorsa è stato deciso di testare solamente i malati molto gravi o quelli gravi che hanno più di 65 anni. L’8 marzo, infatti, quando molti ticinesi si aspettavano la chiusura delle scuole e delle frontiere, il governo federale ha invece deciso di lasciare tutto aperto e di accorciare il tempo della quarantena: chi è stato in contatto con una persona positiva al virus può tornare al lavoro dopo cinque giorni, e non più 14, sebbene non ci sia nessuno studio scientifico che mostra che dopo cinque giorni non c’è più rischio di contagio, anzi. Chi è invece infetto deva stare in isolamento almeno dieci giorni, senza che sia necessario un tampone negativo (della durata delle quarantene non si è parlato nella conferenza stampa di ieri, dunque si presume siano ancora in vigore nella versione accorciata).

Nei giorni che sono seguiti, il precipitare della situazione negli ospedali ticinesi ha spinto molti medici, prima di questo cantone, e poi di tutta la federazione a chiedere al Consiglio federale di dichiarare lo stato di «situazione straordinaria» previsto dalla legge sulle epidemie decidendo misure di contenimento di vasta portata. Come richiesto anche da petizioni di cittadini. Venerdì scorso il sindacato Ocst ha poi denunciato l’igiene insufficiente nei dormitori improvvisati per i lavoratori frontalieri allestiti da alcune aziende, mentre il sindaco di Porlezza, Sergio Erculiani, ha paventato il rischio di un contagio di ritorno portato dai frontalieri.

Per approfondire:
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