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La svolta green e digitale della Ue restituisce ottimismo alle imprese

di Valerio De Molli

3' di lettura

Quando si va a fondo l’unica cosa da fare è trovare un punto fermo, puntare i piedi e provare a risalire.

Nell’ultimo anno siamo certamente andati a fondo. Il Pil è crollato, secondo le stime preliminari Istat, dell’8,9%: la seconda peggior contrazione fra i Paesi dell’Unione europea (peggio di noi solo la Spagna) e la peggior contrazione in Italia dal Dopoguerra. Il numero di occupati si è ridotto di quasi mezzo milione.

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Il numero di occupati si è ridotto di quasi mezzo milione (-1,7%), fondamentalmente grazie al blocco dei licenziamenti e all’ampio ricorso alla Cassa integrazione, elementi che hanno impedito una disoccupazione di massa con il conseguente crollo dei consumi e l’aggravarsi della crisi. Il mercato del lavoro è, comunque, tutt’altro che florido: il numero di persone in cerca di occupazione è calato dell’8,5%, indice di una forte sfiducia (e dell’impossibilità materiale) di trovare impiego in questa fase.

Il pessimismo era emerso anche dall’Ambrosetti club economic indicator, strumento economico statistico che misura il sentiment della business community italiana tramite una survey che somministriamo ogni tre mesi a oltre 350 amministratori delegati e vertici delle più importanti società italiane e multinazionali. Le rilevazioni del 2020 evidenziavano profonda sfiducia, con il crollo di tutti e quattro gli indici misurati (valutazione della situazione economica attuale, delle prospettive dell’economia a sei mesi, delle prospettive occupazionali a sei mesi e delle prospettive di investimento a sei mesi). La prima rilevazione del 2021 fa tuttavia emergere i primi segnali di ripresa, con gli indicatori prospettici che tornano su valori antecedenti alla crisi.

L’indicatore (10,2) è positivo, a indicazione di sentiment di fiducia, ma su valori molto contenuti. È indice di una speranza che va coltivata e supportata nel tempo. Gli elementi affinché ciò accada sono gli stessi di cui si discute ormai da anni, ma che in questa fase diventano ancora più pressanti: semplificazione normativa e burocratica, digitalizzazione della Pubblica amministrazione, indirizzo politico solido, stabile e favorevole agli investimenti.

La fiducia si mantiene positiva anche con riguardo all’immediato futuro: l’indice di sentiment a sei mesi continua il suo percorso di risalita, tornando su valori pari alla media pre-crisi.

In questo momento i punti fermi di cui parlavo in apertura ci sono: le istituzioni comunitarie – Bce e Commissione europea – hanno messo in campo risorse e progettualità di portata mai vista prima. Nel 2020 gli acquisti netti di titoli italiani effettuati dalla Bce – ovvero l’acquisto di nuovo debito, al netto del riacquisto dei titoli in scadenza – è ammontato a 170 miliardi di euro: più dell’intero deficit nazionale (circa 160 miliardi). Tutta l’emissione aggiuntiva italiana è stata comprata da Francoforte, il che significa che gli interessi che pagheremo su questa quota diventeranno utile che la Bce distribuirà ai Paesi membri.
Al netto di qualche discrepanza fra la quota di capital key italiano e la percentuale di debito italiano acquistato dalla Bce nell’ambito del Pandemic emergency purchase programme (Pepp), si tratta di finanziamento a costo zero.

Sul fronte della Commissione europea, di Next Generation Eu si è parlato – e si parla – molto, anche se il principale ambito di discussione sembra essere quello politico a breve termine. Un aspetto invece fondamentale è che Next Generation Eu non è la proverbiale manna dal cielo: cumulativamente si parla di 191,5 miliardi di euro, di cui la maggior parte nel primo biennio. Immaginando di ricevere il 70% dei fondi nel primo bienni o e di impiegarli interamente, si tratta del 4% del Pil. Non poco: è un piano di rilancio importante e significativo. Ma, di per sé, non basta.

Il vero elemento di valore di Next Generation Eu è lo specchio di fronte al quale ci pone. La Commissione impone vincoli all’utilizzo delle risorse in ambito green e digitale. Non lo fa solo perché è giusto perseguire una transizione energetica e digitale, ridurre le emissioni e contrastare il cambiamento climatico, lo impone perché o i settori economici, industriali e produttivi dei Paesi si inseriscono in questo settore o, in un futuro più o meno prossimo saranno tagliati fuori dal mercato. Next Generation Eu è un piano di politica industriale, che incentiva i Paesi, e di riflesso le imprese, a ripensare la propria attività e la propria produzione in chiave sostenibile. In Italia questo obiettivo è stato accolto con ottimismo, e ciò si riflette sull’Ambrosetti club economic indicator. Analogamente, anche gli indicatori relativi a occupazione e investimenti riprendono il loro percorso di crescita.

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