VIAGGI

La svolta slow del turismo

La pandemia ridisegna completamente il settore: la standardizzazione e le grandi mete cedono il passo alle scelte di prossimità. Spinta al rilancio dei territori e delle economie locali

di Donata Marrazzo

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Escursionisti lungo la via Francigena. Si torna a viaggiare a piedi, come viandanti o pellegrini.

La pandemia ridisegna completamente il settore: la standardizzazione e le grandi mete cedono il passo alle scelte di prossimità. Spinta al rilancio dei territori e delle economie locali


3' di lettura

Il turismo di prossimità, quello delle radici, quello slow, le destinazioni umane e i viaggi ispirazionali, il turismo outdoor, quello religioso e quello culturale, che prima della pandemia rappresentava il 25% del business turistico complessivo. E il biketourism, il cineturismo, il turismo rurale ed enogastronomico, i cammini, la “residenzialità affettiva” (ovvero il sentimento di appartenenza ai luoghi): il settore esce dalla standardizzazione, dimentica le grandi mete, i pienoni estivi, i turisti internazionali (spariti con il Covid 2 stranieri su 3) per riscoprire i viaggiatori domestici, a corto raggio, rivalutando i borghi, le aree interne, la ricettività extralberghiera in nome dell’esperienza e della condivisione. Contribuendo al rilancio dei territori e delle economie locali.

I cammini

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La pandemia cambia definitivamente il paradigma del viaggio che già era in fase di trasformazione. Si torna a viaggiare a piedi, come pellegrini o antichi viandanti: è tempo di cammini. Nascono reti, community e nuovi sentieri. Dalla via Francigena al cammino Basiliano in Calabria «lo scopo è quasi sempre spirituale. Ci si pone in ascolto dei propri passi, è una ricerca personale», spiega Alberto Pugnetti, fondatore di Radio Francigena, emittente web che raccoglie le testimonianze di chi pratica il turismo lento (oltre 32mila persone).

Turismo delle radici

Il marketing delle destinazioni lancia nuove strategie e richiama in patria gli emigrati italiani nel mondo per rafforzare il patrimonio identitario locale: è il turismo delle radici (turismo di ritorno, turismo ancestrale). Un segmento in crescita e con grandi potenzialità, se si considera che il numero dei discendenti di emigrati italiani nel mondo è stimato fra i 60 e gli 80 milioni (i dati sono della Federazione Italiana Emigrazione-Immigrazione).

La ricerca dell’Unical

L’Università della Calabria sta conducendo dal 2017 una ricerca approfondita, coordinata da Sonia Ferrari, docente di marketing del turismo e marketing territoriale, insieme a Tiziana Nicotera, esperta di comunicazione turistica, con la collaborazione dell’università di Torino e quella di Mar de Plata in Argentina e ora con il contributo del ministero degli Esteri. L'obiettivo è di indagare per la prima volta il potenziale impatto socio-economico del turismo delle radici su alcune destinazioni nazionali e di favorirne lo sviluppo. Partendo dai flussi turistici di Canada, Brasile, Usa e soprattutto dell’Argentina: complessivamente, con 670mila arrivi il turismo delle radici muove oltre 650 milioni di euro: «Il viaggio e il soggiorno nel proprio paese d’origine costituiscono un’esperienza con un forte contenuto emotivo – spiega Sonia Ferrari – A seguito della pandemia che ha determinato il crollo del turismo mondiale, anche la World Tourism Organization ritiene che, quello delle radici, rivolto a borghi e destinazioni minori, rappresenti concretamente una nuova tendenza». Le motivazioni dei turisti di ritorno? «Conoscere i luoghi di cui si è sempre sentito parlare a casa, imparare la lingua, approfondire la conoscenza della cultura locale, fare ricerche sulla propria famiglia e incontrare familiari. La ricerca sulla storia familiare è quasi sempre una motivazione molto forte, che porta ad una sovrapposizione di questo segmento con quello del turismo genealogico», aggiunge la docente che, in questa fase, sta concentrando i suoi studi sui turisti provenienti dall’Argentina.

La Calabria, in particolare, che ha subito da sempre la piaga dell’emigrazione, nel 2019 è risultata la sesta regione di partenza per numero di italiani residenti all’estero (413.545). Si va così definendo al suo interno un progetto pilota e un modello di marketing per lo sviluppo del turismo delle radici da replicare in tutte le regioni italiane.

Residenzialità affettiva

Ed è tutto nuovo il tema della residenzialità affettiva che nasce dall’attaccamento ai luoghi visitati: l’“industria del ricordo” sforna souvenir e ornamenti per un giro d’affari che supera i 700 milioni di euro (18mila le imprese attive in Italia). Spesso si traduce in un concetto nuovo, quello della “restanza”, che fa dell’identità dei territori e di chi li abita un’idea mobile, dinamica, aperta. Il suo ispiratore è l’antropologo Vito Teti. In molti casi riguarda borghi e paesi in via di spopolamento: ci si innamora dei luoghi e delle comunità locali. E si resta.

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