i tormenti della maggioranza

La tappa obbligata (ma non formale) del Quirinale

di Paolo Armaroli

(EPA)

3' di lettura

Se peccare è umano, perseverare è diabolico. Ho l’impressione che Giuseppe Conte abbia intenzione di commettere lo stesso errore fatto nel pomeriggio del 27 maggio 2018 al Quirinale. Com’è noto, il presidente del Consiglio incaricato si presenta a Sergio Mattarella con la lista dei ministri. Ben lieto di essere sul punto di conquistare la carica di presidente del Consiglio. Una rosa, nello specifico, piena di spine. Perché del proprio operato avrebbe dovuto sempre ottenere il disco verde dai suoi scopritori: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Fatto sta che per un puntiglio, Conte perde la cappa.

Ferratissimo in diritto civile, materia professata come professore ordinario alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze, si dimostra non altrettanto esperto in diritto costituzionale. Com’è come non è, ha il torto di fare i conti senza l’oste del Colle. Infatti si meraviglia che Mattarella gli suggerisca con garbo ma con fermezza non di rinunciare a Paolo Savona, illustre studioso, ma di spostarlo dall’Economia agli Affari europei. E fu così che Conte discese precipitosamente le scale che poco prima aveva salito con il cuore gonfio di speranza. Mattarella si immedesima nel dramma dell’uomo e parla chiaro. Affacciatosi sul palcoscenico del Quirinale, impartisce urbi et orbi una lezione di diritto costituzionale. E chi vuole capire apra bene le orecchie. Aveva ammonito nei giorni precedenti che avrebbe esercitato un’attenzione particolarmente alta sulle scelte da compiere. Poi sottolinea che il Presidente, nel sottoscrivere le proposte, se ne assume la responsabilità costituzionale. E ribadisce che, nello svolgere questo ruolo di garanzia, il Capo dello Stato non ha mai subìto, né può subire, imposizioni.

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In questi giorni, ancora una volta, Conte – magari in perfetta buonafede, perché nessuno nasce imparato – dà l’impressione di considerare l’inquilino del Quirinale un mero notaio, un passacarte, un’entité négligeable. Sì, perché insiste nel dire che se la delegazione renziana si dimetterà, lui andrà in Parlamento per vedere quello che succede. Una sorta di sfida all’Ok Corral tra lui e il senatore di Scandicci. Ma in tutto questo, scenario sempre più improbabile in mancanza di un buon numero di “responsabili” a Palazzo Madama, siamo sicuri che il capo dello Stato possa essere espropriato del suo ruolo di commissario alle crisi ministeriali?

Qui, per così dire, casca l’asino. La verità è che il presidente della Repubblica ha voce in capitolo, eccome. Perché, piaccia o no, tutto passerà dal Quirinale. Conte può imitare Giulio Andreotti, che in un battibaleno sostituì i ministri della sinistra democristiana dimissionari per via della legge Mammì. Ma i nuovi nomi dovranno essere avallati dal Colle, e solo dopo Conte si presenterà alle Camere per chiedere una nuova fiducia. O ci sarà un rimpasto senza dissociazioni renziane, e anche in tal caso prima si esprimerà il Quirinale con l’avallo delle nomine e poi seguirà la fiducia dei due rami del Parlamento. O, a riprova che non c’è due senza tre, Conte dopo l’eventuale pollice in giù di Renzi rassegna le dimissioni nelle mani del capo dello Stato. E quest’ultimo potrà rinviare il governo alle Camere per verificare la sussistenza o meno della fiducia. Eventualità claudicante in mancanza di una maggioranza coesa. O dar vita a un nuovo governo, contraddicendo però sé stesso, dopo aver detto che dopo Conte non c’è che lo scioglimento delle Camere. O si andrà senz’altro alle elezioni. Con questo stesso governo o con un altro varato ad hoc.

In ogni caso, il Quirinale rappresenta un passaggio obbligato.

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