Riforme impossibili

La Tasi non c’è più, ora si chiama Imu: ma è più cara in un Comune su due

Per mantenere il gettito invariato ritoccate l'aliquota ordinaria sulle seconde case e quella sulle «prime» di lusso. Dopo il saldo del 16 dicembre eventuale conguaglio al 28 febbraio

di Gianni Trovati

Imu e Tasi: ecco come cambiano le tasse sulla casa

3' di lettura

Per carità, le ambizioni della mini-riforma dell’Imu scritta nella legge di bilancio dell’anno scorso erano modeste, e più che a ridurre l’imposta puntavano a semplificarne il pagamento. Ma anche da questo punto di vista il risultato del primo anno appare tutt’altro che brillante. In pratica, la riformina aveva cancellato la Tasi, per superare il paradosso dei due tributi gemelli sullo stesso immobile. Per far quadrare i conti, e soprattutto per evitare l’incomodo di dover trovare una copertura finanziaria dopo aver sventolato la bandiera dell’«abolizione della Tasi», la norma ha concesso ai Comuni più libertà sull’Imu. I sindaci, in sostanza, avrebbero potuto aumentare l’Imu per mantenere almeno lo stesso livello di entrate garantito dalla vecchia accoppiata Imu-Tasi. E l’hanno fatto.

Le decisioni locali

Lo indicano i numeri estratti per il Sole 24 Ore da Bluenext nella propria banca dati, frutto della collaborazione fra tutte le software house italiane che si occupano di fisco locale. Mettendo a confronto le delibere tributarie di quest’anno con quelle del 2019, si scopre che 3.775 Comuni hanno aumentato l’aliquota ordinaria, e 4.029 hanno ritoccato anche quella relativa all’abitazione principale, che paga l’imposta nei circa 75mila casi in cui l’immobile è considerato «di lusso» dal Catasto. Perché nel fisco, come in politica, i vuoti non esistono, e le riforme senza soldi sfociano inevitabilmente in un maquillage: dove c’era la Tasi, cioè all’incirca in un Comune su due, il suo tramonto ha lasciato spazio all’Imu.

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L’imposta si è limitata quindi a cambiar nome, senza alleggerire il carico sui proprietari di immobili. Sperando, cosa impossibile da verificare oggi a livello generale, che il tutto si sia limitato a un gioco delle tre carte senza produrre aumenti nel dare-avere fra vecchia e «nuova» imposta.

Niente semplificazioni

Ma nemmeno in termini di semplificazione l’esito è spumeggiante. Nei disegni della riformetta, l’addio alla Tasi rappresentava solo una premessa per poter agire di forbice nel ginepraio delle 160mila fra aliquote e detrazioni che rallegrano l’esistenza dei contribuenti e dei consulenti fiscali quando si devono occupare dell’imposta sul mattone. L’aver tolto di mezzo il doppione della Tasi doveva infatti permettere di ingabbiare la libertà tributaria comunale in una griglia di una dozzina di casi predefiniti all’interno dei quali diversificare le aliquote. L’obiettivo finale era quello di garantire a tutti l’arrivo del «bollettino precompilato» che era stato promesso fin dal 2012 per indorare la pillola del passaggio dalla vecchia Ici all’Imu ma che fin qui è stato reso impossibile dalle troppe variabili comunali. La griglia, spiegava il comma 756 della legge di bilancio 2020 (legge 160/2019), sarebbe stata disegnata da un decreto del Mef entro giugno. Ma il decreto non si è mai visto. Anche l’anno prossimo bisognerà fare i conti con i trattamenti fiscali tagliati su misura delle più diverse (e a volte minute) fattispecie, a seconda di dove gira il timone delle priorità dei singoli Comuni.

La novità: il conguaglio del saldo

Poi ci si è messo il Covid. Il lockdown e la crisi economica hanno colpito al cuore i bilanci locali e il governo, oltre a intervenire con due «fondoni» e altri aiuti che hanno assicurato ai Comuni 6 miliardi abbondanti, ha attivato la catena delle proroghe che hanno portato al 31 ottobre il termine per chiudere bilanci preventivi e delibere sui tributi e al 30 novembre la scadenza per la salvaguardia degli equilibri di bilancio. Ma il fisco locale è un marchingegno complicato, in cui ogni leva ne sposta un’altra con effetti non sempre ordinatissimi. Di proroga in proroga, il termine per la pubblicazione delle delibere Imu sul portale Mef del federalismo fiscale è slittato dopo il 16 dicembre, data entro la quale i contribuenti devono saldare l’imposta di quest’anno. Il risultato è un terzo appuntamento alla cassa, entro il 28 febbraio, per l’eventuale conguaglio del saldo di dicembre se la delibera pubblicata porterà novità. Perché quando si parla di tributi locali «semplificare» è una parola. Raramente seguita dai fatti.

GLI AUMENTI DELLE ALIQUOTE IMU
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