Interventi

La tassa minima globale, è un accordo storico o no?

di Fabio Ghiselli

5' di lettura

L'accordo raggiunto tra i paesi del G7 sull'introduzione di una tassa minima globale per imporre alle multinazionali, soprattutto del web, di pagare le imposte in misura congrua ovunque realizzino i fatturati e non solo nel paese in cui hanno la mera sede legale, è stato salutato come un evento storico.
Sebbene l'immaginabile attuazione di questo sistema sollevi qualche dubbio, vorremmo credere che qualcosa di “storico” o “epocale” questo accordo lo esprima.
In primo luogo la consapevolezza che il dumping fiscale messo in atto da molti paesi nel mondo, e persino all'interno di una comunità come quella europea – che dovrebbe vivere in armonia e comunione d'intenti – sottrae risorse preziose a quei paesi che lo subiscono perché vincolati dalla necessità di finanziare spesa pubblica crescente (i.e. investimenti, welfare, pandemia) e di ridurre il debito, e perché soggetti a un maggiore controllo sociale nato sulla spinta di principi costituzionali o generali dell'ordinamento tributario. Come ad esempio, quelli della capacità contributiva, della solidarietà sostanziale e della responsabilità sociale dell'impresa.
In secondo luogo, la contezza che la corsa al ribasso della tassazione delle imprese, in particolare societarie e di più grandi dimensioni – la “race to the bottom” – sia finita. Anzi, sia iniziata una inversione di tendenza avviata sia dalla riforma americana che da quella inglese. Il corporate income tax rate ha subito, dalla metà del secolo scorso un deciso ridimensionamento: negli USA è sceso da oltre il 50% (1952) al 21% (2020), mentre nei paesi OCSE l'aliquota media è passata dal 47,8% (1980) al 23,7% (2020), ed è stato sfruttato come elemento cardine per attrarre capitali e investimenti esteri. Una scelta facile ma miope. Era necessaria una presa di posizione politica, perché il pericolo di una rovinosa caduta del consenso sociale e della fiducia dei contribuenti verso il settore pubblico, provocata dall'incapacità dello stato di contrastare pratiche di ottimizzazione fiscale aggressiva e di tassare correttamente i profitti delle imprese, era dietro l'angolo. Per tacere degli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Ma i dettagli della proposta si devono ancora approfondire, a partire dalla sua estensione soggettiva. Si rivolgerà solo alle web companies e andrà a sostituire la web tax, che avrebbe dovuto diventare una imposta comunitaria e rappresentare una delle nuove fonti di finanziamento del bilancio Ue e del NGEU? Oppure si innesterà sulla web tax come avevo suggerito in altre occasioni? Al di là di una problematica comune come la determinazione dei prezzi di trasferimento, le regole che dovrebbero disciplinare la fiscalità delle due economie così profondamente diverse tra loro – quella tradizionale industriale e la web economy – non possono essere univoche.
Se, invece, sarà applicabile a tutte le società senza distinzione, se non dimensionale, le modalità applicative sarebbero più complesse, ma in questo caso la fonte d'ispirazione potrebbe essere la vigente disciplina sulle CFC (art. 167 TUIR), alla quale basterebbe sottrarre il legame con i passive income. In fondo mi sembra una configurazione molto similare.
Certo, qualche dubbio che l'accordo sia veramente “storico” sorge. Da un lato è quantomeno sospetto il plauso che è stato rivolto dalle tre principali multinazionali che dovrebbero subire questa misura restrittiva, Google, Amazon e Facebook. Dall'altro, la misura dell'aliquota (15%) appare modesta. In Europa il tax rate dell'imposta sulle società varia da un minimo del 9% in Ungheria al 31,5% in Portogallo, con una media del 20%, e quella del 15% è due punti e mezzo superiore a quella nominale dell'Irlanda e dieci punti più bassa di quella dell'Olanda e del Lussemburgo, dove sono concentrate le sedi europee delle multinazionali americane e le controllate “strategiche” di quelle europee. Mentre tra i paesi del G20 il tax rate medio raggiunge il 27% e tra quelli OCSE il 23,5%. Chi si occupa di sistemi fiscali, sa benissimo che la tassazione effettiva, il c.d. Effective Corporate Tax Rate, non dipende solo dall'aliquota nominale ma, soprattutto dalla determinazione della base imponibile. Se le 139 giurisdizioni OCSE e le 27 europee hanno altrettanti criteri di determinazione dell'utile civilistico, di derivazione del reddito e di determinazione della base imponibile – anche a seguito della facoltà di concordare appositi rulings - stabilire una aliquota nominale unica potrebbe non avere una portata così determinante. A meno che, ma apparirebbe piuttosto improbabile, l'aliquota del 15% non esprima il livello di tassazione effettiva, variabilmente inferiore a quella nominale nei diversi paesi OCSE.
Se in politica contano i simboli, l'accordo raggiunto dal G7 può ritenersi tale e storico, ma non innovativo. Perché in sede OCSE già il 9 ottobre 2020 è stato finalizzato il “Pillar 1 and Pillar 2 Blueprints report” che prevede a) una nuova modalità di allocazione dei profitti tra le giurisdizioni in cui sono realizzati (”Unified approach”), in funzione della “presenza digitale significativa” (“nexus”) che prescinde dalla presenza fisica sul territorio; b) una minimum tax globale (“Globe rule”) per risolvere i problemi residuali di erosione delle basi imponibili e di trasferimento dei profitti (peraltro con una aliquota ancora più bassa, compresa tra il 10 e il 12%). Discipline sulle quali si dovrà innestare la proposta concordata al G7 di tassare il 20% della quota eccedente il 10% dei profitti nei paesi in cui vengono realizzati, piuttosto fumosa e apparentemente complicata.
In buona sostanza, l'accordo al G7 altro non sarebbe se non quello che l'OCSE auspicava fosse raggiunto nel corso del 2020 e per il quale le trattative sono state sospese a causa della necessità di gestire la pandemia (e non solo).
Ciò che non possiamo nasconderci è che in ogni caso i tempi di realizzazione delle nuove misure non saranno brevi, perché dovranno essere recepite sia in sede OCSE sia negli ordinamenti nazionali e nei necessari accordi multilaterali. E comunque il progetto di riforma non sarà facile da attuare, perché la fiscalità non è solo tecnica ma, in primis, una scelta politica che, in questo caso, si deve confrontare con problematiche geo-economiche: gli equilibri tra i paesi diversamente detentori di beni materiali, immateriali e di tecnologia, e la ripartizione della ricchezza che alcuni producono a scapito di altri.
Se la direzione indicata sembra essere quella giusta, non possiamo che auspicare però che il legislatore, nell'ambito dell'intervento riformatore che si appresta a varare, si muova in parallelo con una riforma del reddito d'impresa che, pur assumendo l'indipendenza dalla struttura giuridica utilizzata, consideri in modo diverso le imprese per classe dimensionale e di fatturato. Anche le imprese non sono tutte uguali e anche per esse dovrebbero valere i principi dell'equità e della capacità contributiva.

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