intervista a Chiara Certomà

«La tecnologia è inutile se non educhiamo bene i cittadini»

Ricercatrice alla S.Anna di Pisa spiega come determinare l'efficacia di progetti di smart city

di Alberto Magnani


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3' di lettura

«Smart city? Se non la spieghi ai cittadini, tutta questa abbondanza di tecnologie rischia di essere inutile». Chiara Certomà, ricercatrice all’istituto di management della scuola Sant’Anna di Pisa, ha le idee abbastanza chiare sui rischi della «narrazione» della smart city che spopola in Italia. Su scala nazionale si moltiplicano i progetti per far evolvere in chiave innovativa le infrastrutture cittadine, con case history che vanno dalle comunità energetiche di Bologna alla creazione di hub tecnologici capaci di rigenerare la periferia romana. Ma la proliferazione di progetti può sfociare in qualche semplificazione di troppo. La prima fra tutte è quella di cedere all’entusiasmo per le innovazioni tecnologiche senza capirle fino in fondo, soprattutto in rapporto alla funzione reale di una città «intelligente»: ottimizzare i servizi pubblici e la qualità di vita degli abitanti, dai consumi energetici a una mobilità ecosostenibile, dalla digitalizzazione dei documenti sanitari a una comunicazione più rapida con le istituzioni. Se nel resto d’Europa il concetto viene declinato in progetti già rodati (si veda l’articolo sotto), in Italia si tende a distribuire l’etichetta «smart» con un po’ troppa disinvoltura. L’installazione di sensori per il traffico o sistemi di controllo dei consumi non basta a soddisfare i requisiti urbanistici, e sociali, di una città smart. «Prima di tutto bisogna considerare l’enorme varietà di iniziative sulle smart city che vanno dall’implementazione di servizi di mobilità diurna e soluzioni di viabilità a iniziative di promozione dei prodotti tipici magari in alcune aree interne del paese – dice Certomà - ma questa enorme varietà di iniziative ha fatto sì che il modello della smart city sia diventato un pò vuoto». Le iniziative sperimentate in Italia sono accomunate dal principio, o dall’obiettivo, di «potenziare» la vita dei cittadini rinnovando le infrastrutture presenti o sviluppandone di nuove. Il tramite non possono che essere le applicazioni tecnologiche, da una semplice colonnina per la ricarica di mezzi elettrici a una rete cloud che raccoglie i dati della cittadinanza. Il problema è quando l’attenzione si concentra più sul prodotto che sul suo obiettivo, il servizio finale ai cittadini. Per usare le parole di Certomà, è controproducente aumentare a dismisura l’ «offerta tecnologica» di infrastrutture e dispositivi senza passare per un’educazione concreta della cittadinanza in materia. «Paradossalmente, è più facile sviluppare un sensore che monitora il passaggio dei cittadini in una certa area della città, rispetto a educare realmente quei cittadini - spiega Certomà - Focalizzarsi sull’aspetto del funzionamento tecnologico ha spostato l’attenzione dal vero problema, e cioè applicare alcune soluzioni alla città. Pensiamo a cosa succederebbe in una Pa del tutto digitalizzata, ma senza che siano dati gli strumenti adatti a cittadini e dipendenti». Ma allora, come si determina l’efficacia di un progetto di smart city? Anche qui, non esistono ricette univoche. Forse la valutazione più adatta arriva dopo la fase di rodaggio. È il caso di piani «hard» per la mobilità come quelli sperimentati in Belgio e Danimarca, con la chiusura completa del traffico alle auto o l’implementazione di sistemi di sensoristica capaci di segnalare la presenza di bici e avvertire automobilisti e motociclisti dei rischi di una collisione.

In Italia si intravvedono i primi progetti concreti, a partire dai vari campus universitari o dalle suggestioni di una «Silicon valley» nel Lazio. Ma si parla quasi sempre a uno stadio embrionale, con più intenti che progetti realizzati. «I primi progetti stanno emergendo in contesti come Milano e Roma, ma al momento non si può dire che siamo esattamente all’avanguardia - dice Certomà - ci vorrà il suo tempo, come in ogni cosa».

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