Bologna

La tecnosfera al centro della Biennale Foto/Industria

La IV edizione promossa dalla Fondazione Mast si confronta con il tema del costruire da parte dell'uomo e delle sue conseguenze sociali e ambientali, dal Novecento a oggi

di Silvia Anna Barrilà


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Luigi Ghirri - Palazzo Bentivoglio Ferrari, Maranello, 1985-88 (© Eredi di Luigi Ghirri)

4' di lettura

È la più recente delle sfere terrestri, eppure ha avuto un impatto enorme sul sistema globale. Da sola, ha un peso stimato di circa 30 miliardi di miliardi di tonnellate. È la tecnosfera, termine coniato dal geologo Peter Haff nel 2014 per indicare tutto ciò che l'uomo ha aggiunto all'ambiente naturale, che ha costruito: case, strade, città, fabbriche, utensili, reti informatiche. L'uomo ne ha preso coscienza nel momento in cui minaccia la sua fine. È questo il filo conduttore delle 11 mostre che compongono la IV edizione di Foto/Industria, la Biennale di Fotografia dell'Industria e del Lavoro, promossa dalla Fondazione Mast e aperta a Bologna dal 24 ottobre al 24 novembre 2019.

Le immagini della tecnosfera

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Curata per la prima volta da Francesco Zanot, occupa dieci luoghi storici della città, con i quali la fotografia entra in dialogo attraverso soluzioni installative originali allestite dall'architetto Francesco Librizzi. Si va dalla Biblioteca Universitaria di Bologna ai Sotterranei di Palazzo Bentivoglio, dall'Oratorio di Santa Marta della Vita al Salone d'Onore di Palazzo Pepoli. L'11ª sede è il Mast, dov'è in corso la mostra “Anthropocene”, a cura di Urs Stahel, aperta già la scorsa primavera e prorogata fino al 5 gennaio 2020.

La fotografia in fabbrica
La scelta degli artisti è ricaduta su nomi internazionali (d'altro canto si tratta di una questione globale), a partire dai grandi maestri dell'inizio del Novecento, cioè da quando la prima Rivoluzione industriale ha iniziato a far percepire i suoi effetti sul paesaggio naturale e sull'uomo. Lo testimonia un grande protagonista della fotografia storica, Albert Renger-Patzsch (1897-1966), esponente della Nuova Oggettività, che nel 1927 attraversa la zona della Ruhr e lui, fotografo degli oggetti, mostra in rari paesaggi la trasformazione della Germania da ambiente rurale a cuore dell'industria siderurgica. Le stampe, per lo più vintage e preziose, provengono da una delle più grandi collezioni di opere dell'artista, quella di Ann e Jürgen Wilde, tra i primi galleristi di fotografia in Europa negli anni ’70 a Colonia, conservata dal 2010 alla Pinakothek der Moderne di Monaco. Si tratta di una sporadica occasione di vedere il lavoro di questo maestro in Italia.
Si concentrano, invece, sui processi di produzione all'interno della fabbrica autori come André Kertész (1894-1985), altro maestro della fotografia moderna, i cui scatti per la rivista “Fortune” rappresentano una delle prime commissioni ricevute all'arrivo negli Usa (oggi sono patrimonio francese e provengono dalla Mediathèque de l'architecture et du patrimoine ), e il nostro Luigi Ghirri (1943-1992), anche lui con alcuni incarichi commerciali da parte di aziende come Ferrari, Bulgari, Marazzi e Costa Crociere, in cui si riconoscono gli elementi tipici della sua ricerca (in questo caso sono opere dell'Archivio dell'artista e del gruppo Marazzi).
Entra in fabbrica anche la genovese Lisetta Carmi, classe 1924, ma lei lo fa di nascosto: spacciandosi per la cugina di un lavoratore, entra nel porto di Genova, più importante scalo del paese negli anni ’60, centro industriale, ma anche luogo drammatico per le condizioni lavorative. Gli stabilimenti dell'Italsider sono il soggetto di un'altra serie, la cui intensità viene amplificata dalla composizione di Luigi Nono “La fabbrica illuminata”, realizzata con suoni e rumori registrati all'interno dello stesso stabilimento.

Gli artisti contemporanei
Torniamo ai nostri giorni con gli altri fotografi inclusi nella Biennale, che guardano alle conseguenze sociali e ambientali della tecnosfera, proiettandosi nel futuro. Armin Linke , nato a Milano nel 1966, vive e lavora a Berlino, mostra i risultati di un'indagine durata tre anni sulle costruzioni invisibili, quelle sui fondali marini in un momento critico per l'equilibrio ecologico degli oceani (è rappresentato da Vistamare , dove i suoi lavori vanno da 6.000 a 12.000 euro). L'angolano Délio Jasse (classe 1980, vive a Milano), guarda alla sua città d'origine, Luanda, e, grazie alla sua padronanza delle tecniche fotografiche, riflette nelle sue composizioni la stratificazione architettonica e sociale della megalopoli africana, dove le costruzioni coloniali portoghesi vengono sostituite da quelle cinesi (è rappresentato da Tiwani Gallery di Londra).
Il belga David Claerbout e il giapponese Yosuke Bandai guardano a ciò che rimane della febbre di costruire dell'uomo. Il primo, classe 1969, già rappresentato da importanti gallerie come Sean Kelly, Esther Schipper e Rüdiger Schöttle , in una nota videoinstallazione del 2016 mostra lo stadio olimpico di Berlino, costruito nel 1936 per le Olimpiadi di Hitler e destinato a durare mille anni. L'artista, in una ricostruzione digitale che dura all'infinito, restituisce l'edificio al tempo e alla natura, mostrandone il decadimento grazie ad un software che tiene conto, anno dopo anno, stagione dopo stagione, della crescita della vegetazione e delle attuali condizioni metereologiche della capitale tedesca.
Il giapponese Yosuke Bandai, invece, ha passato un anno a raccogliere da terra, a Tokyo, ciò che le persone hanno buttato e ne ha fatto delle sculture che ha poi scannerizzato, sottraendole allo scorrere del tempo in piccole fotografie (da Taro Nasu a Tokyo valgono circa 540 euro l'una).

Le prospettive future
Infine Stephanie Syjuco e Matthieu Gasfou guardano al futuro, la prima, americana di origini filippine, classe 1974, con un lavoro video su San Francisco che prende spunto da un film dei Fratelli Miles del 1906 girato quattro giorni del terremoto che ha devastato la città. Cento anni dopo l'artista ripercorre la stessa strada su Google Earth e riflette su un'altra distruzione, quella tecnologica causata dall'uomo. Lo svizzero Matthieu Gasfou, classe 1981, propone un documentario sul Transumanesimo, una filosofia che mira a sfruttare le nuove tecnologie per aumentare le performance fisiche e cognitive dell'uomo, aspirando all'immortalità (da Galerie C di Neuchâtel le sue opere vanno da 3.500 a 9.000 euro).

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