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La tempesta perfetta sulle costruzioni e l’argine possibile

di Laura Galvagni

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(EPA)

2' di lettura

Troppa leva, abbinata a una forte dipendenza al debito di breve termine, a cui si è sommata una debole generazione di cassa, ha prodotto quella che può essere definita la tempesta perfetta sul settore delle costruzioni italiano. Una tempesta che in qualche modo ora va arginata per evitare che un comparto chiave del paese finisca definitivamente sotto scacco. Basti ricordare che le società in crisi, tra le quali Astaldi, Grandi Lavori Fincosit, Condotte, Cmc Ravenna, hanno un giro d’affari prossimo ai 6,5 miliardi, pari allo 0,4% del Pil, contro un’esposizione che secondo le recenti stime dell’agenzia di rating Standard& Poor’s vale 5 miliardi.

Tutto questo è frutto di un veloce declino che ha visto in dieci anni praticamente dimezzarsi il peso delle costruzioni sul Pil: passato dal 29% al 17% attuale. In altre parole, in due lustri sono stati polverizzati 104 miliardi di giro d’affari e questo sta provocando danni a catena e rappresenta peraltro una mina vagante anche per il sistema bancario.

Ecco perché una soluzione di sistema che metta assieme le aziende in crisi sotto un unico cappello appare come la soluzione ideale per rilanciare un settore altrimenti destinato a una inarrestabile parabola discendente. Perché ciò accada deve però esserci la volontà specifica di tutte le parti in gioco, dai creditori agli azionisti, passando per le istituzioni. Non va creato un gigante dai piedi d’argilla ma piuttosto un soggetto sufficientemente forte da raccogliere l’eredità dei gruppi in crisi per trasformarla in un’opportunità di sviluppo per le costruzioni italiane. E per farlo il primo ingrediente chiave, oltre al know how di chi opera già nel settore, serve il capitale. E ciò significa iniezione di mezzi freschi e stralcio di parte del vecchio debito.

Non foss’altro perché, proprio come segnalava sempre S&P, la struttura finanziaria dei gruppi italiani pecca per scarsa liquidità. Tanto più se paragonata a quella generata dai grandi gruppi stranieri. Hochtief per esempio ha quasi 5 miliardi di cassa di cui oltre 1 miliardo di cash flow operativo. Questo a fronte di un debito che non raggiunge 1 miliardo. Tant’è che sulla base dei dati di fine 2017 la compagnia tedesca ha un rapporto tra la posizione finanziaria netta e l’Ebitda di 1,1 volte che si confronta con lo 0 di Strabag, il 3,1 di Salini Impregilo e il 7,5 di Astaldi e il 5,3 di Cmc Ravenna.

Questi valori sono ancor più significativi se si confronta il debito lordo con la redditività, al punto che Hochtief ha multipli pari a 2,7 volte e Strabag sotto due. Valori nettamente inferiori ai big italiani dove il rapporto più solido è quello di Salini Impregilo che è pur sempre pari a 4,7 volte.

Si arriva invece appena sotto 10 nel caso di Astaldi (9,5) e Trevi (9,8). Ecco perché se Cdp con Salini Impregilo e le banche vorrà farsi promotrice di una soluzione di sistema, la forza finanziaria sarà una variabile imprescindibile. E questa prima bozza di piano sembra tenerne conto, a patto che ciascuno faccia il proprio dovere.

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