Dati Istat

La tenuta dei consumi non basta, l’agricoltura perde quota nel 2020

Produzione giù del 3,2% e valore aggiunto del 6%. Coldiretti: in crisi un’azienda su 5. Gli allevatori: prezzi delle materie prime insostenibili senza alzare i prezzi

di Emiliano Sgambato

3' di lettura

Il 2020 e la pandemia si chiudono in perdita per l'agricoltura nonostante la produzione non sia mai fermata e gli acquisti in negozi e supermercati siano cresciuti supportando l’offerta nazionale. A pesare, è noto, il calo del consumi fuori casa, ma anche, denunciano i produttori, margini troppo risicati.

Secondo l’Istat nel 2020 la produzione è diminuita del 3,2% in volume e il valore aggiunto è calato del 6% (dopo un 2019 che aveva lasciato sul terreno l’1,6%).
«La flessione – nota l'Istat – è stata più contenuta per la produzione agricola di beni e servizi (-1,4% in volume e -0,5% in valore), gli effetti della pandemia hanno però inciso pesantemente sulle attività secondarie dell'agricoltura (-20,3% in volume). Molto male anche il comparto della pesca, che ha visto un deciso ridimensionamento tanto della produzione (-8,8%) che del valore aggiunto (-5,3%)».

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Una sostanziale tenuta si è registrata invece nel valore aggiunto dell'industria alimentare, delle bevande e del tabacco è cresciuto dell'1,8% a prezzi correnti ma è diminuito della stessa entità in volume (-1,8%)

Le cause? Secondo Coldiretti «su quasi una azienda agricola su cinque (18%) pesa la riduzione della domanda di prodotti provocata soprattutto dal crollo del turismo e dal taglio degli acquisti da parte dei bar, ristoranti e pizzerie costretti alla chiusura». Tra le preoccupazioni «emerge anche l'impatto dell'aumento dei costi di produzione (7,5%) che riguarda le materie prime, dai prodotti energetici agli alimenti per il bestiame, mentre il 6,9% segnala la mancanza di liquidità per fare fronte alle spese correnti». Uno scenario preoccupante, secondo l’associazione agricola, «con il 9,5% delle aziende agricole che ritiene che non sia possibile tornare alla situazione antecedente all'emergenza Covid».

Nonostante le difficoltà durante la pandemia più di quattro aziende agricole su dieci (40,8%) non hanno ricevuto alcun tipo di sostegno economico statale, europeo o altre forme di aiuto.

«L’emergenza globale provocata dal Covid ha fatto emergere una consapevolezza diffusa sul valore strategico rappresentato dal cibo e sulle necessarie garanzie di qualità e sicurezza – afferma Ettore Prandini, presidente Coldiretti, nel sottolineare che «per cogliere l'opportunità storica del Recovery Plan abbiamo elaborato e proposto per tempo progetti concreti immediatamente cantierabili per l'agroalimentare con una decisa svolta verso la rivoluzione verde, la transizione ecologica e il digitale in grado di offrire un milione di posti di lavoro green entro i prossimi 10 anni».

«Quella che emerge dai recenti dati Istat è la drammatica fotografia di un settore che nonostante le tante ataviche difficoltà che ne frenano lo sviluppo, cui si sono recentemente aggiunte le note problematiche legate alla pandemia, resiste strenuamente alla crisi, continuando a detenere il primato a livello comunitario per valore aggiunto e il terzo posto per valore della produzione –sottolinea il presidente della Copagri Franco Verrascina –. A fronte di ciò, risultano però evidenti gli effetti della crisi in atto, che ha reso ancora più palese la necessità di intervenire con decisione per sostenere il settore e dare ai produttori la possibilità di guardare al futuro con serenità e programmare la produzione»

«Nonostante la flessione, l'agricoltura italiana vanta ancora il valore aggiunto più alto d'Europa. Per questo dobbiamo difendere il Made in Italy in tutte le sedi e in tutti i modi dagli attacchi dei paesi che ne soffrono la competizione» È il commento del sottosegretario alle Politiche agricole Gian Marco Centinaio che aggiunge: «Ora è il momento di rimboccarci le maniche per ripartire più forti di prima. Abbiamo tutte le carte in regola per continuare ad essere al primo posto al mondo per qualità, sicurezza e reputazione. Ma per farlo è necessario difendere ciò che abbiamo».

Intanto Assocarni e Uniceb (filera delle carni)  invocano un confronto costruttivo con la Gdo sulla situazione del comparto zootecnico nazionale e in particolari sui bassi prezzi all’origine riconosciuti: «In seguito all'aumento delle materie prime utilizzate per l'alimentazione degli animali da allevamento - denunciano in una nota – il mais registra oggi il maggior incremento del decennio, mentre la soia ha raggiunto il picco da quasi sette anni». «È stato davvero toccato un punto di non ritorno –dichiara Luigi Scordamaglia, presidente di Assocarni –. Non è più possibile accettare che il valore di un animale di qualità eccellente come quello prodotto in Italia sia fermo esattamente al valore pagato oltre trent'anni fa, mentre sugli scaffali i prodotti hanno seguito gli andamenti dell'inflazione di questi trent'anni, coerentemente con gli aumenti di tutti gli altri prodotti alimentari. Facciamo un appello alle catene distributive che più tengono all'italianità e al nostro Paese affinché vengano incontro ad un giusto riconoscimento per i nostri allevatori».


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