Interventi

La terza via che porta alla crescita

di Gustavo Piga

(Adobe Stock)

4' di lettura

Il Rapporto di previsione del Centro Studi di Confindustria ha il pregio di mettere il Paese di fronte ad un trivio: due opzioni chiarissime che portano dirette al precipizio ed una alla salvezza, dell’Italia e dunque dell’Europa. Anche se la ingiustificata presenza di Juncker, Presidente della Commissione europea, all’incontro di Parigi tra due leader nazionali assieme al Presidente cinese Xi Jinping, fa presumere che non sia sufficientemente chiaro quanto l’intero progetto europeo si regga solo e soltanto, sempre, sulla solidarietà al partner in quel momento più debole e non sull’assenso verso i più forti.

Se le due strade del disastro sono ben descritte da chi - come un prestigioso centro studi - ha il compito di prevedere le conseguenze di azioni teoriche dannose nella speranza di contribuire a prevenirle, è anche giusto che questo non si dilunghi più di tanto sull’unico cammino, seppur impervio, che spetta alla Politica, e solo ad essa, realizzare, ovvero quello della ripresa della crescita economica e dell’occupazione (anch’essa attesa ferma per il 2019) e del rientro del rapporto debito-Pil verso una traiettoria di decrescita felice. Dare a Cesare quel che è di Cesare: ai centri studi le previsioni, alla Politica il governo dell’economia. È bene scongiurare infatti il rischio paradossale che lo stesso Governo si unisca al gruppo di previsori, lanciando allarmi piuttosto che risolverli: vi sono armi potenti che questo possiede, in particolare la politica fiscale, per influenzare (positivamente) le aspettative degli operatori, i loro piani di investimento e di assunzione, creando nuovi scenari di crescita che nessun previsore potrebbe aver mai ipotizzato, essendo questi sprovvisto del potere di disegnarli liberamente.

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Ciò chiarito, è bene riassumere rapidamente i due sentieri verso cui, il Rapporto ammonisce, non si deve nemmeno per un attimo pensare di andare. «La scelta sarà tra aumentare l’Iva (come previsto dalle clausole) o far salire il deficit pubblico», così vi si legge . Nel primo caso, il deficit su Pil si terrà sotto la soglia simbolica e chiave del 3%, ma al prezzo di una crisi di domanda interna dovuta all’impatto negativo su di essa dell’aumento nel 2020 e 2021 delle aliquote Iva : impatto sia diretto, sui consumi, che indiretto, sui piani di investimento che si basano preminentemente sulle stime da parte delle imprese di crescita di una economia. Nel secondo caso, senza aumenti dell’Iva, «il rapporto tra deficit pubblico e Pil (si porterebbe) pericolosamente oltre il 3% e nelle attuali condizioni di credibilità e fiducia non sarebbe sostenibile». Assolutamente vero.

E allora, che fare? Il Rapporto si limita giustamente a chiedere una ritrovata via verso la crescita economica che questo Governo si era potenzialmente creato quando, con la nota d’aggiornamento autunnale al Def aveva scelto - contrariamente a quanto raccomandato dagli esecutivi precedenti - di ripudiare il diabolico Fiscal Compact, che obbliga i conti pubblici a transitare in tre anni al bilancio in pareggio con manovre di una insensata e drammatica portata recessiva sulla debole economia italiana. Purtroppo quell’opportunità positiva è stata incredibilmente vanificata con provvedimenti di spesa volti a sostenere trasferimenti come quota 100 e reddito di cittadinanza invece di investimenti pubblici. Nel Rapporto, non a caso, si suggeriscono maggiori investimenti pubblici ma senza sforare il deficit: come fare? Una possibilità, quella di tornare indietro sui provvedimenti redistributivi di cui sopra è, ad avviso di chi scrive, pia illusione: i giallo-verdi hanno reso quella strada politicamente impossibile facendo di quelle misure una cifra identitaria.

Ecco dunque che spetta a questo Governo indicare, auspicabilmente nel Def di prossima uscita, come intende sciogliere i dubbi di famiglie ed imprese e ridare loro ottimismo e fiducia, imboccando quella terza via della crescita, impervia certamente - tra vincoli posti dall’Europa, dai mercati e dalle proprie convinzioni partitiche – ma salvifica. A chi scrive spetta ricordare che la politica economica che viene insegnata da anni nelle università, a giovani pieni di interrogativi e bisognosi di certezze e risposte autorevoli, mostra inequivocabilmente una soluzione, per qualsiasi economia di mercato alle prese con una crisi di domanda di proporzioni notevoli, come quella italiana, ma anche vincoli di bilancio evidenti. Si chiama moltiplicatore di bilancio in pareggio e si basa sull’evidenza che un aumento di investimenti pubblici finanziato non in deficit ma da un aumento di tasse (o ancor meglio da un taglio di veri sprechi) abbia comunque una portata netta decisamente espansiva sull’economia grazie al fatto che proprio gli investimenti via appalti pubblici hanno un effetto diretto e certo sull’economia che sovrasta quello negativo di pari aumenti della tassazione.

Sarà bene una volta per tutte, dunque, dire che questa spada di Damocle chiamata clausola di salvaguardia che da anni frena investimenti privati e pubblici, va esercitata, ridando certezza agli operatori sulle misure future del Governo. Ad una condizione: che le risorse derivanti dall’aumento di Iva non vadano, come ricorda giustamente il Rapporto, follemente e masochisticamente indirizzati alla riduzione del deficit. Ma, piuttosto, al finanziamento di opere, piccole e grandi, necessarie per il paese, al produttività della sua economia e per l’occupazione di tante persone con gravi difficoltà economiche. È solo percorrendo questa via che possiamo rimettere sul binario della speranza il destino del nostro paese e, con esso, dell’Europa tutta.

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