idee & politica

La terza via, una lezione ancora attuale

di Natalino Irti

3' di lettura

Di grande rilievo, nella storia del liberalismo italiano, il 1942. Anno, in cui fu volto nella nostra lingua il saggio dell’eminente economista e sociologo Wilhelm Röpke, che prese il titolo di La crisi sociale del nostro tempo. Vi si proponeva una “terza via” - l’economia di mercato - tra socialismo e liberalismo. È la ideale (se non cronologica) radice di tutte le soluzioni mediatrici, dal “socialismo liberale” al “liberalsocialismo”, dalla “economia sociale di mercato” all’ordoliberalismo.

Il rilievo fu dato soprattutto da ciò: che il libro ebbe recensioni di Benedetto Croce e Luigi Einaudi, i quali, ormai da molti anni, disputavano intorno al rapporto tra liberalismo e liberismo. Il Croce ridusse l’economia di mercato a semplice mezzo, strumento tecnico, che la libertà, intesa come coscienza morale, può, di caso in caso, applicare, sospendere, rifiutare. Tutte le forme dell’economia sono piegate a servizio della “religione della libertà”, che spesso rischiò, in prose di adepti e seguaci, di degenerare a retorica, vuota di istituti economici e giuridici. La stessa critica mosse il Croce, l’indomani del conflitto bellico, alla diade di Giustizia e libertà, giacché la eguaglianza – argomentava - è un principio subordinato, e sta alla libera coscienza morale di promuoverla di tempo in tempo.

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Consonante fu invece la lettura di Einaudi, che vide nell’economia di mercato la più alta forma di democrazia dei consumatori, esprimente ogni giorno il proprio verdetto. Non sono rifiutati né la “cornice” delle norme statali né interventi pubblici “conformi” all’economia di mercato, ossia protettivi o restaurativi della piena concorrenza.

La posizione di Croce, già manifestata in dialogo con l’Einaudi, fu più acre e dura nei confronti del “liberalsocialismo”, ancorché i “fondamenti ideali del Partito d’Azione” fossero dal devoto Adolfo Omodeo indicati proprio nella dottrina crociana della libertà, la quale, «spogliatasi da ogni legame con il liberismo economico», è energia liberatrice «che si espande da chi ha a chi non ha, e vuole la redenzione dei popoli e delle classi asservite».

Ecco, tratteggiato nelle linee più semplici e riassuntive (dall’autore di questo articolo già esposte in una conferenza lincea del 2011, poi pubblicata per i tipi del Mulino), lo sfondo storico e teorico di quel “liberalsocialismo”, in cui oggi si vuol collocare il programma del nuovo governo. Ed è prova, se mai necessaria, del bisogno di inserirlo e spiegarlo nelle tradizioni del pensiero politico.

La formula “liberalsocialismo” si fa risalire al filosofo Guido Calogero, che la propugnò e difese con passione d’animo e di pensiero. Si trattava di congiungere insieme i tradizionali diritti di libertà, gli istituti della democrazia politica, la giustizia sociale, l’uguaglianza dei “punti di partenza”. Erano tutte esigenze avvertite nella cultura del dopoguerra, ma difficili da conciliare e tenere insieme. Talvolta l’accento cadeva sulla civiltà del liberalismo e sulla protezione della vita e capacità individuali; talvolta, sull’equità economia e sulla giustizia sociale. Il Partito d’Azione lasciò emergere queste interne tensioni, che lo condussero alla scissione del 1946 ed alla scomparsa dalla scena politica.

La configurazione odierna del liberalsocialismo, ormai spogliata (ma non inconsapevole) di questa eredità storica, mostra piuttosto di ricollegarsi alle tesi einaudiane, quali soprattutto si espressero nella menzionata recensione del 1942 al libro di Röpke e nella famosa “predica inutile” del 1957, ossia nel Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze fra liberalismo e socialismo.

Sono tesi, che, rifiutando la netta antitesi crociana tra liberalismo e liberismo, ed anche l’ardua sintesi tentata dal Partito d’Azione, provano a percorrere la “terza via” di Röpke, dove tutela della proprietà privata, libertà d’impresa, e mercato di concorrenza, si trovano in equilibrio con giustizia sociale ed equità economica: un equilibrio, da controllare nella particolarità delle singole decisioni. Se si vuol oggi usare la formula calogeriana, è da farsi con prudenza teorica e avvedutezza storica, fermandosi sulla concretezza delle singole decisioni di governo, e giudicando, di volta in volta, se esse soddisfino le esigenze dell’individualismo liberale o le attese di giustizia sociale. Indispensabile è questo senso del mutamento storico, d’un nuovo orizzonte di problemi e bisogni, anche se può riuscire difficile a chi, come l’autore di questo articolo, visse la stagione del «Mondo» pannunziano, e vi lasciò ingenuità e speranze della giovinezza.

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