inchiesta

La torre dei segreti: i soldi russi dietro al grattacielo di Trump

di Tom Burgis


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Il Trump International Hotel and Tower Toronto (Bloomberg)

24' di lettura

Un giorno di ottobre del 2007 un famoso immobiliarista con pastrano e cravatta azzurro polvere scese da un'interminabile limousine, nel distretto finanziario di Toronto. Di fronte a un ammasso di fotografi, imbracciò una pala d'oro. Alla sua sinistra, anche lui con una vanga decorativa in mano, c'era il suo socio nella costruzione di un grattacielo da 500 milioni di dollari canadesi (325 milioni di euro) i cui lavori dovevano cominciare quel giorno: un miliardario russo-canadese che aveva costruito la sua fortuna nella collisione tra comunismo, capitalismo e Kgb alla caduta dell'impero sovietico.

Erano presenti anche rappresentanti dei sostenitori finanziari del progetto, una banca austriaca che poco tempo dopo sarebbe stata accusata di non condurre verifiche adeguate sulle origini del denaro dei suoi clienti ex sovietici.
I flash dei fotografi facevano scintillare le pale mentre i due magnati, tutti sorridenti, le affondavano in un quadrato di terra dov’era stata dipinta la parola «Trump». Così cominciarono i lavori per il Trump International Hotel and Tower Toronto. «La gente vuole possedere a tutti i costi le cose che faccio io», disse Donald Trump a un intervistatore quel giorno, dichiarando che il nuovo grattacielo, oltre ad altri pregi, sarebbe stato «più alto degli altri edifici».
Il Financial Times ha condotto un'inchiesta lunga 10 mesi sui finanziamenti dietro la realizzazione del Trump Toronto. Documenti legali, dichiarazioni firmate e due dozzine di interviste con persone bene informate sul progetto e i soldi che vi sono transitati attraverso dimostrano che quella speculazione collega il presidente americano a un torbido mondo postsovietico, dove si intrecciano politica e arricchimento personale.

Alcuni dei flussi di denaro che abbiamo accertato sollevano interrogativi sulla vulnerabilità di Trump a influenze indebite, ora che siede alla Casa Bianca. Fra le altre cose, abbiamo scoperto prove che il partner dell'attuale presidente nel progetto immobiliare di Toronto ha autorizzato un pagamento segreto di 100 milioni di dollari a un faccendiere di Mosca che rappresenta investitori vicini al Cremlino. Quel pagamento era parte di una serie di transazioni che hanno generato milioni di dollari per i finanziatori della speculazione di Toronto, facendo guadagnare milioni di riflesso anche al futuro presidente.

Un mese dopo l'inaugurazione dei lavori, nel 2007, Trump scrisse una lettera al Wall Street Journal in cui affermava che i finanziamenti per il «nostro» Trump Toronto erano «una testimonianza della forza del nome e del marchio Trump all'interno della comunità finanziaria». Ma quando abbiamo inviato delle domande alla Trump Organization per la stesura di questo articolo, la società ha rifiutato di rispondere, dicendo: «La Trump Organization non ha controllato, costruito né venduto il Trump International Hotel and Tower Toronto. Di conseguenza, non è stata coinvolta in alcun modo nel finanziamento del progetto. Il ruolo della società si è limitato a concedere l'utilizzo del marchio e a gestire l'albergo e le residenze fino al giugno 2017, quando l'accordo è stato rescisso».

È proprio questo approccio alla provenienza del denaro che ha alimentato la carriera imprenditoriale di Trump a preoccupare molti di quelli che lo hanno esaminato da vicino. Dopo una serie di bancarotte negli anni 90 e nei primi anni 2000, che avevano lasciato l'impresa immobiliare ereditata da suo padre nella quasi totale incapacità di ottenere prestiti dalle banche principali, Trump cominciò a rivolgersi a finanziatori sempre più equivoci. Riusciva sporadicamente a ottenere prestiti dalla Deutsche Bank, con cui aveva un rapporto lungo e contrastato, ma a partire più o meno dall'inizio del millennio adottò anche un nuovo modello, in cui concedeva l'utilizzo del suo marchio per la costruzione di grattacieli che la Trump Organization poi gestiva in appalto.
A quell'epoca i nuovi oligarchi dell'ex Unione Sovietica cercavano rifugi esteri per le loro ricchezze. Nel 2008 il figlio di Trump, Donald Jr. dichiarava così in occasione di un congresso del settore immobiliare: «I russi rappresentano una quota sproporzionata in molte delle nostre attività […] Stanno affluendo tantissimi soldi dalla Russia». Alcuni di questi soldi passavano attraverso la vendita di unità immobiliari in proprietà a marchio Trump, in cui Trump aveva diritto, in alcuni casi, a una fetta del ricavato.

Una presunta rete di riciclaggio di denaro kazaka ha fatto transitare milioni di dollari attraverso vendite di appartamenti alla Trump SoHo; un oligarca russo ha comprato da Trump una proprietà a Palm Beach nel 2008 per 95 milioni di dollari, più del doppio di quello che Trump l'aveva pagata quattro anni prima; in Florida, 63 russi, alcuni con conoscenze politiche in alto loco, hanno speso 100 milioni di dollari per comprare proprietà immobiliari in sette grattacieli di lusso a marchio Trump, secondo quanto ha appurato la Reuters. I soldi non venivano esclusivamente dall'ex Unione Sovietica: al Trump Panama una parte era riconducibile, a quanto pare, a trafficanti di droga latinoamericani.

Negli ultimi anni è diventato sempre più chiaro che molti degli oligarchi che hanno costruito le loro fortune durante la caduta dell'Unione Sovietica hanno protetto i loro patrimoni favorendo gli interessi delle cricche di potere in patria. Questa ricchezza circola nei mercati occidentali, spesso mascherata dietro società di facciata. Il settore di Trump, l'immobiliare, è sempre stato esposto a infusioni di denaro anonimo. Una quota importante delle vendite di immobili americani di alto livello passa attraverso società i cui veri proprietari rimangono segreti. Un'indagine del Tesoro degli Stati Uniti, l'anno scorso, ha scoperto che un acquirente di immobili di superlusso su tre era sospetto.

Trump ha rotto con la tradizione presidenziale rifiutandosi di dismettere le sue partecipazioni nelle decine di aziende di cui si compone la Trump Organization, o di pubblicare le sue dichiarazioni delle tasse, che potrebbero consentire di far luce su quella che appare una moltitudine di conflitti di interessi. Nel maggio dello scorso anno, la sua decisione di rimuovere James Comey dalla guida dell'Fbi ha innescato la nomina di Robert Mueller, lui stesso un ex capo dell'Fbi, come consigliere speciale incaricato di indagare sui collegamenti tra il Governo russo e lo staff elettorale di Trump.

Testimoniando di fronte alla commissione servizi segreti del Senato, Comey si è sentito chiedere se l'indagine poteva portare alla luce questioni non collegate alla campagna elettorale. Lui ha risposto che «in qualsiasi indagine complessa, quando si comincia a scoperchiare le pentole a volte si scoprono cose di rilievo penale non collegate all'inchiesta principale».

Paul Manafort, uno dei direttori di campagna di Trump, lo ha già sperimentato sulla sua pelle, costretto com'è a difendersi dall'accusa di aver riciclato 30 milioni di dollari (cosa che nega) in relazione al suo lavoro come consulente per politici filorussi in Ucraina. Michael Flynn, il primo consulente per la sicurezza nazionale di Trump, si è dichiarato colpevole di una serie di accuse, fra cui aver mentito su un contratto di lobbying che aveva con la Turchia. Il resto dell'indagine di Mueller in generale è accuratamente segretato, ma è evidente che il procuratore speciale considera gli affari finanziari pregressi bersagli leciti.
Tom Warner, un investigatore aziendale americano specializzato in Russia e Ucraina, è uno di quelli, fra le persone che abbiamo intervistato, convinti che un tratto distintivo di Trump sia l'allineamento dei suoi interessi a quelli delle persone che gli hanno fornito il denaro necessario ad alimentare la sua carriera. Quando Trump volta le spalle agli alleati storici degli Stati Uniti e suggerisce che la Russia dovrebbe essere riammessa nel G8, alcuni analisti ci vedono dietro altri motivi. La faccenda viene seguita con ancora più attenzione questa settimana, dopo che Trump ha partecipato a un vertice Nato a Bruxelles, è andato a Londra per incontrare la premier britannica Theresa May e si appresta a riunirsi con il presidente russo Vladimir Putin a Helsinki. «Putin, o il successore che sceglierà, saranno lì ancora per molto tempo dopo che Trump avrà lasciato la Casa Bianca», dice Warner. «E Trump [e i suoi figli] hanno bisogno che il modello d'impresa della famiglia resti in piedi».

La storia del Trump Toronto dimostra cosa comporta, per gli Stati Uniti, avere un leader il cui modello d'impresa consiste da tempo nello scambiare il suo marchio con soldi dalle origini dubbie, senza fare domande. Il Trump Toronto avrebbe dovuto essere completato nel 2010: 65 piani contenenti 261 camere d'albergo e appartamenti di lusso, tutto rivestito da una luccicante facciata di vetro. Ma i lavori si protraevano e a ottobre Alex Shnaider, il miliardario che tre anni prima aveva dato il primo colpo di vanga insieme a Trump, riversò altri 40 milioni di dollari nel progetto. La speculazione successivamente ha fruttato altri milioni di dollari a Trump in persona, e alcuni documenti che il Financial Times ha potuto visionare sollevano interrogativi sul modo in cui faceva soldi l'azienda di Shneider nel periodo precedente alla decisione di investire questi 40 milioni di dollari supplementari nel Trump Toronto.

Alcuni mesi prima, secondo i documenti, Shnaider aveva approvato il pagamento di una «commissione» segreta da 100 milioni di dollari a introducers (presentatori, intermediari) che rappresentavano gli interessi del Cremlino. Il pagamento era mirato a facilitare la vendita dell'attività più pregiata del suo gruppo, la quota dell'enorme stabilimento siderurgico di Zaporizhstal, nell'Ucraina orientale, e rappresentava più del 10 per cento del prezzo di vendita (850 milioni di dollari).

Nel 2017 il Wall Street Journal ha rivelato che la vendita dello stabilimento era stata finanziata dalla Vnesheconombank (Veb), una banca controllata dallo Stato russo, il cui presidente all'epoca era Vladimir Putin. Ma questa commissione da 100 milioni di dollari in precedenza non era stata dichiarata. E nemmeno era stato rivelato che alcuni documenti legali, in una recente controversia commerciale tra Shnaider e il suo socio d'affari, ventilavano la possibilità che una parte del denaro fosse finita nelle tasche di funzionari del Governo russo. Se così fosse, l'accordo sullo stabilimento siderurgico rischierebbe di entrare in conflitto con le leggi anticorruzione in Canada e potenzialmente in altri Paesi occidentali, dov'è considerato reato penale pagare funzionari esteri per ricavarne un vantaggio commerciale.

Una volta pagata la commissione da 100 milioni, la vendita era stata perfezionata e i proventi erano affluiti nelle casse dell'azienda di Shnaider, che ne aveva usato una parte per finanziare il Trump Toronto. Tom Keatinge, un ex banchiere della JPMorgan che ora si occupa di reati finanziari al Rusi (Royal United Services Institute, un think-tank londinese), ha detto che se il pagamento di 100 milioni di dollari fosse giudicato come tangente, il flusso di denaro riversato nel Trump Toronto tramite Shnaider «giustificherebbe l'affermazione che la Trump Organization sta beneficiando dei proventi di un reato, e quindi che è usata come opportunità per riciclare denaro sporco». Gli esperti di illeciti finanziari dicono che la possibilità che Trump e la sua impresa siano chiamati a renderne conto in tribunale dipende da quello che lui e gli altri manager sapevano (o avrebbero dovuto sapere) riguardo all'origine dei fondi del socio.

La Trump Organization ha adottato un approccio alla due diligence (le verifiche sulle attività precedenti di un socio d'affari) che un ex socio che preferisce restare anonimo ha definito di «indifferenza deliberata». Abe Wallach, un ex dirigente della Trump Organization, secondo un articolo di Bloomberg del 2017 avrebbe detto: «Donald non fa la due diligence».

Shnaider, che è nato a San Pietroburgo ed è cresciuto a Toronto, ha accumulato una fortuna che, come quella di molti dei soci d'affari di Donald Trump, affonda le sue radici negli ultimi, tumultuosi anni dell'Unione Sovietica. Molti degli oligarchi di oggi cercano di raffigurarsi come semplici uomini d'affari, lasciando che le loro battaglie all'ultimo sangue per arricchirsi negli anni 90 si perdano nella memoria. Ma con la progressiva crescita della loro influenza in Occidente, diventa più importante capire quali legami abbiano con gli autoritari e i cleptocrati in patria. E vale in particolare nel caso delle persone che hanno fatto affari con un presidente il cui staff elettorale ora è sotto indagine per presunta collusione con il Cremlino.

«La Russia è associata da tempo al denaro sporco», dice Elise Bean, un'ex alta funzionaria della principale commissione d'inchiesta del Senato americano e veterana di tante indagini sul riciclaggio di denaro sporco. «Chiunque ricevesse grossi fondi provenienti dall'Unione Sovietica avrebbe dovuto sapere che erano ad alto rischio e avrebbe dovuto condurre un'attenta verifica per assicurarsi che il denaro fosse pulito».

L'ascesa di Shnaider all'Olimpo degli uomini più ricchi del Canada (già a 36 anni figurava sulla lista dei miliardari di Forbes) fu agevolata da Boris Birshtein, suo suocero e mentore negli affari. Conviviale e ambizioso, Birshtein (che era nato nella Lituania sovietica ed era emigrato in Canada) godeva del privilegio, raro fra gli imprenditori occidentali, di poter traversare la Cortina di Ferro. «Sono molti anni che faccio affari con l'Unione Sovietica», diceva nel 1993 a un intervistatore. «Ho cominciato con Brezhnev e in qualche modo sono riuscito a ritagliarmi una posizione unica, ho conosciuto tantissima gente e sono diventato amico di moltissime persone molto potenti».

A maggio abbiamo parlato con un ex ufficiale del Kgb che negli anni 80 lavorava nella sezione di spionaggio estero dell'agenzia. Questi ci ha spiegato che il Partito comunista e il Kgb, mentre l'Unione Sovietica stava colando a picco, avevano cercato affannosamente di ammassare denaro all'estero. Ha detto anche che alla fine degli anni 80 Birshtein era uno degli uomini d'affari occidentali le cui aziende erano state collegate a personaggi del Kgb coinvolti negli sforzi dell'agenzia spionistica per costruire interessi imprenditoriali all'estero.

L'avvocato di Birshtein ci ha detto che sarebbe «assurdo» e «palesemente falso» dire che l'uomo d'affari era un «agente» del Kgb. L'avvocato ha aggiunto, tuttavia, che Birshtein ricorda di aver accettato di partecipare, a metà degli anni 80, a un piano sovietico per lanciare joint venture internazionali guidato da Georgij Arbatov, direttore di un prestigioso think tank moscovita. Secondo il resoconto di un disertore pubblicato anni più tardi, anche Arbatov era legato al Kgb, nome in codice Vasilij.

L'avvocato di Birshtein ha detto che «l'accordo di joint venture, benché proposto e formalizzato, non si è mai effettivamente tradotto in progetti di una qualche rilevanza, ed è stato formalmente rescisso poco tempo dopo». Ha aggiunto che Birshtein non era a conoscenza che Arbatov «fosse in qualche modo affiliato al Kgb», ma ha osservato che «l'affiliazione al Kgb o ad altre branche dell'ex Stato sovietico era straordinariamente comune nell'Unione Sovietica».

Non è l'unico legame comprovato di Birshtein con un personaggio del Kgb. Nel 1991, poco prima che l'Unione Sovietica crollasse, l'azienda di Birshtein assunse Leonid Veselovskij come consulente economico, con un contratto di un anno. L'avvocato di Birshtein ha detto che l'azienda del suo cliente aveva assunto Veselovskij perché aveva un dottorato in economia ed era membro del Comitato centrale del Partito comunista. Ma l'ex ufficiale del Kgb ci ha detto che Veselovskij aveva servito anche come alto ufficiale nella sezione del Kgb dedicata alle operazioni all'estero ed era stato «l'ideatore del meccanismo di riciclaggio di denaro del Kgb». (Non è stato possibile contattare Veselovskij per conoscere la sua versione: l'ex ufficiale del Kgb ha detto che «è sparito senza lasciare traccia»).

Mentre Birshtein coltivava i suoi contatti con l'élite sovietica, i genitori russi di Shnaider si erano uniti a un'ondata di emigrazione ebraica, stabilendosi nel 1982 a Toronto, in un quartiere pieno di immigrati. Avevano comprato un negozio di specialità alimentari, dove il giovane Shnaider si occupava di riempire gli scaffali. Era attirato dal mondo degli affari e all'inizio degli anni 90 Birshtein lo introdusse al capitalismo selvaggio che stava prendendo piede nell'ex Unione Sovietica, facendo finire entrambi nell'orbita di una delle figure più famigerate di quel periodo.

Le accuse di legami con la criminalità americana hanno inseguito Trump per tutta la sua carriera. Per Alex Shnaider, il legame con un presunto gangster russo passa attraverso il suo ex suocero. Sergej Mikhailov, noto come Mikhas, è largamente riconosciuto come il leader di quella che negli anni 90 e nei primi anni 2000 era considerata l'organizzazione criminale più potente di Mosca: la Solntsevskaja Bratva. Il massimo esperto di criminalità organizzata russa dell'Fbi negli anni 90 ha detto che le attività del gruppo includevano l'estorsione, il narcotraffico, l'omicidio e il riciclaggio di denaro sporco. In una rara intervista rilasciata al Financial Times, a giugno, Mikhailov ha negato tutto, sostenendo che la Solntsevskaja «non esiste». Un uomo ben piantato, con una giacca a quadri rosso porpora e l'ufficio moscovita addobbato di icone della Chiesta ortodossa, ha ribadito che era soltanto «un uomo d'affari come tutti gli altri», con interessi nel commercio, nel turismo e nel settore immobiliare. L'ex campione di lotta libera ha aggiunto che viste le turbolenze degli anni postsovietici, «il mio successo è che sono ancora vivo».

Mikhailov, 60 anni, ci ha detto di aver incontrato Birshtein – «un uomo d'affari di grande talento» – in occasione di una riunione con il presidente moldavo, nel 1995, e che erano andati subito d'accordo. «Lui si fidava di me e questo è un fattore molto importante negli affari». Ha detto che avevano «grandi piani» per le loro iniziative imprenditoriali: il più ambizioso era rinnovare un oleodotto che andava dall'Asia centrale all'Ucraina. Mikhailov ha detto che il suo lavoro consisteva nel procurare le competenze tecniche, mentre quello di Birshtein era convincere le autorità a sostenere il progetto.

«Aveva ottime conoscenze» in Ucraina, ha detto Mikhailov. «Per quello che so, poteva arrivare fino al presidente e al suo entourage». (Birshtein, attraverso il suo avvocato, ha detto che «non è mai stato amico» di Leonid Kuchma, il presidente ucraino dell'epoca.) Mikhailov ricordava anche di aver incontrato il giovane protetto di Birshtein, Alex Shnaider, in un ristorante in Belgio, dove Birshtein aveva un ufficio. L'avvocato di Shnaider non ha risposto a una domanda su questo presunto incontro con Mikhailov, affermando che il suo cliente non se ne ricordava. Ha detto anche che Birshtein aveva incontrato Mikhailov «in una manciata di occasioni», ma «non era mai stato coinvolto con il progetto dell'oleodotto», non aveva «nessun accordo d'affari con lui» e non era consapevole della sua presunta attività criminale.

Mikhailov ha detto che il progetto di partnership con Birshtein si interruppe bruscamente quando venne arrestato in Svizzera, nel 1996, con l'accusa di far parte di un'organizzazione criminale. Secondo un resoconto dell'epoca contenuto in un bollettino dei servizi segreti, gli investigatori che perquisirono la residenza svizzera di Mikhailov trovarono un contratto che lo impegnava a pagare a Birshtein 150 milioni di dollari, un accordo, secondo Mikhailov, che «molto probabilmente» era collegato al progetto dell'oleodotto. Lui ha ribadito, tuttavia, che non ci fu nessun passaggio di denaro, smentendo quanto sostenevano gli investigatori. A quanto ne sa Birshtein, secondo il suo avvocato, «non esiste nessun contratto del genere».

Gli svizzeri non incriminarono Birshtein, ma il caso di Mikhailov arrivò in tribunale. Il processo si svolse in condizioni di massima sicurezza, dopo che un testimone era stato ammazzato a colpi d'arma da fuoco ad Amsterdam. Mikhailov passò due anni in carcere in attesta del verdetto, prima di essere assolto da una giuria e ottenere un risarcimento. Fu più o meno in quell'epoca che Birshtein si ritirò dalla scena imprenditoriale postsovietica, lasciando spazio a suo genero. Secondo una deposizione scritta del 2017 di Eduard Shyfrin, uno speculatore in metalli ucraino che era diventato socio di Shnaider, la polizia belga che indagava su Mikhailov perquisì le case di Birshtein e Shnaider ad Anversa nel 1996, spingendo quest'ultimo a spostare di nuovo la sua base operativa a Toronto. Quell'anno, a detta del suo avvocato, Birshtein vendette le proprie quote della Midland, il gruppo che sotto la guida di Shnaider e Shyfrin avrebbe conosciuto una forte espansione; il legale ha aggiunto: «Il nostro cliente è un uomo d'affari rispettoso della legge, senza nessun precedente penale».
L'avvocato di Birshtein sostiene che il suo cliente «non è stato coinvolto in alcuna forma [nel Trump Toronto], né diretta né indiretta». Una società cipriota, la DE Multi-Finance, che almeno fino al 2003 era controllata da un uomo che era stato consigliere d'amministrazione in alcune società di Birshtein, nel 2016 figurava tra i creditori della Trump Toronto, ma l'avvocato di Birshtein ha detto che il suo assistito non aveva «mai avuto nessuna associazione e collegamento» con la DE Multi-Finance o la Trump Toronto.

Gradualmente, tra Birshtein e Shnaider i rapporti si guastarono. Birshtein ora descrive Shnaider come il suo «ex genero, con cui da tempo non sono più in buoni rapporti» (nessuno dei due ha confermato se Shnaider e la figlia di Bershtein abbiano divorziato). Nel 2005 Shnaider ha detto al quotidiano canadese Globe and Mail che «a causa di malaugurate e irriconciliabili divergenze legate alla politica imprenditoriale e a questioni di famiglia, non ho più alcun contatto con mio suocero da oltre quattro anni».

Tozzo e con i capelli tagliati molto corti, Shnaider ha un contegno più serio dell'estroverso Birshtein. Come Trump, doveva la sua opportunità alla generazione precedente ed era smanioso di dimostrare di essere padrone del proprio destino, dicono alcuni suoi colleghi. Ma il ruolo di Birshtein nell'ascesa alla ricchezza di Shnaider è indelebile. «Boris ha fatto tantissime cose per lui», dice un ex manager della Midland, e Shnaider ha costruito la sua fortuna partendo da «quello che Boris aveva creato per lui».

La rampa di lancio più importante che gli costruì Birshtein fu in Ucraina, dove l'imprenditore di origine lituana aveva interessi nel settore metallurgico: negli anni 90, le ricchezze minerarie del Paese erano scenario di una concorrenza senza regole e a tratti violenta. È qui che Shnaider cominciò ad accumulare i milioni che più tardi avrebbero contribuito alla costruzione del Trump Toronto.
Nella sua deposizione Shyfrin ha scritto: «Il signor Birshtein cedette al signor Shnaider parte dei suoi interessi nel settore siderurgico ucraino. Il signor Shnaider, tuttavia, all'epoca non conosceva nulla del settore: non aveva avuto nessun rapporto con l'Ucraina o la metallurgia prima del suo matrimonio con una figlia del signor Birshtein».

La siderurgia ucraina catapultò Shnaider e Shyfrin nei ranghi dei superricchi globali. Dapprima si imposero come intermediari fra i vecchi impianti siderurgici sovietici e i mercati globali. Poi, alla fine degli anni 90, durante l'ondata di privatizzazioni a prezzi da saldo all'origine delle fortune di molti oligarchi, si presentò l'occasione di acquisire lo stabilimento siderurgico di Zaporizhstal. Vadim Grib, un banchiere alla guida di un consorzio rivale in occasione della privatizzazione, quando abbiamo parlato con lui recentemente, a Kiev, ha affermato che Shnaider e Shyfrin erano stati favoriti ingiustamente dalle autorità ucraine, che li avevano designati come «investitori strategici», garantendo loro un vantaggio sui concorrenti. Il loro socio nell'offerta era Vasil Khmelnytskij, un uomo d'affari che all'epoca sedeva nel Parlamento ucraino. Quando lo abbiamo intervistato, Khmelnytskij ha riconosciuto che le conoscenze giocavano un ruolo decisivo. «Quindici anni fa, per essere un imprenditore di successo dovevi avere accesso alle persone di potere», dice. Nel 2001 Shnaider e Shyfrin pagarono una quota della Zaporizhstal 70 milioni di dollari: nel giro di 5 anni sarebbe stata valutata quasi 10 volte di più.
Da quel momento, Shnaider e Shyfrin cominciarono la loro espansione. Un'importante acquisizione nel 2003 (il leggendario stabilimento siderurgico Ottobre Rosso nella città russa di Volgograd) dimostrò che erano in grado di muoversi sull'emergente scena imprenditoriale russa con la stessa abilità con cui si muovevano in Ucraina. Mathieu Boulègue, un esperto del think-tank londinese Chatham House, dice che Ottobre Rosso era «una delle poche aziende russe rimaste in grado di produrre l'acciaio blindato e rinforzato necessario per l'industria militare». Assicurarsi il permesso di acquistare e gestire lo stabilimento implicava intrattenere rapporti con i massimi livelli delle forze armate russe, dice Boulègue.

Shnaider cominciò anche ad accumulare gli orpelli abituali delle grandi fortune. Comprò uno yacht da 170 piedi, una squadra di calcio israeliana e un team di Formula Uno. Per una festa di famiglia a Toronto scritturò Justin Bieber. E poi c'era l'asset indispensabile per qualsiasi miliardario diventato ricco nell'ex Unione Sovietica: una proprietà immobiliare di superlusso in Occidente.
Con in sottofondo le note di Fanfare for a Common Man di Aaron Copland, Alex Shnaider e Donald Trump tagliarono un nastro rosso per festeggiare la tardiva inaugurazione del loro grattacielo a Toronto, nell'aprile del 2012. I tre figli adulti di Trump erano presenti: Ivanka, che in seguito avrebbe lavorato insieme a suo padre alla Casa Bianca, Donald Jr. ed Eric, che avrebbe preso in mano le redini dell'azienda di famiglia. Mentre i Trump entravano a passo deciso nell'atrio di marmo, chiunque avrebbe pensato che questo era il loro edificio. Ma i soldi erano venuti da altre parti.

Erano passati più di dieci anni da quando Trump aveva lanciato il progetto, nel 2001, insieme alla Ritz-Carlton e a un costruttore poco noto di nome Leib Waldman. Il progetto era quasi andato in fumo l'anno seguente, quando era venuto fuori che Waldman era un truffatore latitante e la Ritz-Carlton si era tirata fuori. Ma Trump aveva perseverato. Shnaider era entrato nell'affare intorno al 2003. Né lui né Trump hanno risposto alle domande del Financial Times sulle circostanze in cui si erano conosciuti.

Negli anni seguenti, mentre Trump provava senza successo ad assicurarsi un accordo per la costruzione di una Trump Tower a Mosca attraverso il suo socio Felix Sater, legato alla criminalità russa, Shnaider riversava fondi nel grattacielo di Toronto. Nel frattempo, il suo stabilimento siderurgico finiva coinvolto negli sforzi di Putin per espandere l'influenza russa oltreconfine, una strategia che avrebbe allargato il suo raggio d'azione fino all'intromissione nelle elezioni americane del 2016.

Lo stabilimento siderurgico della Zaporizhstal, con 50.000 dipendenti, è una delle più grandi strutture industriali di tutta l'Ucraina. È situato a soltanto 240 chilometri dal confine russo. Negli anni precedenti all'invasione putiniana del 2014, la Russia aveva realizzato un'incursione economica nell'Ucraina orientale, mettendo le mani direttamente, o attraverso oligarchi vicini al potere, su diverse attività industriali.

Nel maggio del 2010 Shnaider ricevette una telefonata da Shyfrin, a Mosca. Fu l'inizio di una serie di eventi che finora non erano mai stati resi pubblici e che sono descritti nei documenti visionati dal Financial Times, che includono una causa intentata da Shnaider contro Shyfrin nel 2016 presso un tribunale arbitrale di Londra, e una deposizione scritta di Shyfrin in risposta.
Secondo la denuncia di Shnaider, Shyfrin gli aveva detto che compratori che agivano «per conto del Governo russo» volevano acquistare la loro quota della Zaporizhstal e che gli «stavano facendo pressioni» per vendere. All'epoca, Mosca stava approfittando di una crisi della domanda di acciaio ucraino per rastrellare attività allo scopo di conservare influenza su un vicino corteggiato dall'Occidente. Shnaider ha detto che Shyfrin gli aveva raccontato che Mosca considerava l'acquisizione dello stabilimento della Zaporizhstal «politicamente strategica». Shyfrin, nella sua deposizione, ha scritto che un alto funzionario russo gli aveva detto «in termini molto chiari» di procedere con l'affare, lasciando intendere che in caso contrario le sue attività in Russia sarebbero state a rischio.

L'accordo doveva essere finanziato dalla Veb, la banca controllata dallo Stato russo e all'epoca presieduta da Putin. Questo istituto di credito viene usato come braccio finanziario del Cremlino, e a volte anche qualcosa di più, come dimostra il caso della spia russa a New York che usava come copertura un lavoro di banchiere proprio per la Veb. (Dopo l'invasione russa dell'Ucraina, la Veb è stata sottoposta a sanzioni da parte dell'Occidente.) Il Financial Times ha analizzato la documentazione aziendale delle società di Cipro e delle Isole Vergini Britanniche a cui la Midland ha venduto la sua partecipazione nello stabilimento siderurgico. Di fatto, la transazione di Shnaider e Shyfrin era con lo Stato russo stesso. La Veb ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni sulla questione.
Il gruppo Midland ricevette 850 milioni di dollari per la sua quota, 160 milioni in più di quello che aveva offerto Rinat Akhmetov, il più ricco oligarca ucraino. Ma c'era un inghippo: i documenti dimostrano che di quei 160 milioni di contanti in più versati dai compratori appoggiati dal Cremlino, 50 dovevano andare a coprire la penale di rescissione dovuta ad Akhmetov, 10 come contentino alla Midland e 100 dovevano essere girati attraverso società di facciata, passando per Cipro e altri percorsi tortuosi, a quelli che Shyfrin ha definito gli introducers che avevano messo in piedi l'affare. L'uomo che aveva organizzato la vendita, secondo la deposizione di Shyfrin, era Igor Bakaj.

Bakaj è un personaggio ben noto sia a Kiev che a Mosca. Ha ricoperto incarichi di alto livello nella compagnia statale del gas ucraina e nell'amministrazione presidenziale, prima di fuggire in Russia durante la rivoluzione arancione del 2004. Il nuovo Governo ucraino lo aveva accusato di malversazione, ma le autorità russe rifiutarono di estradarlo e lui si stabilì a Mosca per lavorare come mediatore d'affari. Nel 2010, secondo la deposizione di Shyfrin, aveva «entrature politiche ai massimi livelli» e curava un accordo che il Cremlino era smanioso di condurre in porto.

L'interrogativo più pressante, hanno detto gli analisti a cui abbiamo sottoposto questo flusso di denaro, è cosa ne sia stato della commissione da 100 milioni di dollari: si tratta una transazione sfociata nel trasferimento di milioni di dollari nelle tasche di un futuro presidente americano, facilitato dall'arricchimento illecito di funzionari russi? Nella sua deposizione, Shyfrin riconosce che questa «cospicua» commissione «può apparire inusuale rispetto agli accordi commerciali che vengono conclusi in Occidente. Ma nei suoi affari in Russia e in Ucraina il gruppo Midland pagava diverse commissioni, perché era usanza diffusa». E aggiungeva un dettaglio cruciale: «Io non so nemmeno se la commissione fosse destinata unicamente a [Bakaj]» o anche ad «altri beneficiari» rappresentati da Bakaj. Considerando che il fautore ultimo dell'accordo era il Cremlino, c'è la possibilità che il denaro sia passato dal socio d'affari di Trump a funzionari russi.

Nella sua denuncia, Shnaider ha offerto una versione alternativa degli eventi, ma anche nel suo caso conclude manifestando sospetti analoghi sulla possibilità di un arricchimento illecito da parte dei funzionari russi. Afferma che, con il pretesto di dover spedire una commissione segreta a Bakaj, Shyfrin aveva dirottato il denaro nelle sue casse. Shnaider sostiene che Shyfrin aveva detto a un dirigente della Midland a Mosca, più o meno nel periodo dell'accordo, che aveva bisogno di denaro «per pagare funzionari del Cremlino». (Nella sua deposizione, Shyfrin ha negato di aver detto questa cosa).

Bakaj, nell'ambito della causa arbitrale, ha sottoscritto una dichiarazione in cui affermava di aver effettivamente ricevuto il denaro. Quando gli abbiamo chiesto se confermava quanto detto in quella dichiarazione, Bakaj ci ha risposto che non poteva rilasciare dichiarazioni pubbliche perché era agli arresti domiciliari per un altro procedimento giudiziario e aveva il divieto di parlare con i mezzi di informazione. Da parte sua, Shyfrin sembra aver conservato i favori del Cremlino: nell'ottobre del 2016, pochi giorni prima della vittoria di Trump, ha ottenuto la cittadinanza russa.

Diverse persone a conoscenza dell'accordo ci hanno fornito versioni divergenti sulla destinazione finale di quei 100 milioni di dollari, ma ognuna di queste versioni suscita importanti interrogativi sugli affari del socio di Trump. Nei documenti non c'è nulla che indichi che Shnaider, quando ha dato il consenso al pagamento di 100 milioni di dollari, non sapesse che quel denaro era destinato a persone che rappresentavano gli interessi del Cremlino.

Alcuni mesi dopo che Shnaider aveva autorizzato questa «commissione» e la vendita della Zaporizhstal era stata completata (portando centinaia di milioni di dollari nelle casse della Midland), i documenti mostrano che Shnaider aveva investito altri 40 milioni di dollari nella costruzione del Trump Toronto. Successivamente, almeno 4 milioni sono finiti a Trump per l'utilizzo del marchio e le commissioni di gestione: e forse sono molti di più, considerando che le sue dichiarazioni finanziarie come candidato e presidente coprono solo gli anni dal 2014 in poi.

Sia Shnaider che Shyfrin hanno rifiutato di essere intervistati o di rispondere alle domande del Financial Times per questo articolo. I loro avvocati hanno detto che i documenti della causa arbitrale sono riservati. Una delle cose più sorprendenti della storia del Trump Toronto è la quantità di fili diversi che collegano Trump al denaro postsovietico. La Raiffeisen, la banca austriaca i cui rappresentanti erano insieme a Trump e a Shnaider durante la cerimonia del primo colpo di vanga a Toronto, nel 2007, precedentemente aveva finanziato progetti della Midland nell'ex Unione Sovietica. Si era convinta a finanziare il Trump Toronto, disse Shnaider all'epoca, per «l'attrattiva universale del marchio Trump e per l'esperienza imprenditoriale globale del team del Trump Toronto».

La Raiffeisen aveva finanziato altre speculazioni immobiliari in Nordamerica, ma la maggior parte dei suoi affari li faceva a est di Vienna. Aveva adottato una politica di espansione aggressiva nell'ex Unione Sovietica, finendo a volte invischiata nelle lotte di potere regionali, come quando era uscito fuori che la banca d'affari del gruppo, nel 2006, aveva rappresentato gli interessi occulti di un oligarca ucraino in un accordo poco trasparente con la russa Gazprom nel settore del gas.

Molti progetti della Raiffeisen ricevevano i finanziamenti della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), un'istituzione simile alla Banca mondiale per la regione postsovietica. Negli anni prima del 2010 alcuni consiglieri d'amministrazione della Bers si erano allarmati per la noncuranza mostrata dalla Raiffeisen, a detta loro, riguardo all'origine del denaro dei suoi clienti, secondo due persone edotte sull'argomento.

«È un comportamento irresponsabile», ha detto al Financial Times Kurt Bayer, ex funzionario del ministero dell'Economia austriaco e all'epoca consigliere d'amministrazione della Bers, parlando degli affari della Raiffeisen all'epoca. «Si limitavano a espandersi e a costruire la loro quota di mercato senza operare i controlli necessari». La Bers ha dichiarato al Financial Times che nel 2010, preoccupata per «un presunto incidente», aveva «lavorato a stretto contatto con la dirigenza [della Raiffeisen] per elaborare una risposta appropriata, in cui l'elemento centrale consisteva in una revisione approfondita del sistema di controllo di conformità della banca». La Raiffeisen ha dichiarato che a causa della sua espansione nell'Europa centrale e orientale e della maggiore regolamentazione «era stato necessario apportare correzioni» alle procedure e al personale responsabile del controllo di conformità. Si trattava, ha aggiunto la banca austriaca, di «uno sviluppo comune a tutto il settore bancario».
La Raiffeisen aveva tirato fuori 310 milioni di dollari canadesi per il Trump Toronto, poi aveva trattato i costruttori con rimarchevole benevolenza. Per cominciare, aveva imposto loro di vendere preventivamente soltanto l'80 per cento delle unità immobiliari prima di sbloccare i fondi del prestito, mentre secondo i media locali normalmente si pretende la vendita preventiva del 100 per cento delle unità. Visto che le vendite andavano a rilento, la Raiffeisen ha concesso almeno 10 proroghe delle scadenze. Alla fine, nel 2016, quando il Trump Toronto ha dichiarato fallimento, la banca doveva ancora rientrare di quasi 9 milioni di dollari canadesi del prestito iniziale. Quando abbiamo chiesto alla Raiffeisen di spiegarci le ragioni di questa indulgenza, la banca austriaca ci ha risposto che le leggi sul segreto bancario le impedivano di discutere i particolari del progetto.

Ora che Trump è presidente, l'approccio della sua amministrazione alla separazione tra affari di Stato e interessi personali a tratti sembra riecheggiare il modo diffuso di fare gli affari negli Stati postsovietici, dove molti dei suoi finanziatori hanno costruito le loro fortune. A maggio la Bbc ha riferito che Michael Cohen, l'avvocato di Trump, aveva ricevuto un pagamento di 400mila dollari orchestrato da intermediari che agivano per conto del presidente ucraino Petro Poroshenko per organizzare colloqui con Trump. (I due leader si sono incontrati a giugno dello scorso anno, ma Poroshenko e Cohen hanno negato le affermazioni della Bbc.) Le notizie di conflitti di interessi nell'amministrazione in generale proliferano: a febbraio il Washington Post ha scritto che gli Emirati Arabi Uniti, la Cina, Israele e il Messico stavano cercando di influenzare Jared Kushner, genero di Trump, alto consigliere della Casa Bianca e rampollo di un'altra famiglia di immobiliaristi newyorchesi, usando i suoi interessi imprenditoriali.

Diversi esperti di criminalità finanziaria e spionaggio hanno dichiarato al Financial Times che l'aspetto più inquietante degli intrecci fra il passato imprenditoriale e il presente politico del presidente è la sua potenziale vulnerabilità ai ricatti. Keatinge, l'esperto di illeciti finanziari del Rusi, definisce questo scenario «il timore numero uno di qualsiasi agenzia di intelligence». La conoscenza di una transazione illecita non sarà sensazionale come la famigerata affermazione contenuta nel dossier dell'ex agente dell'MI6 Christopher Steele sui legami russi di Trump (Steele sostiene che i servizi russi avrebbero un filmato del futuro presidente che chiede a delle prostitute di urinare sul letto dell'albergo di Mosca dove avevano dormito una volta Obama e la moglie): ma potrebbe essere almeno altrettanto efficace come kompromat (materiale compromettente) per esercitare pressione sul presidente.

Le speculazioni immobiliari a marchio Trump riescono a fallire anche quando vanno bene. Le vendite delle unità del grattacielo furono più basse di quello che avevano previsto i costruttori durante i lavori, ma Trump è riuscito a guadagnare comunque milioni di dollari. Nel 2017, un fondo immobiliare ha rilevato l'impresa fallita e l'ha ribattezzata Adelaide Hotel.

La prima a essere tolta è stata la M, poi è stata la volta della P. Ben presto sono sparite anche la T, la R e la U. Era il luglio del 2017, Donald Trump era entrato alla casa Bianca da sette mesi e Washington brulicava di notizie di un suo incontro segreto con Putin durante un viaggio in Germania e dell'incontro di Donald Jr. con un avvocato russo che prometteva notizie infamanti su Hillary Clinton durante la campagna elettorale. Il nome di Trump era dappertutto, ma a Toronto una gru lo stava rimuovendo, una lettera gigantesca dopo l'altra, dalla cima del secondo edificio più alto di tutto il Canada. Ma il passato non si può cancellare altrettanto facilmente.

Tom Burgis è un giornalista d'inchiesta del Financial Times. Hanno contribuito all'articolo Roman Olearchyk da Kiev, Max Seddon da Mosca, David Blood da Londra, Jim Brunsden da Bruxelles e Kerin Hope da Atene.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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