Industria

La tragedia dell’Ilva e il punto di non ritorno

L'ipotesi di una uscita nitidamente ordinata e “controllata nel tempo” non esiste più, dopo il virus

di Paolo Bricco

L'ipotesi di una uscita nitidamente ordinata e “controllata nel tempo” non esiste più, dopo il virus


2' di lettura

I conti di Arcelor Mittal sono brutti, molto brutti. La siderurgia, in Europa, è un mercato del tutto privo di razionalità. La domanda e l'offerta rispondono a impulsi schizofrenici. Non esiste più alcuna forma di programmazione. Arriva un ordine. E lo si soddisfa. Mancano gli ordini. Si sta fermi. In questo contesto Taranto, Novi Ligure e Cornigliano assumono i tratti di una follia industriale e finanziaria, prima ancora che politica e giuridica.

Prima di Natale, nel governo la componente del Partito Democratico riconducibile in Italia al titolare del Mef Roberto Gualtieri e in Europa al commissario Paolo Gentiloni ha provato a imporre ad una vicenda traumaticamente folle il timbro della razionalità. Questa componente è contraria al partito della chiusura, radicato nei Cinque Stelle ma ormai trasversale in parlamento e, anche, presente in una parte dell'alta burocrazia di Stato, priva di responsabilità politica ma detentrice del potere reale in questo Paese. Al nocciolo duro costituitosi intorno a Gualtieri e a Gentiloni si deve la definizione di un quadro ordinato in cui Arcelor Mittal sarebbe stata costretta a rispondere costruttivamente alle proposte del governo: prima di tutto il progetto di una società mista pubblica e privata e poi, nel caso di fallimento di tutti i negoziati, l'ipotesi di una uscita a novembre dietro corresponsione di mezzo miliardo di euro da parte del gruppo franco-indiano.

La siderurgia dopo il virus
L'ipotesi di una uscita nitidamente ordinata e “controllata nel tempo” non esiste più. Stupirebbe se, a novembre, i dirigenti di Arcelor Mittal prendessero l'aereo da Londra a Roma per annunciare una qualunque scelta. Il rischio è che prima, molto prima, si arrivi al redde rationem. Gli effetti del coronavirus sulla siderurgia e sulla fisiologia finanziaria di Arcelor Mittal hanno accelerato un processo chimico di disgregazione che aveva avuto un passaggio simbolico già a gennaio, quando da Taranto tutti i dirigenti stranieri hanno lasciato la fabbrica e gli uffici.

Chiunque conosca le imprese e sia dotato di buonsenso e di onestà intellettuale sa che, già quel giorno, un primo messaggio di disimpegno – o, almeno, di disinvestimento psicologico - era insieme implicito e cristallino. Nessuno richiama in panchina i suoi giocatori migliori, se decide di giocare la partita fino in fondo. Vale nel calcio. Vale nella finanza. Vale ancora di più nell'industria. Poi c'è stato il coronavirus. E, peggiorate ancora di più le condizioni del campo di gioco, nessuno si stupirebbe che Arcelor Mittal, senza nemmeno avvertire l'arbitro, dicesse semplicemente “io non gioco più, me ne vado”. Se andasse così, sarebbe l'ennesimo dramma di una vicenda tragica.

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