CREATO PER ENI

La transizione energetica giusta: i nuovi biocarburanti non rubano terra né cibo

Il ruolo dei combustibili bio di seconda generazione nella decarbonizzazione sostenibile

3' di lettura

Circa 40 milioni di autovetture vanno su e giù per l'Italia, più 3,7 milioni di veicoli commerciali leggeri e 100mila autobus. È dal trasporto stradale di passeggeri e merci che arriva circa un quarto delle emissioni nazionali di gas serra, aumentate del 3,2% tra il 1990 e il 2019 (ultimo anno pre-Covid), in controtendenza rispetto al calo del 19% delle emissioni totali (fonte MIMS).
Entro il 2070 è previsto che il trasporto globale quadruplicherà e il tasso di proprietà delle automobili aumenterà del 60% (fonte IEA), mentre, secondo uno studio di Energy Technology Perspective, sarà tre volte superiore la domanda di aerei passeggeri e merci.
Per raggiungere gli obiettivi europei del pacchetto Fit for 55 - meno 55% delle emissioni climalteranti entro il 2030 e loro azzeramento entro il 2050 - e vincere la sfida della sostenibilità è necessario, dunque, coinvolgere anche la mobilità.

Il settore energetico si è già mosso da tempo, con investimenti in ricerca e sviluppo che hanno portato un miglioramento significativo della qualità di benzina e gasolio, grazie alla progressiva introduzione di componenti di origine biologica nei combustibili tradizionali. Diversi Paesi hanno introdotto regolamenti sui biocarburanti anche nell'ottica della riduzione delle emissioni e della dipendenza dall'import di petrolio convenzionale.
Si definiscono biocarburanti di prima generazione i biocarburanti prodotti da materie prime agricole convenzionali, potenzialmente in competizione con la filiera alimentare e mangimistica.

I biocarburanti di seconda generazione, invece, sono prodotti da scarti di processo o materie prime coltivate in terreni degradati, marginali o di rotazione, che non sottraggono quindi terreno all'agricoltura, come ad esempio la paglia, materiali ligno-cellulosici, gusci, sfalci agricoli e forestali e rifiuti organici della raccolta differenziata. In questo caso le biomasse non sono in competizione con le convenzionali filiere alimentari e mangimistiche.
Il passaggio alla seconda generazione è stato dettato dalla consapevolezza dell'insostenibilità dell'utilizzo di materie prime edibili che aveva spianato la strada a coltivazioni intensive sottraendo terreni alle colture alimentari o favorendo la deforestazione. Diversi studi ed esperienze dimostrano, al contrario, che la filiera dei biocarburanti di seconda generazione può fornire anche alternative di crescita sostenibile, sia a livello globale che di comunità.

Eni ha scelto di essere protagonista di questa trasformazione con una strategia in cui i biocarburanti avranno un ruolo chiave. Eni adotta criteri che soddisfano gli standard di sostenibilità nella selezione dei fornitori e nella definizione delle clausole dei contratti di approvvigionamento delle biomasse: le materie prime, certificate, non entrano in competizione con la filiera alimentare, in linea con la direttiva europea, valorizzando aree abbandonate, minacciate dal cambiamento climatico, dalla desertificazione, dall'erosione e dall'inquinamento. I prodotti confluiscono negli agri-hub da cui l'olio estratto viene inviato alle bioraffinerie, decisive nell'evoluzione di Eni grazie allo sviluppo di tecnologie proprietarie.

Questo approccio ha un impatto positivo sia sull'industria energetica che sulle comunità locali, generando valore nel lungo termine in particolare garantendo l'accesso alla terra e creando nuove opportunità economiche, nel rispetto dei diritti umani e promuovendo sviluppo sostenibile attraverso i “semi” della nuova energia.
Progetti Eni agri-feedstock sono in corso in Kenya e nella Repubblica del Congo, ma l'azienda del cane a sei zampe ha firmato accordi anche con Angola, Benin, Costa d'Avorio, Mozambico e Ruanda, collegando la transizione italiana a quella del continente africano, e ha avviato sperimentazioni e studi di fattibilità in altre nazioni – tra cui l'Italia e il Kazakistan. Agli inizi di novembre è arrivato alla bioraffineria di Gela il primo cargo di olio vegetale prodotto da Eni in Kenya partito dal porto di Mombasa.

Il potenziale in Italia per la coltivazione di colture energetiche su terreni marginali ammonterebbe ad alcuni milioni di ettari, principalmente nel centro-sud [fonte Horizon 2020]. La Sardegna rappresenta per Eni il luogo eletto per lo sviluppo di progetti di ricerca e coltivazione. Qui Eni e Gruppo BF, la più grande azienda agricola italiana, hanno creato una joint venture per sviluppare sementi migliorate e tecniche agronomiche. In Sardegna nascono progetti come l'“agri-feedstock Academy”, opportunità di divulgazione, scambio e formazione per le persone e i partner di Eni.

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