microcosmi

La transizione di Taranto tra Sparta e Atene

di Aldo Bonomi


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3' di lettura

Vi sono territori in cui la sospensione tra “non più” e “non ancora” rende assai prudenti nel formulare ipotesi sull’esito del mutamento. È questa una transizione che ritroviamo nelle vicende che interessano le città con storia fordista, nelle quali la grande fabbrica ha profondamente ridisegnato identità, funzioni, forme dell’abitare e composizione sociale.

Così è successo anche a Taranto che già ai tempi dell’insediamento dell’Italsider nel 1959, Pier Paolo Pasolini definì «diamante spezzato» alludendo alle conseguenze delle trasformazioni della città. Quel richiamo poetico è stato più efficace di qualsiasi previsione sociologica. La parabola demografica ne è freddo registro: i 60mila abitanti del 1861 che nel 1971 divennero 250mila con il passaggio dalla campagna alla città. Oggi 190mila con una tendenza all’esodo soprattutto giovanile, in fuga dalla company town.

Si è tentati dall’idea del ritorno a un passato “ordinato” ai fondamenti pre-industriali: l’agricoltura, il mare, l’Arsenale militare, il patrimonio archeologico-culturale e il paesaggio, con il rischio di farsi catturare dai demoni dei fondamentalismi divisivi della nostra epoca. Più che farsi sedurre dalle sirene del passato, occorre ritornare al futuro portando nella contemporaneità terra, ambiente e territorio, mare e ciò che rimane del sogno fordista. Per uscire da quello che una sindacalista ha definito «un clima con poca fiducia e molto dolore».

Uscendo da Sparta, Taranto è stata l’unica sua colonia magnogreca, andando oltre il simulacro della città a vocazione unica pensandosi come città aperta che fa del policentrismo urbano un’opportunità. Policentrismo che non riguarda solo l’assetto urbanistico della città. Occorre alzare lo sguardo verso l’entroterra della piattaforma apulo-lucana in divenire da una parte, e guardare a quel Mediterraneo dal Bosforo a Gibilterra, al centro della civiltà materiale oggi, ancor più di ieri.

È necessario sviluppare servizi e saperi per accompagnare la modernizzazione della filiera dell’uva da tavola dell’entroterra agricola, vedesi il recente convegno organizzato da Conad (logistica, reti commerciali, ricerca scientifica, cultura, etc.) così come di altre filiere agroalimentari da agganciare alla domanda di turismo sostenibile e culturale. Bisogna accompagnare nella contemporaneità le funzioni portuali per andare oltre le esigenze dell’industria pesante, sviluppando vocazioni commerciali per il traffico di merci e persone con gli accordi in atto sottoscritti dalle compagnie turco-cinesi (Yilport) sulla Via della seta dando così senso e significato alla Zona economica speciale (Zes) ionica appena approvata.

Ma il salto nella contemporaneità non è solo questione di nuove autonomie funzionali. C’è da fare rammendo e tessitura all’interno di una trama sociale lacerata, ad esempio tracciando “mappe di comunità” del patrimonio artistico-culturale come sta facendo il Marta (Museo archeologico nazionale di Taranto). Lavorare nella prossimità di quartiere come fanno le tante associazioni come “Noi e Voi” con don Francesco Mitidieri che ha fatto nascere nel quartiere Tamburi partendo dal recupero del disagio, “Articolo 21” metafora degli articoli legislativi che dalla Costituzione in giù rimandano all’inclusione degli ultimi.

Ce n’è molto bisogno. Occorre ripartire ricostruendo social city se vogliamo immaginare la futura smart city di Taranto in rapporto con la smart land ionica costruendo simbiosi tra campagna florida e città ricca. Solo se collocato in una prospettiva che vede assieme Sparta e Atene, la Taranto-Sparta fordista che si unisce alla Taranto-Atene città anseatica, sarà possibile fare polis e tenere assieme nella città policentrica la dimensione dei flussi fatta dalle grandi industrie in metamorfosi, la Via della seta, l’industria aerospaziale a Grottaglie, i nodi logistici e la modernizzazione del made in Italy agroalimentare con le grandi questioni della sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

Solo così sarà possibile entrare nella contemporaneità del “non ancora” andando oltre il “non più” della nostalgia del passato e superare così il dolore del presente.

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