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La trappola dei farmaci comuni rintracciabili nei test anti droga

Il prelievo di saliva potrebbe far scattare la denuncia e multe fino a 1.500 euro

di M.Cap.

(Adobe Stock)

3' di lettura

Anche chi è in cura con farmaci piuttosto diffusi potrebbe rischiare di finire davanti al giudice penale e farsi condannare a un minimo di 1.500 euro di ammenda, sei mesi di arresto e sospensione della patente per almeno un anno (con decurtazione di dieci punti), se mentre guida venisse sottoposto a test della saliva come prevede il disegno di legge di riforma del Codice della strada. Ci sono infatti farmaci contenenti sostanze terapeutiche che hanno anche effetti psicoattivi.

A maggior ragione, avrebbe problemi chi ha effettivamente fatto uso di droghe, ma ore o giorni prima di mettersi alla guida. O chi è sotto trattamento di metadone prescritto dal Servizio sanitario nell’ambito di una terapia di disintossicazione dalla droghe. In casi estremi, poi, potrebbe capitare di risultare positivi anche solo stando vicini a chi fuma uno spinello.

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È anche per questi motivi che nell’articolo 187 del Codice c’è sempre stata una precisa garanzia: non basta la sola positività, occorre che un medico certifichi che il soggetto si trova in stato di alterazione e che esso è dovuto all’assunzione delle sostanze trovate durante il test. Finora, in nome di questa garanzia, se ne sono accettati gli inconvenienti. Primo tra tutti, il fatto che la necessità della visita medica abbia molto limitato il numero dei controlli possibili e abbia moltiplicato i casi dubbi in cui il sanitario non se l’è sentita di rilasciare la certificazione (non esistono procedure uniformi di valutazione e molto dipende pure dal fatto che il test sia svolto su sangue, urina, sudore o saliva).

La riforma eliminerebbe la necessità di dimostrare lo stato di alterazione. Ciò toccherebbe non solo chi assume sostanze illegali, ma pure chi ne assume per scopi terapeutici consentiti o è sotto cura con farmaci o preparati soggetti a prescrizione medica. In questi ultimi due casi, si tratta di persone che usano su prescrizione medica le numerose sostanze con effetti psicoattivi (per esempio, benzodiazepine, sostanze oppiacee e cannabis).

Situazioni molto diffuse. Basta pensare che, dal rapporto OsMed 2022 dell’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) sulla spesa farmaceutica, emerge che «tra le prime 20 categorie terapeutiche di classe C con ricetta a maggiore spesa nel 2022...sei appartengono all'Atc N, di cui la metà è rappresentato da derivati benzodiazepinici (sia ansiolitici che ipnotici-sedativi) e analoghi delle benzodiazepine che si presentano, perciò, come la categoria a maggior acquisto con il 17% della spesa e il 22% delle Ddd della classe C con ricetta».

Se in tutte queste situazioni ci fosse comunque un’effettiva diminuzione delle capacità di guida, importerebbe poco che la sostanza che la causa sia stata assunta illecitamente o a seguito di corretta prescrizione medica. Ma la scienza dice che ci sono casi in cui ciò non accade.

«Individuarli non è semplice - ricordano Stefano D’Errico ed Elio Santangelo, rispettivamente direttore della struttura complessa di Medicina legale dell’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina e dirigente medico presso la stessa struttura, a Trieste -. E diventerà ancora più difficile se verrà a mancare l’esperienza delle visite che oggi servono per certificare lo stato di alterazione».

Santangelo lo afferma dopo aver pubblicato, assieme ad altri tre colleghi, sulla Rivista italiana di medicina legale (numero 3/2022) lo studio «Accertamento della guida in stato di alterazione psico-fisica: stato dell’arte e possibili prospettive». Vi si analizza la metodologia adottata in Norvegia, che prevede sia l’esecuzione di analisi su campione ematico sia l’esecuzione di una visita medica.

Sono state individuate 26 sostanze (tra sostanze psicoattive illecite e farmaci ad azione psicoattiva) che possono essere analizzate sulla base di predefiniti valori di riferimento (cut-off), cui possono essere associate le relative sanzioni: si viene puniti esclusivamente se la quantità di sostanza rilevata nel test supera una certa soglia.

Inoltre, nel caso in cui il guidatore sia in possesso di prescrizione medica e dalla visita non risulti in condizione di alterazione psico-fisica, non si giunge ad incriminazione. Se invece il guidatore sia in stato di alterazione, prima di applicare sanzioni viene richiesto il parere motivato di un farmacologo clinico.

Emerge così la differenza con il sistema che si vorrebbe adottare in Italia, che non prevederebbe valori di cut-off (dei quali si discute da anni anche nel nostro Paese, in ambienti sia medici sia di polizia). E s’intuisce che una simile scelta potrebbe portare un aumento e una complicazione del contenzioso. Rischiando di mandare in tilt quello stesso sistema di controlli che si dice di voler rafforzare.

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