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La trappola della liquidità: tossicodipendenza da denaro pubblico

di Alessandro Plateroti


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(Ansa)

3' di lettura

I mercati hanno reagito male all’annuncio di Draghi, leggo sui siti e sulle agenzie: borse in picchiata, corsa ai Bund, fuga dai titoli bancari e finanziari sembrano proprio confermare l’analisi. Ma reagito male a che cosa? La questione non è di poco conto. C’è chi sostiene che la ritirata dei mercati sia dovuta al peggioramento delle prospettive economiche europee, di cui anche Draghi sembra aver finalmente preso atto dopo aver detto il contrario solo qualche mese fa, e c’è chi invece sostiene che a deludere gli investitori sia la portata modesta delle misure di contrasto al rischio di crisi annunciate dalla Bce.

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Tra l’altro, avrebbe deluso soprattutto la scelta di riavviare il TLTRO (aste di denaro a tasso zero per le banche) solo a partire da settembre 2019: se la crisi è alle porte, perché aspettare altri 8 mesi? Domanda logica e concreta.

In realtà, anche se entrambe le tesi hanno alle spalle buone ragioni per spiegare la fuga di denaro dai mercati, credo che la reazione negativa alle parole di Draghi abbia radici ben più profonde: il “fallimento” del QE come strumento di politica monetaria finalizzato al rilancio della crescita economica. Basta fare due conti: negli Usa, dove la Fed ha speso 11mila miliardi di dollari per acquistare bond, titoli di Stato e derivati, il rischio di una nuova crisi economica ha bloccato il programmato rialzo dei tassi di interesse, rianimando la Borsa ma confermando implicitamente che senza denaro gratis dalle banche centrali, il mercato è pronto a vendere tutto e a fare cassa: sia in Europa che in America. Bce e Fed lo hanno capito e riaprono la cassa. Si chiama trappola della liquidità, ma a questo punto sembra più una tossico-dipendenza da denaro pubblico per eccessi speculativi.

In Europa la situazione è anche peggiore: in tre anni, la Bce ha comprato dagli investitori (banche e fondi) obbligazioni per 2.400 miliardi di euro, di cui 2.100 miliardi solo in titoli di Stato, stabilizzando l’euro e salvando dal crollo i nostri BTp e le borse, ma a livello macro-economico e soprattutto industriale la ripresa è durata poco o niente, o come nel caso italiano quasi non si è vista. Lo spread BTp Bund fa meno paura di qualche mese fa, ma l’economia italiana è in chiara retromarcia. Chiedersi dove siano finiti quei 2.400 miliardi che avrebbero dovuto garantire risorse per l’economia reale e la crescita, è quindi una domanda più che legittima: i prestiti bancari sono gli stessi di tre anni fa e sembra chiaro che a guadagnarci non sono state di certo le imprese. Chi allora?

La risposta, che trovo personalmente agghiacciante, l’ha scritta la stessa Bce nella relazione finale sul QE, conclusa il mese scorso. Ecco un assaggio in lingua originale, in modo da evitare dubbi o sospetti nella traduzione.
«Investors from only seven countries – Denmark, Japan, Norway, Sweden, Switzerland, the United Kingdom and the United States – accounted for close to 90% (or €2.4 trillion) of all non-euro area investors’ holdings. Investors based (but not necessarily headquartered) in the United Kingdom alone held close to a third of those securities.
«The portfolio shares of euro area securities were highest for Denmark (56%) and the United Kingdom (47%). Switzerland (41%) and Sweden (40%) were not far behind. The respective shares for investors in Norway (29%), Japan (28%) and the United States (24%) were also considerable. Hedge funds owned the majority of the non-resident holdings of euro area bonds. Hedge funds resident in the United Kingdom alone held €560 billion worth of euro area bonds on the eve of the Ecb’s app, accounting for two thirds of the euro area bond holdings of all Uk residents and over a fifth of the euro area bond holdings of all investors outside the euro area».

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In sintesi: le banche giapponesi, danesi e norvegesi, insieme agli hedge funds americani e inglesi, hanno venduto BTp, Bonos e altro debito a basso costo incassando il 90% dei 2.400 miliardi di euro che avrebbero dovuto rianimare l’economia europea, e aiutare le banche italiane a finanziare imprese e lavoro... un vero successo.
Per concludere, se il mercato oggi vende e scappa ha più di una ragione per farlo: non vede nulla di nuovo all’orizzonte. Se il denaro non va all’economia reale, anche la seconda mano del QE diventa solo un bluff: dopo l’annuncio di Draghi, per me, qualcuno ha finalmente detto “vedo”.

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