Interventi

La trasformazione digitale e il futuro del lavoro

di Luca Tomassini


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(Olivier Le Moal - stock.adobe.com)

3' di lettura

È inutile girarci intorno. La questione principale, che nei prossimi anni turberà – rivoluzionandolo – il mondo del lavoro, riguarderà la necessità di conciliare le capacità delle macchine con la presenza umana. Nel percorso già ben avviato della digital transformation, ovvero di quell'insieme di nuove direzioni e corrispondenze creative che stanno sorgendo in tutti i settori dell'attività produttiva, serviranno ancora le persone?
Di fronte a questo interrogativo, c'è chi si lascia travolgere dagli eventi, e chi invece cerca di comprendere, e di avanzare proposte.

L'attività umana in generale (e nello specifico il lavoro) è una dimensione fondata su due caratteristiche imprescindibili – l'alleanza e la cooperazione - che restano ferme nel tempo, al di là di tutti i mutamenti di sistema e di tecnica degli strumenti.
A dispetto di quanto sembri ad alcuni, gli squilibri produttivi generati dall'introduzione delle tecnologie digitali non sono altro che i sintomi temporanei connessi a una ridefinizione in corso del sistema, riguardante nello specifico le modalità dello svolgimento del lavoro, più che il senso di questo.
La nostra concezione del mondo interpreta la storia dell'umanità come una corsa al progresso. Eppure, questa linea orientata verso il futuro, non è proprio una linea retta. Somiglia di più, semmai, a un grafico dell'andamento borsistico, con picchi e discese improvvise, rotture, agitazioni.

Quindi, la nuova tecnologia spinge proprio nella direzione antica (eterna?) della collaborazione reciproca tra persone diverse, rimodellando semplicemente procedimenti, protocolli, regole e campi d'applicazione.
Secondo le stime, quasi il 50% dei lavori attualmente gestiti da esseri umani verranno svolti dalle macchine: dove si abbatterà la scure implacabile dell'automazione?
Tra scommesse e profezie, i primi lavori destinati ad essere svolti dalle macchine saranno quelli degli operatori di call-center e telemarketing, postini, boscaioli, agricoltori, contadini, giardinieri, cassieri, autisti, bibliotecari, assicuratori, commercialisti, operai e perfino i medici chirurghi.

Altri mestieri invece riusciranno a resistere, grazie a fattori chiave quali creatività, capacità decisionale ed empatia, di cui solo l'essere umano è dotato: autori, artisti, scrittori, compositori, pittori, stilisti, registi, attori, imprenditori, produttori, psicologi, psichiatri e insegnanti.
La rivoluzione digitale ha però anche portato in dote innumerevoli altri mestieri, insieme ad altri pronti a fare la proprio comparsa nei prossimi anni. Vi saranno ad esempio cartografi per disegnare le rotte delle auto autonome, assistenti sociali per trattare i disturbi di chi ha subito traumi o dipendenza nell'utilizzo dei social network, broker del tempo, qualora il tempo diventasse una moneta molto quotata, narrowcaster, che contrariamente ai broadcaster sono specializzati nell'individuazione di contenuti specifici per trasmissioni mirate, addetti allo smaltimento di dati personali presenti in rete, personal brander, e così via.

La cosiddetta “fine del lavoro”, scenario ventilato come catastrofico, deve farci riflettere sul fatto che è stata la nostra stessa intelligenza ad aprire le frontiere. È stato l'essere umano che, nella ricerca di sistemi atti a migliorare la propria vita, ha dato a sé stesso la possibilità di un mondo “senza lavoro”.
Se a qualcuno il futuro si prospetta con orrore, pensi che, nella storia, sono state le grandi innovazioni tecnologiche a riscattare i popoli dalla fame e dalla povertà e che la rivoluzione digitale non è una rivoluzione di macchine, ma di esseri umani.
Tutti si dovranno far carico della trasformazione in atto: la politica dovrà organizzare il sistema Paese in alleanza con i settori più avanzati dell'innovazione. Dovrà, in un primo momento, cercare di colmare gli squilibri occupazionali non demonizzando le macchine, ma ammortizzando gli impatti in vista di un riassetto generale delle modalità produttive.
Dovrà, insomma, spiegare alla gente che cosa significa fare innovazione.
Luca Tomassini
Presidente e Amministratore Delegato Vetrya

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