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La trasformazione digitale fallisce troppo spesso: le aziende chiedono aiuto

Le imprese hanno grandi aspettative, ma nel 70% dei casi non raggiungono gli obiettivi. Bcg apre una divisione specializzata, operativa anche in Italia

di Gianni Rusconi

4' di lettura

C’è un dato che è per certi aspetti allarmante e che apre il fronte delle riflessioni sul “come” il processo di adozione delle nuove tecnologie in azienda sia stato affrontato negli ultimi anni, anche in relazione all'accelerazione indotta dalla pandemia: il 94% delle organizzazioni vorrebbe infatti ottenere risultati concreti e generare un impatto sostanziale e rapido attraverso la trasformazione digitale, ma ben il 70% (ed è questo il dato preoccupante) dei progetti avviati in questo ambito non raggiunge gli obiettivi sperati.

Il quadro sopra descritto emerge da una ricerca (“Mind The Tech Gap”) realizzata da Boston Consulting Group e condotta in 13 Paesi, tra cui l'Italia, su circa 2.700 tra executive e decision maker in ambito tech di aziende con oltre mille dipendenti e appartenenti a diversi settori.

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Lo scenario globale

In una situazione da “vorrei ma non riesco”, è interessante sottolineare un altro indicatore emerso dalla ricerca, e cioè quello che vede il 60% delle aziende oggetto di indagine dichiararsi intenzionato ad aumentare gli investimenti in tecnologie per il 2023 (il 36% confermerà invece lo stesso budget di quest'anno e solo il 4% andrà a ridurre la spesa) nonostante il contesto incerto e le turbolenze economiche ancora in essere.

Secondo gli analisti vi sono quattro archetipi emergenti nella corsa a costruire l'azienda del futuro, che mostrano un diverso livello di evoluzione delle organizzazioni nel percorso di trasformazione: hyperscaler (aziende votate all'innovazione, le cui piattaforme e infrastrutture apportano grandi vantaggi strutturali), nativi digitali, incumbent digitali e legacy incumbent.

Ed è facile intuire come il rendimento generato per gli azionisti dalle realtà che appartengono al primo cluster sia ben superiore - in un ordine di quasi cinque volte - rispetto a quello assicurato dalle imprese tradizionali ancora lontane dal diventare digital. La volontà di investire in chiave tech si lega quindi all'ambizione di cambiare pelle (e processi) attraverso il digitale e si riflette in due principali aree di intervento, lo sviluppo di nuovi modelli di business e il raggiungimento di una maggiore sostenibilità.

Il problema, di non facile soluzione, risiede nel fatto che la maggior parte delle aziende fatica a concretizzare un impatto significativo da questi investimenti, tanto che solo una su cinque raggiunge un beneficio di almeno 1,5 punti di margine Ebita.

«Molti amministratori delegati - ha spiegato Christoph Schweizer, Ceo globale di Bcg - sono alle prese con la necessità di creare nuove strategie di business rispondendo a quattro topic ben definiti, e cioè la resilienza dell'organizzazione nel medio periodo, i nuovi modelli di lavoro, la sostenibilità e per l'appunto la trasformazione digitale, tema che copre e interessa tutte le aree e le funzioni aziendali».

È proprio per rispondere a questa crescente esigenza, fornendo una risposta alle difficoltà incontrate dalle aziende nel loro percorso di trasformazione “end to end”, che Bcg ha battezzato ufficialmente una nuova divisione tech specializzata, Bcg X, forte di circa 2.800 persone (di 30 diversi Paesi) su scala mondiale con competenze tecnologiche che spaziano dallo sviluppo alla progettazione, dall'engineering al design.

L'obiettivo? Diventare un advisior strategico, inventando un “nuovo” modello di fare consulenza in grado di scalare l'impatto di soluzioni tecnologiche su misura e pronte all'uso per accelerare il viaggio digitale di qualsiasi organizzazione.

Le sfide per i Ceo

La ricerca ha evidenziato anche gli ambiti principali di azione e in cima alla lista dei “to do” c'è l'imperativo di fare le scelte giuste tra le tecnologie cosiddetti dirompenti più importanti, come per esempio i tool di advanced analytics, l'intelligenza artificiale, la blockchain e l'IoT. Il punto di partenza è ancora una volta preoccupante: il 93% delle aziende intervistate fatica a orientarsi nel panorama in rapida crescita di queste tecnologie, pregiudicando sul nascere le probabilità di successo dei progetti di trasformazione.

Altri obiettivi segnati in rosso nell'agenda dei Ceo sono quindi la necessità di scalare velocemente le nuove soluzioni digitali e il recruiting dei talenti necessari per sostenere il percorso, considerando il fatto che fra i profili più carenti sul mercato (e quindi più difficili da reperire) ci sono gli ingegneri del software e i data scientist.

Due ulteriori sfide riguardano quindi la capacità di mettere a priorità gli investimenti in soluzioni digitali e di saper gestire costo e incertezza del ritorno sull'investimento. C'è infine un ultimo compito a cui le aziende sono chiamate, ed è quello di risolvere le criticità legate all'ecosistema dei propri partner e fornitori tecnologici rispetto al macchinoso coordinamento di questi ultimi, alla mancanza di formazione adeguata e all'incapacità di focalizzare il peso strategico delle diverse fasi del processo di trasformazione.

Cosa succede in Italia

Le aziende italiane, si legge nella nota che accompagna lo studio, sono anch'esse in ritardo e la percentuale di quelle che possono definirsi “digitalmente mature” si ferma al 65%. A condizionare il giudizio sulle nostre imprese è la difficoltà nel dare priorità a investimenti mirati per lo sviluppo di nuove tecnologie, ma non mancano, per contro, gli sforzi per trovare i talenti giusti e per gestire e sostituire gli strumenti informatici obsoleti.

Uno scenario a luci e ombre confermato anche da Francesco Palmieri Lupia, managing director & senior partner Bcg e responsabile di Bcg per l'Italia, che ribadisce come «le complessità riscontrate maggiormente sono l'adozione di un approccio scalabile, la corretta prioritizzazione degli investimenti, data anche dalla proliferazione di tecnologie disponibili, e la disponibilità di figure professionali altamente specializzate nell'ambito digitale. Contestualmente, osserviamo da parte delle principali aziende del Paese un notevole interesse ad investire in dati, analytics e tecnologia a supporto della sostenibilità».

La nuova divisione

Bcg X, che sarà operativa anche in Italia, andrà ad operare come soggetto ibrido fra consulenza strategica di business e competenza tecnologica e, stando alle indicazioni fornite dalla multinazionale americana, dovrebbe raddoppiare il numero dei professionisti in organico entro i prossimi tre anni.

A Sylvain Duranton, nominato Global Leader della neonata unità, spetta il compito di aiutare le aziende a trovare la strada più consona per affrontare il percorso di digital transformation, mettendo loro a disposizione una sorta di “cassetta per gli attrezzi” che possa agire da forza moltiplicatrice (da qui il termine X) dei team tecnologici interni alle stesse aziende, collaborando strettamente con queste figure e portando il contributo delle competenze di Bcg in fatto di AI, software engineering, green tech e deep tech. Parliamo quindi di algoritmi, di applicazioni del Web3, di marketing digitale e di design comportamentale incentrato sull'uomo, ma anche di modelli per costruire economie sostenibili e a zero emissioni.

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