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La tregua sui dazi fa correre la soia. Ma gli impegni della Cina sono un rebus

Pechino ha promesso di spingere le importazioni di prodotti agricoli dagli Usa a 50 miliardi di dollari. Ma arrivare a quell’obiettivo – il doppio rispetto a prima della guerra dei dazi e quasi il quadruplo rispetto a oggi – potrebbe essere impossibile

di Sissi Bellomo

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(Afp)

Pechino ha promesso di spingere le importazioni di prodotti agricoli dagli Usa a 50 miliardi di dollari. Ma arrivare a quell’obiettivo – il doppio rispetto a prima della guerra dei dazi e quasi il quadruplo rispetto a oggi – potrebbe essere impossibile


3' di lettura

Sulla scia degli accordi Usa-Cina le quotazioni di soia e cereali continuano a salire. Ma il motivo per cui i mercati festeggiano è la relativa distensione nei rapporti commerciali, più che l’impegno di Pechino a comprare volumi record di prodotti dagli Stati Uniti, che potrebbe essere impossibile da rispettare.

Il traguardo meno credibile sembra essere proprio quello relativo ai prodotti agricoli, vantato da Donald Trump come una vittoria decisiva: non c’è modo di spingere a 50 miliardi di dollari l’anno l’export verso la Repubblica popolare , dicono gli esperti, che non hanno cambiato idea nemmeno dopo le precisazioni del rappresentante per il commercio Richard Lighthizer, secondo cui l’obiettivo sarebbe in realtà di arrivare a 40 miliardi nel giro di un paio d’anni.

Per farcela la Cina dovrebbe raddoppiare gli acquisti rispetto a quanto faceva prima della guerra dei dazi (e quadruplicarli rispetto a oggi): il gigante asiatico aveva importato prodotti agricoli «made in Usa» per 22 miliardi di dollari l’anno in media tra il 2013 e il 2017, cifra scesa a 13,4 miliardi l’anno scorso. Il suo record assoluto era stato di 29,6 miliardi nel 2013.

I semi di soia, che di solito rappresentano oltre metà degli acquisti, a quell’epoca costavano ben più cari di oggi: oltre 14 $/bushel tra il 2012 e il 2014, con punte addirittura superiori a 16 $, mentre da un paio d’anni scambiano a meno di 10 $/bushel.

«Anche se i cinesi tornassero a comprare le stesse quantità di prima della guerra commerciale, non riuscirebbero a raggiungere lo stesso valore in dollari», fa notare Darin Friedrichs di INTL FCStone.

Inoltre un’epidemia ha decimato gli allevamenti di suini in Cina, facendo crollare il fabbisogno di soia per i mangimi animali.

Le quotazioni dei semi oleosi anche lunedì 16 sono salite di oltre l’1,5% a Chicago, fino a superare 920 centesimi di dollaro per bushel, ai massimi da un mese. Ma a maggio, proprio a causa della guerra dei dazi, la soia Usa era arrivata a valere appena a 791 USD/bu, il minimo storico.

A sostenere il mercato peraltro sono intervenuti anche fattori che non hanno nulla a che fare con i rapporti Usa-Cina. L’Argentina, importante fornitore, ha aumentato le tasse sull’export su molti prodotti agricoli, compresi la soia e il mais, che è arrivato ai massimi dal 1° novembre (388,25 cents/bu).

Quanto al grano – che si è impennato di oltre il 5% al Cbot, oltre 550 cents, al record da giugno – a pesare ci sono anche timori sulle condizioni meteo in Ucraina e altre zone dell’Europa Orientale.

La Cina comunque non è mai stata un mercato decisivo per l’export di grano e mais dagli Usa. Ed è difficile che possa diventarlo, visto che è poco dipendente dall’estero.

Analizzando le cifre relative ad altri prodotti agricoli il rebus non si risolve: con tutti gli sforzi possibili, la Cina non riuscirebbe ad arrivare ad importazioni extra per 20 miliardi di dollari dagli Usa.

Di carni di maiale, ad esempio, Pechino avrebbe un disperato bisogno. Ma Washington ne ha esportate – in tutto il mondo – per un valore di appena 6,4 miliardi l’anno scorso.

Mettendo insieme carni suine e bovine, più soia e mais, l’export Usa totale è stato di 44,2 miliardi di dollari.

Difficile pensare che gli agricoltori americani gradiscano di vendere esclusivamente (o quasi) ai cinesi . Senza contare che una relazione privilegiata di questo tipo susciterebbe pesanti reazioni da parte degli altri Paesi esportatori. A cominciare dal Brasile, che proprio grazie alla guerra dei dazi è avviato a strappare agli Usa lo scettro di primi produttori mondiali di soia.

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