il reportage

La «trincea» dei piccoli e l’incubo Vajont

di Mariano Maugeri

Ansa

3' di lettura

«È un macello»: Franco Pucci, impiegato in un'azienda di calcestruzzi e vicesindaco di Capitignano, un chilometro in linea d'aria da Campotosto, ruggisce invece di parlare. Ormai da otto giorni vive un incubo che non vuole finire.

Una delle nevicate più copiose della storia abruzzese, la raffica di scosse di mercoledì, e ieri, giusto per non farsi mancare nulla, l’allarme del presidente della Commissione grandi rischi, Franco Bertolucci, che non esclude scosse fino a magnitudo 7 sull’asse Montereale, Capitignano, Campotosto e l’Aquila e i pericoli di un nuovo Vajont provocato dalla diga del Rio Fucino, fatta costruire da Mussolini sul finire degli anni 30.

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«Ma come fanno a sostenere certe cose senza poi muovere un dito? Sono consapevoli del fatto che qualunque cosa si dica dev’essere poi affrontata da chi si trova in prima linea?». Pucci va su e giù per il suo paese come un matto. Prima di tutto ha allontanato gli abitanti del centro storico: le scosse che continuano a scuotere le case e la neve che comincia a sciogliersi rappresentavano un pericolo incombente. Poi ha sistemato 180 del suoi 700 abitanti nei Map collocati alla periferia dell’Aquila, che già il 24 agosto ospitarono un gruppo di famiglie di Amatrice. Niente di risolutivo, perché ogni giorno si lotta contro muri di ghiaccio alti 4 metri e una situazione abitativa al collasso.

«Il 90% delle abitazioni è inagibile» spiega il vicesindaco. Alle famiglie senza casa hanno fatto posto i reduci del terremoto di Amatrice, che aveva colpito anche Capitignano (i due paesi sono a 24 chilometri di distanza).

Erano state recuperate delle casette di legno, dove adesso vivono i terremotati di agosto. Per questo Pucci lancia l’Sos: «Servono immediatamente altri Map: i miei compaesani dormono uno sull’altro, come nelle scatole di sardine».

Ormai Capitignano è un paese che vive in apnea. Il bar, la farmacia e il negozio di generi alimentari sono fuori combattimento: servono dei container dove trasferire queste attività. A Campotosto non va meglio: il solaio crollato del Municipio restituisce in un fotogramma la drammaticità della situazione. Pucci non si dà pace: «Il comunicato della Grandi rischi è pura follia. Noi piccoli sindaci di microscopici paesi dobbiamo affrontare problemi giganteschi». La scuola è una delle questioni senza risposta. Costruita negli anni ‘60, è stata ristrutturata recentemente: via il solaio di cemento armato, sostituito da uno in legno lamellare. L’edificio, che ha i muri in pietra locale, ha superato il test di vulnerabilità. Il coefficiente minimo per una scuola è di 0,80, e la scuola di Capitignano ha raggiunto lo 0,92% su una scala di uno. Un ottimo risultato, che però non rassicura nessuno: «Le mamme vogliono certezze da me: ma la scuola tiene, mi dicono? Io francamente non so che rispondere: penso di sì, tanto è vero che i miei due figli sono iscritti lì. Ma chi è in grado di prevedere quello che accadrebbe in caso di terremoto di magnitudo 7?»

Altra situazione eternamente in sospeso è quella della superstrada Rieti-L’Aquila-Amatrice, la famigerata strada statale 260, una infrastruttura cruciale in caso di rapida evacuazione della popolazione. Ebbene, il quarto stralcio, che dovrebbe collegare Cagnano Amiterno e Capitignano, è bloccato per una guerra di carte bollate tra la società che si è aggiudicato l’appalto e quella risultata perdente. Motivo del conflitto? Secondo chi si oppone, l’azienda vincitrice non disporrebbe delle tecnologie adatte per costruire un viadotto lungo 1.032 metri. Un tema che la Commissione Grandi rischi non ha neppure sfiorato.

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