sfida impari in siria

La Turchia all’attacco dei curdi con il secondo esercito Nato

di Roberto Bongiorni


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3' di lettura

La sfida è impari. E a meno che non entrino in gioco nuovi attori,l’esito appare scontato. Il confronto militare tra il potente esercito turco e le male armate milizie curdo-siriane, le Ypg, appare come la lotta di Davide contro Golia. Nella quale però Davide non sembra disporre nemmeno della fionda.

Moderni elicotteri da combattimento, caccia, sistemi radar all’avanguardia, carri armati di nuova generazione. E una delle fanterie più grandi al mondo. Quello turco è il secondo esercito della Nato (su 29 Paesi membri), e non solo per numero di effettivi (circa 400mila). Le milizie Ypg non hanno certo l’aviazione, né i carri armati di ultima generazione, tanto meno sistemi radar all’altezza della situazione. «Non abbiamo a disposizione armi pesanti che potrebbero essere utili contro l’aviazione o i carri armati turchi», ha confermato ieri una fonte delle Ypg alla Reuters.

Non sono nemmeno così numerosi, circa 35mila quelli inquadrati nelle Syrian Democratic Forces (Sdf), la coalizione multi-etnica di 40mila uomini voluta dagli Stati Uniti per fronteggiare l’Isis. Certo, dalla loro parte c’è il fatto di conoscere il loro territorio, le loro montagne, ma poco di più.

Il precedente di Afrin parla chiaro. «Ramoscello d’ulivo», la seconda campagna militare contro le Ypg, scattata nel gennaio 2018, è stata davvero rapida. In meno di due mesi le forze turche sono riuscite ad prendere possesso di uno dei tre cantoni di cui è composto il Rojava, quel Kurdistan siriano che dal 2011 è amministrato in totale autonomia dai curdi (per quanto Damasco non lo riconosca.)

Il maggior freno al successo della nuova operazione turca non è rappresentato dal potenziale bellico del nemico quanto dall’impatto sull’economia. Proprio ieri il ministero del Tesoro turco ha precisato che non vede alcun impatto negativo di lungo termine dalla campagna militare in corso, eppure la lira turca ha subito una decisa flessione nei confronti del dollaro, la più alta da agosto.

Certo, il costo dell’ultima guerra di Erdogan è difficile da valutare. Dipenderà dalla durata, dagli sforzi bellici che saranno messi in campo, dal tipo di armi utilizzate. Crisi o crescita, Erdogan ha sempre fatto della Difesa una priorità. Come spiega al Sole 24 Ore Pieter D. Wezeman, analista dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), anno dopo anno la Turchia, che detiene il 15simo esercito del mondo, sta accrescendo la sua spesa militare. E ciò nonostante la perdurante incertezza economica. «Nel 2018 – spiega Wezeman - il Governo turco ha destinato 19 miliardi alle spese militari. Occorre fare attenzione non solo al dato assoluto ma al trend. Dal 2017 l’incremento è stato davvero consistente. E comunque dal 2009 ad oggi le spese militari turche sono aumentate del 65 per cento. Più della Francia, più del Regno Unito, più della Germania».

Certo, quando si parla di spese militari, nessuno si avvicina agli Stati Uniti. Nel 2018 Trump le ha aumentate di 49 miliardi di dollari, portandole complessivamente a 649 miliardi (più di un terzo della spesa globale).

A frenare l’appetito bellico di Erdogan, reduce da una débâcle nelle ultime elezioni amministrative, è il rischio di un ulteriore rallentamento dell’economia. Che potrebbe essere esacerbato dal potenziale pacchetto di sanzioni a cui sta lavorando un gruppo di senatori del Congresso. Se dovessero passare, dovrebbero scattare nel caso in cui la Turchia continuasse la sua offensiva. Già in luglio gli Usa stavano valutando un round di sanzioni contro il Governo turco. In quel caso la ragione era stata l’arrivo in Turchia dei primi componenti del sistema di difesa aerea S-400 di fabbricazione russa.

Il Pentagono intende estromettere Ankara dai contratti relativi alla componentistica degli ultra-moderni F-35 e sospenderà le consegne dei cacciabombardieri già ordinati. Il timore che i sofisticati radar del sistema S-400 possano catturare informazioni sensibili ha prevalso su tutto. «Gli Usa non forniranno i programmi manifatturieri degli F-35 - continua Wezeman - e potrebbero valutare di limitare l’export di altri armamenti. L’analista dell’Ispi conclude aggiungendo un altro elemento che potrebbe mettere in difficoltà Erdogan. «C’era un accordo tra Germania e Turchia che vietava l’uso dei carri armati tedeschi nella campagna contro i curdi, e che contemplava la sospensione delle forniture se ciò fosse accaduto». Altri Paesi starebbero seguendo l’iniziativa tedesca. «Francia e Italia stanno invece continuando a fornire armi all’esercito turco che potrebbero essere utilizzate in questa guerra. Come gli elicotteri italiani da combattimento Mangusta. Ma non è escluso che possano prendere provvedimenti».

Insomma, il “sultano” Erdogan sembra determinato ad andare avanti. Ma il conto della sua nuova avventura militare rischia di essere salato.

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