centinaia in carcere

La Turchia non è un Paese per giornalisti

di Alberto Negri

La foto di Gabriele Del Grande mostrata al congresso Fnsi ( Ansa/ Massimo Percossi)

5' di lettura

La Turchia non è un Paese per giornalisti ma per fortuna ha grandi giornalisti, adesso purtroppo in carcere o in esilio. La vicenda di Gabriele Del Grande , detenuto con uno stato di fermo aggravato dalla leggi d'emergenza, sta sollevando l'attenzione dell'Italia e del suo governo sulla condizione dei media in Turchia sotto attacco da quattro anni, da quando esplose lo scandalo per corruzione che coinvolgeva la famiglia Erdogan accompagnato dalla ribellione dei giovani di Piazza Taksim nel 2013.

Dopo il fallito golpe del 15 luglio scorso in Turchia non esiste più spazio per la stampa libera e coloro che fanno seriamente questo mestiere, con grandi rischi personali e molta dignità, cercano di dare un minimo di informazione in mezzo a mille difficoltà.

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In carcere ci sono almeno 150 giornalisti, un record mondiale, e sono state chiuse e sequestrate dozzine di testate giornalistiche e televisive, alcune legate all'Imam Fethullah Gulen, altre invece ai curdi o del tutto indipendenti.
In alcune zone del Paese fare informazione è quasi impossibile, come nell'Anatolia del Sud Est o ai confini tra Turchia e Siria: qui servono permessi speciali che vengono concessi con il contagocce e se si aggirano divieti e restrizioni si rischia l'arresto, come è accaduto a Del Grande e a molti altri. Per altro lavorare nel Kurdistan turco per la stampa è sempre stato complicato: mai è stato garantito un libero accesso dei media, al massimo c'era una nervosa e intermittente tolleranza.

La risposta europea alla durissima repressione della libertà di stampa è stata debole, fatta eccezione per l'impegno personale di qualche diplomatico sul posto e delle associazioni che si interessano di questioni internazionali.

Ma il segnale che la libertà di stampa non solo fosse in pericolo ma quotidianamente messa sotto pressione con arresti e processi farsa doveva smuovere le istituzioni europee: la Turchia di Erdogan era già uscita da un pezzo dall'ambito delle regole dell'Europa e questo accadeva sotto gli occhi di tutti, in una generale indifferenza o con flebili proteste.

La stessa campagna elettorale è stata inaccettabile: il 90% degli spazi è stato occupato dal fronte del “Sì” del presidente Erdogan e sono state violate tutte le regole ai seggi, con l'espulsione dei rappresentanti di lista curdi. Del resto quando si mette in galera tutta la leadership del partito curdo Hdp c'è poco da sperare: lo stesso partito repubblicano Chp, che oggi protesta con veemenza contro il voto di domenica, ha approvato la richiesta del partito di maggioranza Akp di togliere l'immunità parlamentare ai deputati curdi.

Tra i tanti casi di giornalisti in carcere da mesi c'è anche quello di Ahmet Altan. I lettori del Sole 24 Ore hanno letto su queste colonne le sue interviste improntate a un'illuminante chiarezza e moderazione.

Ahmet è stato direttore del quotidiano “Taraf” e autore di un romanzo tra i più venduti nella storia Turchia: per lui e altri 15 giornalisti è stato chiesto l'ergastolo.

Ospite nella sua casa nella parte asiatica di Istanbul, mi raccontò la storia del padre, anche lui giornalista e deputato, che osò protestare con un celebre articolo contro un golpe dei militari. In Turchia ne hanno fatti tre dagli anni '60, il quarto il 25 luglio scorso è fallito, più il cosiddetto “golpe bianco” del '97 per far fuori il premier islamista Erbakan. Allora il padre di Altan venne picchiato a sangue dai manganellatori dei generali ma non rinunciò al suo mestiere.

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Altri amici e colleghi hanno dovuto scappare dalla Turchia, tra questiCengiz Candar, che è stato ospite anche dello Iai, e Yavuz Baydar, qui in Italia più volte premiato per la sua attività. Cengiz è stato inviato di guerra in Medio Oriente, il presidente Turgut Ozal negli anni'90 gli affidò anche un compito delicato di messaggero presso la guerriglia curda, lo stesso ex presidente islamista Abdullah Gul lo consultava spesso. Ha pagato le critiche, civili e circostanziate, a un presidente Erdogan che ha denunciato e fatto mettere sotto processo dozzine di giornalisti per offese al capo dello stato.

Ma l'Europa ha accettato abusi e persecuzioni più o meno come aveva fatto ai tempi dei generali: ma allora la Turchia non pretendeva troppo di entrare nell'Unione.
Erdogan è stato più astuto dei militari: ha applicato, fino a quando gli faceva comodo, le leggi sulla libertà di espressione dell'Unione europea, per scardinare il potere dei generali e poi le ha buttate nel cestino quando non gli servivano più. In un certo senso ha usato gli europei come utili idioti.

Con l'accordo sui migranti si è dotato di uno strumento formidabile di ricatto nei confronti di Bruxelles che sperava di delegare ad altri i problemi derivanti dalla guerra siriana. Ma il terrorismo ispirato all'Isis è arrivato anche in casa nostra, senza che per altro siano mai stati perseguiti gli Stati sponsor dell'ideologia islamica più radicale come i wahabiti di Riad. Anzi con loro facciamo volentieri affari. La regola del doppio standard non ci porterà lontano ne ci renderà più sicuri.

Così adesso è arrivato Donald Trump a mettere il suo timbro di approvazione sul referendum turco, nonostante le palesi irregolarità, perché gli serve Erdogan: la Turchia come membro della Nato avrà il compito di bilanciare la presenza della Russia e dell'Iran in Siria, assecondando le richieste dei tradizionali alleati americani in Medio Oriente, le monarchie del Golfo e Israele.

Lo stesso Trump in meno di due settimane ha smentito se stesso: prima ha fatto dire a Erdogan dal segretario di Stato Tillerson ad Ankara che Assad restava in sella, poi è passato a bombardarlo quando le redini le hanno prese in mano i generali Mattis e MacMaster, capi di Pentagono e Sicurezza nazionale.

La libertà di stampa in Turchia è stata la prima vittima della politica americana già con l'amministrazione Obama. L'ex segretario di Stato Hillary Clinton ha incoraggiato Erdogan ad aprire la strada ai jihadisti per abbattere Assad con il sostegno finanziario di Arabia Saudita e petro-monarchie. Il 6 luglio 2011 mandò l'ambasciatore a Damasco Ford a passeggiare in mezzo ai ribelli di Hama, poi lo ha inviò al Cairo dai Fratelli Musulmani mentre si cominciava a bombardare Gheddafi. Quando il direttore di Chumurriyet, Dundar, pubblicò le prove delle armi turche inviate ai jihadisti è finito in carcere e sotto processo. Adesso vive in Germania.

I giornalisti turchi ci hanno avvertito, fino a che hanno potuto, della deriva anti-democratica imboccata da Ankara: non potevamo dire di non sapere. La Turchia non è un Paese per giornalisti: per fortuna c'è l'Europa.

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