settori strategici

La Ue e quella spinta che serve alla ricerca

di Maurizio Maresca

(Marka)

3' di lettura

Vi sono alcuni comparti intrinsecamente globali dell’economia che impongono una risposta unitaria in ambito europeo orientata alla crescita (sostenibile) ed al benessere della gente. Diffuso è il consenso sulla importanza della ricerca scientifica e della innovazione per gestire i processi di crescita che ci attendono e per rispondere ai bisogni della occupazione. Luca De Biase ci ha ricordato di recente («Solo l’innovazione crea i nuovi “posti”», nella puntata che ha inaugurato la nuova serie del Sole 24 Ore sul Lavoro del Futuro, il 20 agosto) come proprio l’innovazione sia essenziale per governare il fenomeno dell’occupazione rispetto agli sviluppi nell’automazione, nella digitalizzazione che oggi, ed ancora di più negli anni a venire, influenzeranno il futuro di un mondo, piaccia o meno, sempre più globale.

La prima, e forse più importante riforma europea riguarda allora proprio la ricerca scientifica. L’innovazione vera, quella che produce nuove tecnologie, incluse quelle sul governo della società, non può venire da un contesto universitario molto locale e spesso subalterno come quello costituito da 27 sistemi statali fra loro isolati. Se poi si considera che lo stesso sistema industriale europeo, con alcune limitate eccezioni, è molto debole rispetto ai colossi americani (specie della sponda Ovest) e del Far East sembra indispensabile dare luogo ad un un vero e proprio mercato unico dell’alta formazione e della ricerca che, nel promuovere efficienza e concorrenza, sia in grado di sostenere una politica industriale competitiva. Vorrà dire qualcosa se il monopolio della ricerca scientifica e dell’alta formazione è detenuto dagli Stati Uniti: e fra le prime venti università al mondo le uniche non americane tre sono britanniche e due svizzere , e cioè di Paesi che non sono membri della Ue.

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Anche solo una visione comunitaria dell’Unione, in base alla quale è messa cioè in comune la sola sovranità in materia economica, induce a “comunitarizzare” l’area della ricerca e dell’alta formazione. Esattamente come è avvenuto nel corso degli anni 80, per assicurare la concorrenza, l’esercizio delle libertà economiche ed il commercio internazionale, quando si decise di disporre alcune politiche comuni trasversali sulla protezione dell’ambiente di lavoro, sull’ambiente e sulla tutela del consumatore per i danni arrecati dal produttore. Come la tutela del lavoro, dell’ambiente e del consumatore sono divenute parte integrante dell’ordinamento comunitario, ben prima della evoluzione che si è determinata in materia monetaria e di conti pubblici nei primi anni 2000, così la ricerca scientifica deve costituire una politica comune coessenziale alla applicazione del diritto comunitario primario (tanto più in presenza della inadeguatezza delle scelte degli Stati membri).

Lo spazio unico della ricerca dovrà anzitutto promuovere, con adeguate direttive, la libera circolazione di studenti e docenti /ricercatori (inclusa l’uniformità delle regole di accesso alla docenza), l’elaborazione di contenuti comuni minimi pur in un contesto di autonomia didattica e scientifica ed il riconoscimento completo dei titoli accademici e dei connessi titoli professionali.

Parallelamente, in secondo luogo, occorre dare luogo ad una sola Agenzia europea dell’alta formazione e della ricerca che eserciti la vigilanza e, per quanto occorra, autorizzi gli istituti di ricerca e di alta formazione a stare sul mercato sulla base delle regole comuni. L’Italia, per una serie di ragioni, ha più di tutti da dare, ma specialmente da ricevere, dalla evoluzione verso il mercato unico della ricerca .

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