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La Ue, Salvini e il caso Wojciechowski

Il nuovo commissario europeo all’Agricoltura è un esponente della destra sovranista polatta e, insieme, un atlantista e filo-americano di ferro. Un percorso che potrebbe suggerire qualcosa alla Lega

di Guido Gentili


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Wojciechowski, nuovo commissario Ue all’Agricoltura: sovranista, eppure atlantista (Afp)

3' di lettura

Sarà perché è un grande paese di frontiera, da sempre al crocevia della storia europea, ma alla Polonia occorre sempre guardare con attenzione. Oggi, ad esempio, bisogna appuntarsi il nome di Janusz Wojciechowski, nuovo commissario Ue al timone dell’Agricoltura, ministero assai pesante visto che la politica agricola comune assorbe circa il 45% dell’intero bilancio europeo e che la Polonia è la prima destinataria degli euro fondi per lo sviluppo rurale.

Il tema non è la persona (ex parlamentare europeo e già membro della Corti dei Conti è stato nominato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, è in attesa al pari degli altri commissari della ratifica del Parlamento Ue e dovrà chiarire un caso di presunte irregolarità sui rimborsi delle spese di viaggio quando era parlamentare) ma la sua estrazione politica e l’incarico che gli è stato assegnato nel governo europeo in rappresentanza della Polonia.

Il percorso del neo commissario e le relative scelte del governo polacco dovrebbero suggerire qualche riflessione alla Lega di Matteo Salvini, finita (nel momento chiave dell’elezione di Ursula von der Leyen) fuori dal gioco europeo dopo la pur grande vittoria elettorale e da qui scivolata in un vicolo cieco fino al repentino, e per molti versi non ancora spiegabile, strappo di Salvini che ha aperto la crisi di governo in Italia.
Wojciechowski è espressione del governo sovranista, ma atlantista e filo americano di ferro, che fa capo al partito Diritto e Giustizia (aderente in Europa al gruppo dei Conservatori e riformista) di Jaroslaw Kacynski, i cui 26 neodeputati eletti in Europa hanno votato la von der Leyen. Assieme agli italiani del MovStelle e ai 13 colleghi espressi dall’Unione Civica Ungherese, il partito nazionalista e anticomunista del premier Viktor Orban sospeso dall’appartenenza al Partito Popolare Europeo per l’approvazione di leggi illiberali (e anche la Polonia è sotto pressing europeo per violazione dello stato di diritto).

Tutti voti decisivi in un quadro dove molti europeisti non hanno votato la candidata tedesca. La Lega poteva giocare alla fine con lo stesso schema, restando in partita, come ha fatto la Polonia per difendere i suoi interessi, e provare a cambiare «da dentro» la rotta europea? Sta di fatto che con il gruppo Identità e democrazia, assieme al Raggruppamento Nazionale di Marine Le Pen, ai tedeschi di Alternativa per la Germania e ai rappresentanti in ordine sparso dell’ultra destra europea (in tutto 74 eurodeputati) la strada si è chiusa, mentre Polonia ed Ungheria, due paesi sovranisti hanno fatto scelte diverse.

Se e quanto abbiano pesato le «ombre russe» sullo scandalo Strache in Austria e dei presunti fondi alla Lega (caso Savoini) in Italia è difficile dirlo. Certo è che il «filo» polacco indica che, a Varsavia, Diritto e Giustizia, in aprile, girò la spalle ad un’alleanza con Salvini. E dopo l’elezione di Ursula von der Leyen, l’ex ministro degli esteri polacco Witold Waszczykowski ha spiegato che «tra noi e Identità e Democrazia il problema è Marine Le Pen, il suo Rassemblement National è molto filo russo e anti Unione Europea… se Salvini deciderà di separarsi da Le Pen sarà il benvenuto se vorrà lavorare con noi conservatori e riformisti di Ecr» (Linkiesta, 18 luglio 2019). Ma anche Ecr è diviso: i deputati di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Raffaele Fitto hanno votato contro la presidente della Commissione e in linea con la Lega. Intanto, un sovranista polacco è commissario europeo.

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