COMMERCIO E REGOLE

La Ue sfida gli Usa a scoprire le carte sulla Wto

di Gianluca Di Donfrancesco

Da sinistra: il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e il presidente argentino Mauricio Macri

2' di lettura

Il presidente della Ue, Donald Tusk, e il capo dell’Esecutivo comunitario, Jean-Claude Juncker, porrano la questione sul tavolo del G-20 di Buenos Aires, iniziato oggi. L’obiettivo è sfidare Washington a scoprire le carte sulla riforma della Wto e sul suo “tribunale”, per salvarlo dal rischio paralisi. Da oltre un anno gli Usa bloccano la nomina dei nuovi membri dell’organo di appello (Appellate Body) del sistema di soluzione delle dispute commerciali, di conseguenza, gli “arbitri” che terminano il mandato non sono sostituiti.

Il blocco fa parte della strategia negoziale degli Usa, secondo i quali le regole della Wto permettono pratiche distorsive soprattutto a vantaggio della Cina. Il boicottaggio ha già messo in crisi l’Appellate Body: dei sette membri previsti, ne sono rimasti in carica solo tre, il minimo per funzionare. A dicembre del 2019 ne resterà solo uno e sarà la paralisi: senza la possibilità di un giudizio di appello, le decisioni in “primo grado” non avranno efficacia. Spiega il professor Giorgio Sacerdoti, che tra il 2001 e il 2009 è stato membro dell’Appellate Body: «Senza questo organo, diventerebbe tutto inutile, compresi i recenti ricorsi presentati alla Wto sui dazi Usa e sui contro dazi: gli Stati sarebbero liberi di adottare le misure più restrittive».

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Nei giorni scorsi, la Ue ha avanzato due proposte di riforma, che saranno discusse dal Consiglio generale della Wto il 12 dicembre. In entrambi i testi, Bruxelles ha il sostegno della Cina. Il primo è sottoscritto anche da Canada, India, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Corea, Singapore, Islanda, Norvegia e Svizzera. Punta a modificare il funzionamento dell’Appellate Body, accogliendo molte critiche sollevate dagli Usa. Nel complesso, l’obiettivo è accelerare e rendere più trasparente il funzionamento dell'organo, oggi rallentato dalla quantità e dalla complessità dei ricorsi.

La seconda proposta è firmata “solo” da Ue, Cina e India e riguarda il meccanismo di nomina dei membri dell’Appellate Body. Si propone di modificarne il mandato: dall’attuale incarico di 4 anni, rinnovabile una volta, si passerebbe a un mandato unico di 6 o 8 anni, per rafforzarne l’indipendenza. Gli Usa hanno già espresso la propria preferenza per il sistema attuale, che consente di porre sotto scrutinio i membri dopo i primi quattro anni di lavoro (ed eventualmente di opporsi al rinnovo di quelli sgraditi).

Ue, Cina e India propongono poi di portare da 7 a 9 i membri dell’organo di appello, anche per aumentarne la rappresentatività in considerazione degli Stati che hanno fatto ingresso nella Wto dopo la sua creazione nel 1995 (la Cina è entrata nel 2001). Infine, si vorrebbe creare un meccanismo automatico di sostituzione dei membri in uscita, in modo da individuare i “nuovi” giudici prima della scadenza del mandato dei “vecchi”.

Su questi temi, alla Wto si procede per consenso, nessuno deve opporsi alle modifiche: senza l’appoggio degli Stati Uniti, non si farebbero passi avanti.
Le due proposte rientrano in un più ampio progetto di riforma che la Ue sta spingendo e che include una maggior trasparenza sulle politiche nazionali a sostegno dell’export. In questo caso, Bruxelles ha il consenso degli Usa - che hanno spesso sollevato il tema puntando il dito in particolare contro la Cina - e del Giappone.

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