analisiL’Analisi

La variabile mancante del nostro sistema Paese

di Stefano Manzocchi

3' di lettura

Sul tema degli investimenti industriali dall’estero da tempo si ascoltano nel nostro dibattito pubblico commenti e analisi paradossali, che tendono a sottolineare il lato oscuro della globalizzazione.

Da una parte, gli investimenti diretti esteri (Ide) in entrata sembrano sinonimo di colonizzazione industriale o finanziaria; dall’altra gli investimenti produttivi delle imprese italiane all’estero sono tacciati di delocalizzazione, svuotamento del nostro patrimonio industriale, e perdita di posti di lavoro. Si tratta del riflesso di quella tendenza culturale e sociale che vede solo i costi e i rischi della globalizzazione, e che sta spingendo verso quei fenomeni di disintegrazione delle interdipendenze economiche cui assistiamo. Oltre la metà degli investimenti esteri globali consiste in acquisizioni e fusioni, mentre i cosiddetti investimenti greenfield che costituiscono ex novo capacità produttiva aggiuntiva sono una minoranza specie nei paesi avanzati. Nessuna sorpresa, dunque, che gli Ide significhino spesso il passaggio del controllo agli inventori esteri.

Le statistiche sull’attività di M&A nel nostro Paese nel 2016, raccolte da Bureau van Dijk, raccontano tuttavia una storia diversa: quella di un’Italia già oggi poco aperta agli investimenti internazionali, sovente poco attrattiva per gli investitori esteri e con poche imprese nazionali capaci e interessate a rafforzare la loro presenza produttiva globale. Le cause della nostra scarsa attrattività industriale sono note – a partire da un processo amministrativo e da una PA spesso anti-business - ed è inutile qui ritornarci. Nel dicembre 2013 fu varato un piano nazionale di 50 interventi legislativi e amministrativi per attrarre più investimenti esteri, con l’intenzione nobile di muovere il Paese dagli ultimi posti delle classifiche Ocse in questo ambito. Il piano “Destinazione Italia” è stato poi tradotto in legge; i risultati, tuttavia, non sono ancora
quelli sperati.

Più interessante forse è chiedersi come possono contribuire gli Ide a spostare progressivamente le nostre produzioni industriali, e anche i nostri servizi, verso i segmenti “nobili” delle catene globali del valore. È questa infatti l’unica assicurazione solida a fronte della concorrenza dei paesi di più antico sviluppo e anche degli emergenti, che si può realizzare anche facilitando l’inserimento di capacità produttiva localizzata in Italia nei sistemi integrati delle multinazionali. I nostri asset principali, riconosciuti anche dal top management estero, sono lavoratori tecnicamente molto preparati nei ruoli più diversi e imprenditori di grande esperienza e affidabilità nei ruoli di fornitori o clienti nei diversi passaggi delle catene del valore.

Aumento della produttività e crescita dimensionale delle imprese, anche attraverso la strada delle fusioni e delle acquisizioni, sono due elementi chiave del puzzle economico del nostro Paese: entrambe le tessere del puzzle hanno molto a che fare con la partecipazione delle nostre aziende ai network internazionali del valore. Con geometrie variabili, le catene globali del valore disperdono le fasi produttive dell’industria e sempre più anche dei servizi tra nazioni diverse, per poi “riaggregare” le merci in vista del passaggio verso il fruitore finale. Più propensi ad estendersi verso i paesi emergenti dell’Asia e dell’America Latina nel decennio passato per via di costi minori di produzione e mercati di sbocco più effervescenti, più centrati nei paesi di antica industrializzazione in tempi recenti, i network produttivi globali sono le reti nelle quali la produttività delle imprese si realizza e dove la loro dimensione e funzioni ne caratterizza
per molti aspetti il ruolo.

Le operazioni di acquisizione e fusione interamente su base nazionale, e il ruolo del private equity, sono anch’essi insufficienti in Italia come mostrano i dati del Bureau van Dijk. Disponiamo di cospicui patrimoni privati, ma il patrimonio in sé è una fotografia del passato. Registra e conserva le attività accumulate ma, da solo, non ci dice molto sul futuro di una famiglia, di un’azienda, di un Paese. Il tema che l’Italia ha di fronte, quindi, è duplice. Come mobilizzare i patrimoni privati in modo da garantire un equilibrio soddisfacente tra rendimento e rischio, da una parte. E come veicolare almeno in parte le risorse finanziarie verso attività produttive e innovative nazionali, per innalzare il tasso di rendimento del sistema nel suo insieme, dall’altra.

La “variabile mancante” del quadro macroeconomico italiano degli ultimi anni è l’investimento. Se le fusioni e le acquisizioni non sono semplicemente volte a svuotare le imprese oggetto delle operazioni, possono sostenere gli investimenti per ammodernare il capitale e crescere alleviando in parte la frammentazione del tessuto produttivo italiano. E possono accompagnare quel passaggio necessario di investimento immateriale in nuove risorse organizzative e manageriali, competenze informatiche e pianificazione che rende la crescita delle imprese una fenomeno di trasformazione e non solo di dimensioni.

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