La guerra in Ucraina

La vera sfida dell’Occidente? Penetrare nel cervello di Putin

Il leader del Cremlino rimane condizionato dalla sua formazione di spia: è abituato a non condividere e a manipolare. Spesso anche con il suo team

di Antonio Teti

AP

5' di lettura

Conoscere le intenzioni di un potente leader politico, finanche carismatico, e particolarmente difficoltoso, ma nel caso del presidente russo Vladimir Putin tale proposito rischia di trasformarsi in una “mission impossible”. L'esperienza maturata nei lunghi anni trascorsi nel Kgb, ed in particolare quella acquisita a Dresda nel periodo in cui si realizzò una fitta collaborazione con la Stasi, il potentissimo e temibile ministero della sicurezza della Repubblica Democratica Tedesca, hanno indubbiamente inciso profondamente sulla formazione caratteriale del premier russo, rendendolo autenticamente impenetrabile.

Non è certamente un caso che proprio durante la sua permanenza in Germania Est fu promosso al grado di tenente colonnello ed ottenne, nel 1989, la medaglia di bronzo dalla Germania Est «per il fedele servizio reso all'Esercito della Repubblica Democratica Tedesca».

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Putin rispetta la forza e la disciplina, ma non applicate senza l'ausilio di un accurato controllo mentale. Lui stesso è solito affermare: «Io sono uno specialista in relazioni umane».

Le esperienze maturate nell'intelligence hanno influito enormemente sulla sua formazione professionale e caratteriale, plasmando il suo concetto di etica, identità nazionale, forza e soprattutto consentendogli di acquisire una straordinaria capacità nell'adozione di diversi modelli comportamentali nell'ambito delle relazioni personali.

Paul Kolbe, per molti anni esperto di questioni russe per conto della Cia, in merito alle tecniche di acquisizione di informazioni dai russi, ha osservato che «se li fai parlare per cercare di capire cosa vogliono veramente, è possibile trovare una via d’uscita», ma ha aggiunto anche che «ciò ha un senso, a meno che l’uomo armato non voglia davvero sparare agli ostaggi».

Putin utilizza le informazioni come un'arma, usandole come strumento per raggiungere un obiettivo o per confondere l'avversario, nascondendo le sue reali intenzioni e la modalità di pianificazione delle azioni perfino ai suoi più stessi collaboratori.

Secondo alcune fonti, durante la sua visita a Mosca, Burns fornì alcuni dettagli su ciò che gli Stati Uniti avevano appreso in merito alle operazioni militari condotte dall'esercito russo. Tali rivelazioni sembrarono cogliere di sorpresa alcuni funzionari russi, come se non fossero esattamente al corrente dei piani di Putin.

Beth Sanner, ex intelligence officer della Cia e consigliere dell'ex presidente Donald J. Trump, su Putin si è espresso in questi termini: «Era una spia. Quindi è stato addestrato a non condividere, a persuadere e a manipolare».

Julianne Smith, ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Nato, durante una recente intervista sulla crisi ucraina ha dichiarato: «Fondamentalmente non capiamo, e nessuno di noi lo sa, cosa c’è nella testa del presidente Putin, e quindi non possiamo indovinare in quale direzione stiano evolvendo gli eventi».

L'ex capo dell'Fsb, erede diretto del Kgb, evita ogni contatto con i dispositivi elettronici di qualsiasi natura, non prende appunti e vieta ai sui collaboratori di farlo, riducendo al minimo le comunicazioni anche con i suoi assistenti.

Una personalità complessa che rappresenta un enorme problema soprattutto per la Cia, dopo la perdita della loro spia che, decenni prima, era riuscita ad infiltrare nei più alti livelli del Cremlino. La “talpa” reclutata dagli americani era in realtà un funzionario di medio livello che, tuttavia, negli anni era riuscito a scalare rapidamente i ranghi del governo fino ad approdare nelle stanze più “riservate” della Federazione russa.

Nel 2016 l'intelligence statunitense intercettò i presunti tentativi di sabotaggio delle elezioni presidenziali grazie alle informazioni fornite dalla “fonte” russa, che assunse la veste di una delle maggiori risorse dell'agenzia statunitense.

Ma qualcosa andò storto. L'annuncio da parte dei media del coinvolgimento di Mosca nelle elezioni americane produsse, parallelamente, il rischio della possibile scoperta della spia degli americani. Le persone che erano a conoscenza dei fatti erano veramente poche. Nel 2017, in poche settimane, la Cia provvide alla “esfiltrazione” del loro agente dalla Russia, un'operazione che la conseguenza del sostanziale “accecamento” dell'intelligence americana all'interno del Cremlino.

Dopo quasi cinque anni le agenzie di intelligence statunitensi, e non solo, si sono ritrovate in un pantano dal quale sembra impossibile uscire: comprendere la psicologia di Putin.

Il presidente russo non va etichettato come un folle e sprovveduto visionario nazionalista, al contrario è un abilissimo calcolatore, meticoloso e attento. Esamina gli scenari innumerevoli, rivalutando costantemente le sue opzioni e rimandando la decisione da assumere fino all'ultimo momento. John Sipher, un ex intelligence officer della Cia che ha operato a Mosca, ha asserito: «Gli intelligence analyst comprendono come ragiona Putin, le sue lamentele e la sua rabbia nei confronti dell’Occidente e degli Stati Uniti. Ciò significa che sappiamo cosa farà e quando lo farà? No, perché per farlo dovresti entrare nella sua testa».

Secondo alcune fonti statunitensi, la sensazione dei funzionari americani che stavano trattando con i rappresentanti del presidente russo nel tentativo di disinnescare la fase iniziale della crisi ucraina è stata quella di ritenere che i russi avessero assunto una linea dura durante le trattative perché non sapevano esattamente quali fossero le reali intenzioni di Putin.

La probabile chiave di lettura è forse un'altra. I corposi investimenti sulle forze armate russe, in particolare nel corso dell'ultimo decennio, hanno consentito alla Federazione Russa di consolidare il suo ruolo e la sua potenza in campo militare su base mondiale. Le riserve finanziarie di Mosca, anch'esse notevolmente rafforzate nell'ultimo decennio, hanno migliorato notevolmente la capacita della Russia di resistere alle sanzioni. Putin è riuscito a beneficiare dell'innalzamento dei prezzi del gas e del petrolio, intuendo che l'innalzamento del rischio di una guerra è direttamente proporzionale all'aumento dei prezzi dei combustibili.

La Germania in primis, insieme agli altri paesi della Ue, sono perfettamente consapevole degli elevatissimi costi che comporterebbe la sostituzione delle fonti energetiche russe nel caso in cui si verificasse una interruzione delle forniture. Il gas in Europa è aumentato del 35%.

Oltre alla questione delle forniture energetiche, Putin può ancora contare su altri assi nella manica: il primo è la distanza temporale dalle prossime elezioni in Russia, che si terranno nel 2024. Di conseguenza, l'eventuale malcontento della popolazione russa che potrebbe generarsi sulla base della questione ucraina, può essere facilmente gestito senza mettere a rischio il gradimento popolare del suo Presidente. Anche sul piano delle alleanze, l'astensione di Cina, India e Emirati Arabi sulla risoluzione Onu che condannava l'invasione russa dell'Ucraina, ha confermato, con grande stupore dei altri occidentali, una sostanziale “sintonia” tra Mosca e i suoi più fidati alleati.

Le delegazioni di Russia e Ucraina si sono incontrate e per Zelensky questo incontro rappresenta un'occasione da cogliere. Ipotizzare che la Russia ritiri le sue truppe e cessi le ostilità senza aver ottenuto nulla, è semplicemente fantasioso. Il presidente ucraino dovrà giocarsela bene e ha sufficienti carte in mano per uscirne dignitosamente.

Al contrario, il fallimento dei negoziati produrrebbe danni incalcolabili e imprevedibili sullo scacchiere europeo e non solo. Intanto Minsk ha annunciato che rinuncia allo status di paese “non nucleare” ed è pronto ad affiancare le truppe russe.

Non si tratta di arrendersi sventolando la bandiera bianca, ma di trovare una soluzione accettabile con Putin, una persona disposta a trattare perché è abituata a calcolare i costi/benefici di ogni singola decisione assunta, ma che rappresenta anche un nemico militarmente imbattibile e una confinante con il quale è preferibile scendere a patti.

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