oltre 2400 miliardi

Nuovo record del debito pubblico: ecco i perché dell’aumento e le conseguenze sulle nostre tasche

Studiosi ed economisti concordano: basterebbe un tasso di crescita nominale (dunque comprensivo di inflazione) attorno al 2-3% per cominciare a ridurre il debito (in costanza delle altre variabili) in automatico, senza ricorrere a manovre lacrime e sangue comunque depressive per l'intero ciclo economico

di Dino Pesole


Investimenti pubblici e privati per ridurre il debito

4' di lettura

Fa certamente effetto apprendere che il nostro debito pubblico, vale a dire quell'ingombrante macigno che pesa sulla nostra economia, abbia superato quota 2.400 miliardi. Molti si esercitano a quantificare quanto tutto ciò pesi su tutti noi, neonati compresi (attorno ai 35mila euro), ma in realtà non è questo l'esercizio più proficuo per provare a comprendere gli effetti di un debito pubblico sulla vita di tutti noi. La cifra in assoluto fa impressione, se si considera che il nostro Pil, in sostanza la ricchezza prodotta dal Paese, “vale” circa 1.800 miliardi. Cerchiamo di fare un po' di chiarezza.

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Fino a quando c'è il disavanzo il debito non può che aumentare
Le cifre che mensilmente vengono fornite dalla Banca d'Italia relativamente all'andamento del nostro debito pubblico mettono in luce con assoluta evidenza che fino a quando l'Italia avrà un disavanzo (vale a dire la differenza tra entrate e uscite in un anno) il debito in termini assoluti non potrà che aumentare. Quindi entro certi limiti si tratta di una “non notizia”. Non a caso le misurazioni che avvengono in sede internazionale e che sono considerate ai fini della valutazione sulla sostenibilità di un debito pubblico si riferiscono non al valore assoluto quanto al rapporto tra il debito pubblico e il Pil. Numeratore e denominatore, in poche parole. Il rapporto debito/pil si colloca al momento (stime di aprile scorso) attorno al 132,6%. Il nostro è il secondo debito pubblico più alto in Europa dopo la Grecia e uno dei più alti al mondo.

Le conseguenze di un debito così alto
Per un paese che per finanziare il proprio debito deve emettere ogni anno titoli di Stato per circa 400 miliardi di euro, la condizione essenziale per ridurlo è non perdere la fiducia dei mercati e degli investitori che liberamente in una moderna economia di mercato decidono se acquistarli oppure no. In spesa per interessi il nostro paese spende il 3,6% del Pil, attorno ai 60 miliardi l'anno. Una cifra imponente che restringe drasticamente i margini di manovra per qualsiasi governo sia chiamato a impostare manovre di bilancio e politiche economiche orientate alla crescita. 60 miliardi l'anno equivalgono a due manovre finanziarie, ed ecco perché la riduzione dello spread di circa 100 punti registrato dal momento della formazione del nuovo governo va salutato con assoluto favore.

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Quel che conta è la sostenibilità del debito
La questione fondamentale ruota attorno a questo interrogativo: il nostro debito pubblico è sostenibile e quali elementi ne determinano la sostenibilità? Certamente in primis va garantita la tenuta nel medio/lungo periodo dei conti della previdenza, che occupa gran parte delle risorse pubbliche. Nelle statistiche e negli studi prodotti a livello internazionale dall'Ocse o dal Fmi la previdenza risulta non a caso tra i primi posti, ed è per questo che in una prospettiva di progressivo, ulteriore invecchiamento della popolazione la tenuta dei conti della previdenza è una delle principali clausole di garanzia per la sostenibilità del debito. Poi certo occorre mettere in campo la consistenza del risparmio privato, ma anche lo stato di salute del sistema bancario. Tutti elementi di grande rilevanza.

La vera sfida è abbattere il debito con la crescita
Studiosi ed economisti concordano: basterebbe un tasso di crescita nominale (dunque comprensivo di inflazione) attorno al 2-3% per cominciare a ridurre il debito (in costanza delle altre variabili) in automatico, senza ricorrere a manovre lacrime e sangue comunque depressive per l'intero ciclo economico. In periodi come l'attuale di bassa inflazione la sfida è ancor più complessa, e passa attraverso riforme strutturali e rilancio in grande stile della domanda aggregata (consumi e investimenti) per spingere il più possibile sul “denominatore”, il Pil. Se poi ripartisse un po' più di inflazione non farebbe male al nostro debito.

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Recupero di competitività chiave di volta
Il nostro paese ristagna da due decenni. Ancor prima dell'esplodere della grande crisi del 2008 la nostra economia cresceva in media un punto e mezzo in meno rispetto alla media europea. Fattori strutturali pesano sulla crescita e vanno rimossi per recuperare competitività e rendere più attrattivi gli investimenti interni ed esteri. La strada passa da una riduzione visibile della pressione fiscale e da una lotta incisiva all'evasione, dal riordino della macchina pubblica a una riforma organica della giustizia civile, oltre che in investimenti mirati in ricerca, innovazioni, tecnologie digitali e green ecomomy, ma anche nel rilancio di una vera politica industriale e di una politica dell'offerta che apra il mercato attraverso liberalizzazioni mirate e coraggiose in settori in cui tuttora dominano interessi corporativi diffusi. Grandi sfide che richiedono la chiara indicazione di un “progetto paese” da portare avanti con un orizzonte almeno triennale.

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