Serie Tv

La versione nera degli anni sessanta

Il rifacimento della serie che racconta l’America della guerra in Vietnam e della rivoluzione sociale (ora con protagonisti di colore). Molto interessante il cambio della prospettiva che stempera l’eccessiva melassa

di Gianluigi Rossini

 Il rifacimento di «The wonder years»

2' di lettura

Lo storico Daniel Marcus, in un bel libro del 2004 intitolato Happy days and wonder years, confrontava il diverso uso del discorso nostalgico messo in atto dalla destra e dalla sinistra statunitensi: semplificando molto, la prima si è sempre richiamata ai “giorni felici” degli anni ’50, idealizzati come ultima età dell’innocenza collettiva, dell’unità nazionale e familiare, del buon senso; la seconda ha invece più spesso fatto appello ai “prodigiosi” anni ’60, ripuliti dalle tendenze più rivoluzionarie, come espressione dello slancio giovanile volto a creare un mondo migliore. Se Reagan e Clinton, rispettivamente, sono l’epitome delle due narrazioni in politica, in tv la prima è (ovviamente) incarnata da Happy Days, la seconda da The wonder years, una serie andata in onda nell’88 e ambientata nel ’68, molto amata negli Stati Uniti e (poco) conosciuta in Italia con il titolo di Blue jeans. Mille differenze si potrebbero rilevare tra le due, ma almeno una è basilare: Happy days è una sorta di parco a tema, in cui tutto è ibernato nel tempo; The wonder years invece inizia con la notizia di un ragazzo morto in Vietnam e ha la maturazione come argomento principale. La prima quindi è una comedy pura, la seconda è stata uno dei primi dramedy di successo.

Il reboot di The wonder years (su Disney+ dal 22 dicembre), quindi, è un caso piuttosto interessante, in teoria sorretto da un doppio livello di nostalgia: per la serie dell’88 e per gli anni ’60 in cui è ambientato. Come nell’originale il protagonista è un ragazzo di 12 anni, Dean Willams, le cui vicende sono commentate ora con ironia, ora con commossa partecipazione dalla voce narrante della sua versione ormai adulta e matura. Ma Dean è nero, mentre il Kevin dell’originale era bianco: in questo cambiamento risiede in sostanza tutto il senso dell’operazione, che permette di rileggere quegli anni alla luce di un’esperienza profondamente diversa e allo stesso profondamente simile. La scrittura è abbastanza brillante da farsi perdonare i momenti di eccessiva saccarina, ma il punto principale, mi pare, è proprio questo tentativo di far incontrare le differenze.

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The wonder years

Saladin K. Patterson

Disney+, dal 22 dicembre

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